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Kruder & Dorfmeister: «Abbiamo detto di no a David Bowie e agli U2, e non siamo pentiti»

Le session di 25 anni fa contenute nel nuovo album '1995', il periodo in cui erano sempre strafatti, il successo a Londra, il senso d'isolamento: intervista a due maestri dell'elettronica anni '90

Foto: Max Parovsky

Un album vecchio, ma nuovo. S’intitola 1995, come l’anno in cui gli austriaci Peter Kruder e Richard Dorfmeister realizzarono le tracce di cui si compone, e uscirà il 13 novembre. Già, Kruder & Dorfmeister, proprio loro, i dj e producer di The K&D Sessions, uno dei dischi di culto della scena elettronica anni ’90, un doppio album da più di un milione di copie vendute a ogni latitudine, che all’epoca regalò al duo viennese una fama planetaria. Pubblicato nell’ottobre ’98, conteneva produzioni e remix che i due avevano registrato negli anni precedenti, quando girando da un club all’altro erano riusciti a farsi notare per la loro bravura nell’amalgamare sensuali atmosfere jazzy, dub, trip hop, qualche tocco di bossa nova e ritmiche downtempo, e nel rimaneggiare con eleganza brani di gente come Depeche Mode, Lamb, Bomb The Bass, David Holmes, Count Basic, Roni Size.

Chill out raffinata, avvolgente, sospesa, che ai tempi conquistò persino Madonna: è del ’99 il remix targato K&D della sua Nothing Really Matters. Oggi torna in vita grazie al ritrovamento di materiale inedito, rimasto per 25 anni nel cassetto e riesumato perché «perfetto per l’epoca che stiamo vivendo», spiegano gli stessi Kruder e Dorfmeister, che dopo quel momento di celebrità durato all’incirca fino al 2002 hanno continuato a sfornare musica con i rispettivi progetti Peace Orchestra e Tosca e con la loro etichetta G-Stone Recordings.

Parliamo di queste tracce finora inedite: come le avete ripescate?
Peter Kruder: Un anno fa ci siamo messi a cercare e a riascoltare tutte le cose vecchie che avevamo inciso anni e anni fa, e per caso abbiamo trovato queste registrazioni: un disco che avevamo realizzato all’inizio degli anni ’90 solo per noi, per i nostri dj set. Risentendolo ci siamo resi conto che non era affatto male e che era adatto a questo periodo storico, così…

Perché adatto?
Kruder: Non saprei spiegare, allora non era ancora esplosa la pandemia, si è trattato più che altro di una sensazione, lo stesso tipo di sensazione che hai mentre fai musica, quando prendi ispirazione da ciò che ti circonda e ti viene fuori un certo tipo di suono che ti sembra aderire perfettamente al contesto. Probabilmente se avessimo ascoltato questi vecchi pezzi cinque anni fa non avremmo mai deciso di pubblicarli; adesso, invece, era il momento giusto.

Il videoclip di Johnson, primo estratto da 1995, sembra, però, alludere al crescente isolamento tecnologico nel quale la pandemia ci sta gettando. Qual era l’idea?
Kruder: Il video sì, lo abbiamo pensato in riferimento a ciò che stiamo provando a causa del Covid-19, ma è anche vero che quella sull’isolamento è una riflessione ampia che concerne l’umanità da molto, molto tempo; basti citare Isolation di John Lennon, che è una canzone del 1970. Detto questo, è indubbio che la società tecnologica in cui viviamo oggi ci spinge sempre più verso l’isolamento, pensa a quando prendi la metropolitana, a quanta gente ha la testa abbassata e gli occhi concentrati sul cellulare. Cosa che peraltro a me diverte, perché amo osservare la gente e adesso posso farlo senza che nessuno se ne accorga. Ma a parte questo, vivere così non credo sia salutare, è ora di iniziare a pensarci.

