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In viaggio nelle Murge con Venerus e una bottiglia di rosé

Per l'apertura di Locus Festival, Tormaresca ha pensato un evento che è l’incontro tra più mondi: musicisti con orecchie da coniglio ed esperti di burrata, R&B ed enologia, la Puglia estrema e quella esclusiva

Foto press

Sabato scorso la notte dell’agro di Minervino Murge, altrimenti buia e silenziosa come sono le notti di campagna, e specialmente quelle dell’agro di Minervino Murge, era sconvolta da luci inattese dall’ordine naturale delle cose, almeno rispetto al plenilunio – ampiamente previsto – e da suoni che sovrastavano di gran lunga il frinire pur fortissimo, quasi discotecaro delle cicale. Il fatto era che 140 ettari di vigna coltivata ad Aglianico, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Fiano pugliese, Moscato Reale e Nero di Troia, stavano dando una festa.

L’occasione era il concerto di Venerus che avrebbe aperto il Locus Festival, rassegna tra le più interessanti della Puglia per varietà e novità della sua programmazione musicale e per la sua idea di integrazione tra la cultura locale (con particolare attenzione all’enogastronomia) e quelle letterarie e ecologiste nazionali e internazionali. La location era la tenuta Bocca di lupo, fiore all’occhiello delle cantine Tormaresca, marchio pugliese degli Antinori, i più grandi viticultori d’Europa e decima più antica famiglia di imprenditori ancora in attività della storia. In altre parole: mica tarallucci e vino, sebbene entrambe le categorie fossero benissimo rappresentate.

Da Tormaresca sembrava essere convenuto il meglio di più mondi e, in particolare, dei due che il marchese Piero Antinori cercò di fondere in uno solo quando discese nelle Murge per comprare la tenuta, nel 1998: la sempre produttiva, lungimirante e solerte Toscana e la Puglia apparentemente pigra, ma feconda e creativa; la seconda, versione laid back della prima e, viceversa, l’una motivatrice aziendale dell’altra.

Nell’attesa che la musica iniziasse era uno spettacolo nello spettacolo osservare il cambio della guardia tra le macchine agricole e i mezzi della crew dell’artista, i cui operatori, pur esprimendosi con linguaggi ed epiteti diversissimi, si intendevano alla perfezione. Una della maggiori fascinazioni dell’evento era, infatti, come sembrasse cosa assodata e quasi tradizionalmente accaduta che il tipo della drum machine di Venerus, vestito da frate cappuccino e con in testa delle orecchie da coniglietto, degustasse mandorle pralinate accanto a un distinto economista dell’Alta Italia che, servendosi di filetto lardellato dallo stand delle Santorine (le principesse di fatto del capocollo di Martina Franca), disquisiva di storia del rap con un’autorità in materia di burrata. L’atmosfera era così frizzantina che alla domanda, legittima, «Hai una bottiglia di Calafuria con etichetta d’artista di Gio Pistone nella tasca dei bermuda o sei solo contento di vedermi?», la risposta era sempre la stessa: «Entrambe le cose».

Qualche metro più in là Domingo Iudice e Bartolo L’Abbate di Pescaria cominciavano a distribuire al pubblico i loro famosi sandwich, riconoscibili ormai da Polignano al Texas per come restituiscono ai crostacei marini, attraverso un carapace di pane, la corazza perduta. Eravamo insomma anni luce dalla sezione food and beverage tipica del concerto estivo pugliese medio, dominata dai toni bruni dei cocci di Dreher, dall’odore nauseabondo dei würstel grigliati e dalle esalazioni della birra di cui sopra, versata puntualmente sulla maglietta del prossimo tuo.

