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L’industria discografica ha un problema con la parola ‘urban’

L'etichetta di Ariana Grande non userà più il termine nato per indicare l'r&b contemporaneo. «È la versione politicamente corretta della parola con la N», ha detto Tyler, the Creator

Foto: David Crotty/Patrick McMullan via Getty Images

«Da oggi, Republic Records rimuoverà la parola urban dalle sue comunicazioni, dalle descrizioni dei dipartimenti, dai titoli dei dipendenti e dai generi musicali. Incoraggiamo il resto dell’industria a seguirci, è importante dare forma al futuro e non aderire più alle strutture datate del passato». Con un comunicato pubblicato su Instagram lo scorso 6 giugno, l’etichetta di Ariana Grande e Taylor Swift ha deciso di eliminare la parola “urban” dal suo vocabolario. La decisione, ovviamente, è figlia delle enormi proteste che si sono scatenate in tutti gli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd – afroamericano morto soffocato da un agente della polizia di Minneapolis – e degli appelli di musicisti e pubblico perché l’industria discografica nel suo complesso promuova l’uguaglianza e combatta ogni tipo di discriminazione razziale.

Ma cosa c’entrano le proteste con la parola “urban”? Il termine è una generalizzazione di hip hop e r&b, una parola-ombrello che circola già da metà anni ’70, quando Frankie Crocker, il dj di una radio di New York dedicata alla black music, parlò di “urban contemporary”. Oggi, però, il termine è considerato uno strumento per marginalizzare gli artisti neri e le loro opere.

«Urban è una parola usata in tutta l’industria discografica per parlare di r&b, hip hop, soul e grime. Non è una coincidenza che tutte queste forme di musica nera siano accorpate in una categoria sbagliata e nata da stereotipi razzisti», scriveva il Guardian nel 2018. «È innegabile che la maggior parte dei neri americani e britannici viva nelle città. Ma se “urban” fosse usato per rappresentare tutta la musica delle metropoli, allora anche il punk e la contemporanea asiatica dovrebbero essere incluse. “Urban” significa nero e si porta dietro gli stessi stereotipi. Cancella ogni diversità tra esperienze e proposte musicali».

La parola viene dal latino, e fino al XIX secolo era usata con connotazioni positive per parlare di chi veniva dalla città: gente elegante, colta, generosa, capace di stare in società. Dopo la Rivoluzione Industriale, però, i grandi centri urbani (soprattutto americani) sono diventati destinazione di tutti gli immigrati in cerca di una nuova vita, e con il tempo “urban” è diventato sinonimo di quartieri poveri e abitati da minoranze.

Per quanto riguarda l’industria discografica, la categoria “urban” è apparsa ai Grammy nel 2013, ed è stata creata per «onorare chi scrive musica che incorpora elementi contemporanei di r&b, e che potrebbe presentare elementi di produzione di urban pop, urban euro-pop, urban rock e urban alternative». Nello specifico, si definiscono “urban” gli album «composti almeno al 51% da nuove tracce vocali che derivano dall’r&b». Nel primo anno i candidati alla vittoria erano Chris Brown, Frank Ocean e Miguel: tutti neri, e nel corso degli ultimi sette anni la percentuale non è cambiata granché.

Negli ultimi tempi, secondo quanto scrive Billboard, sono molti i dirigenti di etichette importanti che hanno detto di volersi liberare del termine. Tra questi ci sono Jon Platt (ex CEO di Warner/Chappell) e Sam Taylor (Kobalt, ex Altantic, Elektra, Warner ed Emi). «Per me urban fa pensare a qualcosa che dev’essere costruito, come un quartiere. Significa basso reddito, poca sicurezza e cose simili. Se qualcuno mi parla di canzoni urban, nella mia testa è come se dicessero che quella è musica che va ricostruita», ha detto Taylor. «Non c’è niente da ricostruire nell’hip hop e nell’r&b. Niente. Per me quella parola non è sinonimo di hip hop e r&b. È un modo veloce per liberarsi della questione, certo, ma troviamo un’altra parola».

Anche i musicisti sono d’accordo. Lo scorso gennaio, dopo aver vinto il Grammy per il miglior album rap, Tyler, the Creator ha detto: «Fa schifo, tutte le volte che quelli come me fanno qualcosa che attraversa più generi ci mettono sempre nelle categorie “rap” o “urban”. Non mi piace il termine urban, mi sembra solo la versione politicamente corretta della parola con la N. Perché non siamo nel pop?». Negli ultimi giorni ne ha parlato anche Billie Eilish, che in una recente intervista per GQ si è schierata accanto al rapper di IGOR. «L’industria discografica non dovrebbe giudicare un artista per il suo aspetto o per come si veste. Odio quando la gente mi dice: “Ah, somigli a X” o “Suoni come Y”. Sono d’accordo con quello che ha detto Tyler. Lizzo era nella categoria R&B quella sera, giusto? È più pop di me», ha detto Eilish. «Se non fossi bianca probabilmente sarei nella categoria “rap”. Perché? Ti giudicano per il tuo aspetto, ed è strano. Il mondo vuole metterti in una casella, mi è successo per tutta la carriera. Sono una ragazzina bianca, quindi sono pop. Ma perché?».

Ora sembra arrivato il momento perché le cose cambino, e quello di Republic potrebbe essere il primo segnale. «Urban è una parola in codice che l’industria usa per la musica che non gradisce», ha detto Tricky Stewart, produttore di Umbrella di Rihanna. «Ma se il mondo la ama… allora è pop».

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