Tornando al disco, le tracce sono rimaste così com’erano o le avete rimaneggiate?
Kruder: Abbiamo fatto solo un lavoro di editing. Avevamo pensato di fare qualcosa di più, ma alla fine non ci sembrava giusto, così abbiamo deciso di lasciare le tracce sostanzialmente com’erano. Se le avessimo trasformate, il suono e l’atmosfera che ci ha spinti a pubblicarle sarebbero stati diversi, e non era ciò che volevamo.

Negli anni ’90 che cosa vi spinse verso quel tipo di elettronica downtempo che vi ha resi famosi?
Richard Dorfmeister: Tutto è iniziato nel ’93 con un EP autoprodotto con la nostra etichetta, la G-Stone. Si trattava di un mini album e Peter ebbe la brillante idea di usare come immagine di copertina una nostra fotografia simile a quella usata da Simon & Garfunkel per il loro Bookends. Dopodiché andammo a Londra, città che per noi era l’epicentro della musica, e là iniziammo a inserirci nel mondo di etichette che amavamo, come la Ninja Tune e la Talkin’ Loud di Gilles Peterson, e a produrre remix. E più ne facevamo più le richieste aumentavano, a un certo punto ne avevamo così tante che dovemmo persino cominciare a rifiutare alcuni lavori. Quando, poi, la !K7, etichetta indipendente tedesca, ci propose di realizzare una compilation per la sua serie DJ-Kicks arrivò il successo vero e proprio: se fino a quel momento ci eravamo sempre mossi da soli per i nostri set, da lì cominciammo a ricevere proposte per date da ovunque. Negli anni ’90 le etichette e agenzie indipendenti erano davvero tantissime, per cui una cosa portava all’altra.

Questa la storia fino al ’96, anno della compilation DJ-Kicks. Seguì un EP e poi quello che tutt’oggi è considerato l’apice della vostra carriera, The K&D Sessions. La mia domanda si riferiva, però, ai ritmi lenti e alle atmosfere chillout che vi hanno regalato la popolarità: erano una reazione alla scena house e techno degli anni ’90?
Dorfmeister: Diciamo che le nostre influenze erano altre, per esempio la black music, il jazz. Il punto è che continuavamo a realizzare remix che venivano pubblicati anche da label grosse, ma non avevamo un disco nostro, è così che nel 1998 siamo arrivati a The K&D Sessions, in cui abbiamo raggruppato i nostri remix. In realtà non ci aspettavamo chissà cosa, stavamo già suonando un sacco in giro per il mondo, invece il successo aumentò ancora. Così tanto che dopo alcuni anni trascorsi costantemente in tour decidemmo di uscire da tutta quella follia.

Perché follia?
Kruder: Ma sai, ciò che facevamo piaceva, però si trattava comunque di musica underground. Solo che d’un tratto era diventata così popolare che chiunque voleva qualcosa da noi, tutti volevano diventare nostri amici, averci ai loro party… Ma noi abbiamo sempre fatto musica per altre ragioni, non per la celebrità, ma per amore per la musica, perché è la nostra passione e non possiamo fare altro. Non era nei nostri piani diventare così famosi, naturalmente è stata una fortuna che alla gente il nostro lavoro sia piaciuto così tanto, ma con i pro c’erano anche i contro.

1995 fotografa il periodo precedente a quel successo: cosa ricordate delle vostre prime sessioni, quando eravate intenti a fare la musica senza altri pensieri?
Kruder: In effetti il bello di questo disco è che descrive un momento in cui facevamo musica senza alcuna responsabilità. E lo facevamo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Nei fine settimana suonavamo nei locali come dj e nei restanti giorni stavamo a casa a suonare giorno e notte. Eravamo giovani, spensierati.
Dorfmeister: Erano i tempi dell’innocenza. Tempi in cui realizzavamo i nostri remix da casa, in una sorta di studio-cameretta che giorno dopo giorno si arricchiva, ma insomma, non era certo uno studio professionale. Ed era proprio questo che rendeva tutto così magico.