È impossibile che un enologo, anche il più bravo al mondo, possa mai imbottigliare tutto questo; così come un osservatore diretto avrebbe gioco non facile a raccontarlo. Certo è che il dato che il suddetto Calafuria, fra i migliori dieci vini rosati al mondo secondo Wine Spectator, scorresse come Fanta a una festa delle medie, aiutava i presenti a tirare le somme: mesciuto in calici che il pubblico continuava ad agitare anche una volta preso posto, quel rosato di Negroamaro sembrava candidarsi idealmente al titolo di bevanda ufficiale dello sport estremo chiamato musica dal vivo nella seconda estate dell’era Covid.

Con la scusa di controllare che la macchina imboscata in campagna ci sia ancora, dei corpi hanno cominciato girare a piede libero per la vigna. A illuminarne i volti ci sono inizialmente solo le luci del palco e la luna piena. Mentre si allontanano, è sempre più la luna piena e basta, poi buio totale. Non ci stupiremo se a fine aprile 2022 ci fosse un’impennata di occorrenze di neonati chiamati Rosé nelle anagrafi di BAT provincia e dintorni.

Durante il concerto è commovente constatare le varietà delle possibilità espressive concesse allo scalmanarsi sul posto, restando seduti: anche le coreografie più ardite vengono eseguite usando esclusivamente gli arti superiori. Mentre la musica venerea si diffonde gli amplificatori vibrano all’unisono con le botti, a pochi metri di distanza, restituendo al vino futuro quello che il vino presente sta dando ad artisti e pubblico in termini di euforia, nel cerchio della vite che da sempre unisce i processi di vinificazione e quelli di inebriamento. Da qualche parte a Gallipoli, nel frattempo, si lotta a colpi di chiavi inglesi per un posto a bordo di un Ape Calessino musicarello, sorta di cassa Bluetooth motorizzata scagliata a tutta velocità per le vie del centro.

Sembra che a Bocca di lupo il conflitto pluriennale tra questa Puglia estrema, da guerrilla stagionale e quella esclusiva o presunta tale dei castelli hollywoodiani e delle ville condonate – le due Puglie dilaniate l’una dall’improvvisazione e l’altra dall’invidia – trovino una sintesi ideale nel buon senso e nell’etica professionale, al solo costo di un biglietto da 25 euro.

In altre parole a Minervino sta avvenendo un piccolo, grande miracolo: vi si realizza tutto ciò che potrebbe essere oggi un festival multiculturale in una regione lunga e votata all’accoglienza come la Puglia, se solo vi ci si applicassero investimenti, metodo, perseveranza e, prima di tutto, visione. Da lontano la cittadina, posata sulla sua collina come da un palco riservato, osservava la scena piuttosto compiaciuta. Il monte Vulture, padre dell’Aglianico, vino di punta della tenuta, fa lo stesso, con qualche perplessità in più, considerato il suo mood da sempre austero e profondo. Da par suo il direttore marketing della casa madre, Enrico Chiavacci, giunto da Firenze, capitale degli Antinori, guardando la platea riempirsi, sa di avere la barrique piena e la luna ubriaca.

Non tutti gli imprenditori sono Antinori. Quando si innamora di un vigneto, specialmente se collinare, dalla California alle Murge, il marchese gli porta in dote sempre un pezzo di Toscana, ma incastonandolo bene tra molti altri pezzi autoctoni e realizzando, prima ancora che dei blend tra uve, fusioni tra mentalità.

In Puglia è stato un caso ancora più particolare. Bocca di lupo è nata pietra su pietra diverse era dopo che fortificazioni come quelle di cui il suo architetto l’ha dotata avevano cessato di essere necessarie a livello militare; ma le hanno fatto comunque comodo, simbolicamente, contro l’assedio della rassegnazione e della miopia dei vignaioli pugliesi. Attraverso Tormaresca Piero Antinori non ha solo insegnato loro un metodo di produzione. Gli ha instillato un’ambizione: quella di produrre uve non più solo per conferirle, sacrificalmente, a cantine del resto d’Italia (tra cui anche le sue), come avevano fatto per secoli; ma per realizzare vini propri e irripetibili altrove. Il marchese ha in sostanza chiesto ai suoi ex ghost writer di scrivere una nuova storia, facendogliela firmare. Bocca di lupo non è una semplicemente una tenuta vinicola ma un modellino 3D a grandezza naturale di quello che la Puglia del vino sarebbe potuta essere ed è diventata, alimentando in corso d’opera anche una sana concorrenza di nuove cantine indigene.