È vero che fumavate spinelli dalla mattina alla sera?
Kruder: Sì, decisamente. Allora era proprio uno stile di vita per noi: ci alzavamo la mattina, facevamo colazione, ci facevamo una canna e ci mettevamo al lavoro. E continuavamo così fino a quando andavamo a letto.
Dorfmeister: Già, non è stato il momento più sano della nostra vita, non facevamo nemmeno un po’ di sport, nulla! Ricordo che a un certo punto andammo negli Usa per dei set e ci sentivamo così stanchi, perché davvero non facevamo altro che fumare, fare musica e suonare nei club. A un certo punto ci fu persino qualcuno che ci consigliò di prendere delle pastiglie per non ingrassare… Dopo ci è voluto parecchio per passare a un altro stile di vita, però lo abbiamo fatto. Tra l’altro, se adesso quando abbiamo una data all’estero, per esempio in Italia, ci stiamo almeno un paio di giorni, quindi abbiamo tempo per visitare la città, per vedere qualcosa, allora eravamo sempre di corsa: hotel, show, magari una visita a un negozio di dischi, fine.

Visto che avete citato l’Italia, che cosa conoscete della scena musicale italiana?
Dorfmeister: Negli anni ’90 siamo stati parecchio influenzati dalla cosmic, anzi, è stata una delle influenze più grandi per la nostra musica, ci piaceva perché mescolava tante cose assieme, dal reggae al funk all’afro.
Kruder: E poi in quella scena c’erano dei dj pazzeschi: Mozart, Baldelli…
Dorfmeister: Questo per quanto riguarda l’elettronica. Ma a parte questo, una cosa bella di voi italiani è che tutti conoscete la musica del vostro Paese: tutti conoscete Battisti, Lucio Dalla, sapete i testi delle loro canzoni a memoria, e questo secondo me è fantastico.
Kruder: Per non parlare di Morricone, un genio. Giusto ieri ho scovato un suo pezzo intitolato Come Maddalena: che meraviglia, da andare fuori di testa! Ma anche Caruso di Dalla è qualcosa di incredibile, l’ho scoperta per caso guardando un documentario, era nella colonna sonora, e incuriosito sono andato a cercarmela: mi ha letteralmente fatto piangere.

Vi siete mai considerati una band, magari tipo i Massive Attack, per stare nel vostro giro? O vi siete sempre ritenuti semplicemente due soggetti uniti da un progetto musicale?
Kruder: Se con band intendiamo i Massive Attack sì, se parliamo di gruppi tipo i Rolling Stones no. Mi spiego: Richard è un musicista molto bravo, ha studiato flauto, chitarra, ma io non ho mai studiato musica, sono un esperto di computer ed è questo che mi ha permesso di diventare un musicista attento al suono.
Dorfmeister: Del resto, negli anni ’90 nel mondo dell’elettronica successe ciò che era accaduto col punk negli anni ’70. Come alle band, per fare punk, bastavano due accordi di chitarra, per fare elettronica non serviva chissà cosa, bastavano un computer e dei sampler e il resto lo facevi tu.
Kruder: Esatto, anche se la mia capacità di suonare degli strumenti è molto limitata, anche se non sono in grado di suonare una canzone al pianoforte – benché mi piacerebbe –, conosco l’armonia, so che cosa suona bene.

Avete sempre voluto rimanere indipendenti e questo vi ha portati a rifiutare anche proposte importanti da parte di case discografiche, per dirne una avete detto di no alla Island.
Kruder: Perché sai qual è la parola più importante che abbiamo imparato fin da subito, quando siamo entrati nel cosiddetto music business? Quella parola è no. Quante volte sono venuti a dirci «con noi farete tutto meglio», ma abbiamo sempre ritenuto più intelligente usare le grandi case discografiche per promuovere la nostra musica, per esempio sulle riviste, presso la stampa, ma non per altro, per cui ci siamo tenuti tutti i diritti sui nostri dischi. E a posteriori possiamo affermare che è stata la decisione più saggia che potessimo prendere.
Dorfmeister: Bisogna sapere che nelle major quel che accade di solito è che firmi un contratto con un A&R che ama davvero la tua musica, solo che prima o poi, a meno che non si tratti del proprietario della compagnia, quella persona se ne va a lavorare altrove, per soldi o per altre ragioni, e a quel punto tu non hai più quel sostegno e finisce spesso che la casa discografica ti lascia a casa. Peccato che tu nel frattempo le abbia ceduto i diritti sui tuoi dischi e oltretutto senza fare esperienza nella gestione di quei diritti, il che significa che non hai imparato come muoverti su quel fronte: sei un artista, ma non sai come proteggere la tua musica. Mentre è davvero importante sapere queste cose, almeno per noi lo è sempre stato.