Dunque non sarebbe un’esagerazione affermare che se, sulla fine degli anni ’90, non fossero sopraggiunti questi alieni dalle acca aspirate, con ventisei generazioni alle spalle e dotati del superpotere di prevedere il futuro, una grossa parte della Puglia che conosciamo oggi non sarebbe stata inventata o, comunque, non avrebbe conosciuto la centralità di cui gode nei desideri dei suoi visitatori.

È lungo l’elenco dei topoi pugliesi contemporanei che non esisterebbero senza quel big bang vitivinicolo del ’98, nel bene o nel male: il Salentoshire e i faraonici matrimoni indiani a Fasano raccontati da Daniele Rielli in Storie dal nuovo mondo (Adelphi); il mito della riscoperta delle spiagge libere urbane e le osterie sperdute nella campagna tricasina in cui mangi fave e cicoria con accanto una contadina che sembra Helen Mirren ed è Helen Mirren, e così via.

Inoltre le persone chiave su cui Tormaresca si regge sono quasi tutti cervelli in fuga mancati. Prendete Vito Palumbo, erede degli ultimi proprietari di Bocca di lupo e oggi suo vero e proprio genius loci. Vito, che da bambino veniva a curiosare nel cantiere della tenuta che nasceva, successivamente arruolato nella legione straniera (consulente a Milano), oggi è tornato a casa per fare il brand manager di Tormaresca. Anche se, avendo vissuto sulla sua stessa esistenza il processo di trasformazione antinoriana, più che un brand manager è la personificazione della cantina. Non ha niente dell’uomo di vino tutto toppe ai gomiti della giacca e distintivo e ha tutto del giovane uomo di mondo pieno di idee e dalla narrativa fervida. Quando vi racconta il sancta sanctorum della sua barricaia, scavata nella calcarenite lasciando visibile, su una parete, una sezione della roccia a mo’ di installazione di land art, è capace di scattarvi, al contempo, più foto sia in formato orizzontale che verticale, in caso ne abbiate bisogno allo scopo di storie Instagram.

È strappalacrime il suo passaggio sulle rose della tenuta. All’inizio di ogni filare di vite di Bocca di lupo è piantato un cespuglio di rose. Quelle rose sono lì perché si infettano più velocemente della vite e segnalerebbero sulle loro foglie e sui loro petali l’insorgenza di una malattia, involontariamente eroiche come i canarini nelle gabbiette dei minatori. Finché le rose sono al loro posto vuol dire che tutto va bene.

Insieme all’amico Gianni Buttiglione, raro caso di direttore artistico visivamente e moralmente indistinguibile della crew, è Vito la mente di Locus Festival, come lo è del Phest (Festival Internazionale di Fotografia) di Monopoli e di tutte le altre incursioni culturali della cantina.

Alla grande serata di Tormaresca sono tanti gli stand gastronomici. Ma il simbolo migliore della serata sono i taralli scaldati di Pietro Zito, dell’osteria Antichi sapori, a pochi minuti da Bocca di lupo. Striscioline di pasta le cui estremità sono ricongiunte in un abbraccio che, con il corretto numero di calici di rosato in corpo, diventa l’allegoria del circolo virtuoso fra la capitale di un impero vinicolo e culturale e questa periferia così centrale; teoria e pratica; visione e realizzazione. Tra le portate infinite del menu di Zito i taralli restano la più semplice e meno replicabile. L’intera osteria di Montegrosso è stata ricostruita a Tokyo, più o meno come si replica la Torre Eiffel a Las Vegas. Ma non quei taralli che si mordono la coda. Così come non è replicabile questa cantina in cui vivono più territori ma è poggiata su una sola terra.

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