Invece rimpiangete di aver rifiutato di realizzare remix richiesti da grandi artisti, uno su tutti David Bowie?
Kruder: No, e oltre a Bowie abbiamo detto di no anche agli U2. Perché ogni remix ci prendeva da uno a tre mesi ed essendo sempre in tour, in quel periodo, se non avevamo tempo di lavorare al meglio a un pezzo non lo facevamo. In più abbiamo fatto centinaia di remix e a un certo punto ha anche smesso di essere una sfida per noi. Siamo grandi fan di Bowie, ma avevamo le nostre ragioni per dirgli di no.

Dagli anni ’90 a oggi il mondo della musica è cambiato moltissimo, salvate qualcosa del modello attuale?
Kruder: Ci piace molto che la musica sia facilmente accessibile per tutti: grazie alle piattaforme di streaming musicale e agli smartphone puoi davvero ascoltare musica da tutto il mondo, ovunque ti trovi e in qualunque momento. Purtroppo gli artisti non sono pagati abbastanza da quelle piattaforme, e questo è ingiusto. Poi c’è la questione dell’esperienza, sotto il profilo esperienziale comprare musica nei negozi di dischi era molto diverso: dovevi scegliere il negozio, andarci, parlare con il titolare che magari ti consigliava questo o quell’altro album, e una volta a casa ascoltavi il disco acquistato. Così anche dopo anni quel disco aveva una storia, era legato a un ricordo nitido nella mente. Con la musica ascoltata sulle piattaforme di streaming non hai così tanta esperienza legata a un disco, ti basta cliccare play sul cellulare.
Dorfmeister: Adesso non conosci nemmeno le cover del dischi che ascolti, quasi nessuno compra più dischi, ma ok, è un’evoluzione del mercato che non si può fermare. Perché noi sappiamo com’era prima, ma per i ragazzini di oggi ciò di cui stiamo parlando non è mai esistito, non hanno nemmeno mai visto un giradischi. E se c’è qualcuno che può comprenderli siamo noi, visto che come Kruder & Dorfmeister siamo sempre stati uno strano ibrido di amore per il passato e amore per il futuro.

Foto: Max Parovsky

Avete usato la tecnologia per fare dischi, per poi ritrovarvi ad assistere alla morte del mercato musicale incentrato sui dischi provocata dal progresso tecnologico.
Kruder: Già, ma era inevitabile, c’è stato un tempo in cui la musica era esclusivamente live e quando uscirono i primi vinili c’era chi non li vedeva di buon occhio. Funziona sempre così.

Il punto è se l’innovazione uccide l’esistente o lo integra. Che ne dite dei live streaming che stanno cominciando a diffondersi sempre più a causa della pandemia? Potrebbero in futuro soppiantare i concerti?
Kruder: No, l’esperienza di riunirsi con altre persone per assistere a un concerto dal vivo è…
Dorfmeister: Imbattibile.
Kruder: Imbattibile, giusto. Per me vale anche per il cinema. Stare insieme è un bisogno essenziale.
Dorfmeister: Incontrare gli altri, parlarci, guardarli negli occhi: senza tutto questo prima o poi ci si ammala, sono queste cose a renderci umani.

Qualche anno fa avete chiuso la G-Stone Recordings, la vostra etichetta, ma 1995 esce su quel marchio: è rinata pure lei?
Dorfmeister: Sì, l’abbiamo riavviata. È presto per parlarne, ma abbiamo molte idee per il futuro.

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