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In America, ‘We Didn’t Start the Fire’ è diventata la colonna sonora del coronavirus

La canzone di Billy Joel era un riassunto di storia dal secondo dopoguerra al 1989. Oggi viene usata negli Stati Uniti per parlare di Covid-19 e di questo tempo folle

Era poco prima di mezzanotte di mercoledì 11 marzo e Brittany Barkholtz, un’analista di St. Louis, faticava a prendere sonno. Quel giorno, Donald Trump aveva cercato di rassicurare il Paese con un discorso tetro trasmesso in prima serata, Tom Hanks e Rita Wilson avevano annunciato di aver preso il coronavirus, Harvey Weinstein era stato condannato a 23 anni di carcere e l’NBA aveva sospeso la stagione dopo che un giocatore degli Utah Jazz era risultato positivo al COVID-19.

Non riuscendo a dormire, Barkholtz ha controllato il feed di Twitter. “Oggi è stato come vivere We Didn’t Start the Fire in un sol giorno”, aveva scritto l’autore televisivo Matt Warburton.

Barkholtz, che è anche insegnante di pianoforte e fan di Billy Joel, ne ha ripreso l’idea e dopo una mezz’oretta ha twittato il testo della canzone del 1989 aggiornato al 2020: “Scuole chiuse, Tom Hanks, problemi per le grandi banche, niente vaccino, quarantena, zero carta igienica divieto di viaggiare, Weinstein, panico da COVID-19, NBA, sparire, cos’altro dovrei dire?”.

“Sono nata nel 1990 e la canzone finisce nel 1989”, dice Barkholtz, 30 anni. “Ho pensato che c’era bisogno di una seconda parte perché tutta la mia vita è venuta dopo quel pezzo”.

Oltre a quello di Warburton, c’era un tweet simile di un altro autore televisivo Mike Royce: “Billy Joel dovrebbe pubblicare una nuova versione di We Didn’t Start the Fire che copra gli ultimi 10 minuti”. Difficile dire chi dei due abbia dato il via al trend, fatto sta che nel corso del fine settimana decine di americani presenti sui social media, scrittori professionisti e semplici appassionati di musica, hanno aggiornato il testo della canzone per un ipotetico remake.

Tra questi:

“Tom Hanks è infetto, i voli dall’Europa dirottati / quarantena, non c’è un posto pulito, panico negli USA!” (Danielle Lerner)

“Voli dall’Europa cancellati dalla mappa / Sarah Palin prova il rap / Hanno chiuso solo l’NBA / Che altro devo dire?” (Alex Hirsch)

“Borsa e mercati hanno deragliato, Harvey marcirà in cella / Donnie racconta bugie e storielle / Coprirà un altro guaio” (Gav)

“Coronavirus, CDC / Nessuno va in Italia… navi da crociera bloccate, non c’è carta igienica / Voli privati, niente NBA” (JonBenet Lennon)

Con grande sorpresa di Barkholtz, il suo post è stato condiviso più di 68 mila volte in due giorni, in parte trascinato dai retweet di George Takei e Patton Oswalt. Il secondo ha anche aggiunto un’idea per il ritornello: “Non abbiamo fermato il virus / Potevamo evitarlo / Ma il nostro leader è demente”.

Ci sono canzoni che durante un’emergenza nazionale cambiano natura. Dopo l’11 settembre, la versione di Hallelujah di Jeff Buckley è diventata la colonna sonora delle immagini dei soccorritori al lavoro sulle macerie del World Trade Center. Adesso forse è troppo presto per capire quali canzoni pop ci rassicureranno durante questo periodo difficile, ma negli Stati Uniti We Didn’t Start the Fire – ovviamente con queste aggiunte non autorizzate – è un’ottima candidata.

Se c’è una canzone che ha bisogno di essere aggiornata, questa è We Didn’t Start the Fire. Pubblicata per la prima volta nell’album del 1989 Storm Front, è nata da una conversazione tra Joel e Sean Lennon, all’epoca un teenager ansioso di fronte a quello che stava succedendo alla fine degli anni ’80, soprattutto il caos in Medio Oriente e in Europa. «Mi ha detto: “Negli anni ’50 e ’60 non è successo niente», ha ricordato Joel. «E l’insegnante di storia che è in me ha risposto: “Wow, non hai mai sentito parlare della Guerra in Corea, del canale di Suez, della rivoluzione in Ungheria?”».

A partire da “Harry Truman, Doris Day, Red China, Johnnie Ray”, Joel ha iniziato ad appuntare gli eventi più importanti dei 40 anni che lo precedevano. Il risultato, ha detto in un’intervista del 1990, gli ricordava «una canzone rap».

Non era proprio un pezzo hip hop – Joel dirà che la melodia era “orrenda, come il ronzio di una mosca” –, ma una canzone che nominava i momenti politici e culturali più importanti dalla Seconda Guerra Mondiale fino alla fine degli anni ’80: la Guerra Fredda, la censura, Elvis, la corsa allo spazio, Disneyland, JFK, fino a “Woodstock, Watergate, punk” e le “Cola Wars”. Era quasi il grido d’aiuto di un uomo sopraffatto dalla quantità di informazioni e cambiamenti del mondo post anni ’60.

Come ha raccontato lo stesso Joel al biografo Fred Schruers: «Qual è il vero significato della canzone? È l’apologia dei baby boomer? No, non lo è. È una canzone che dice che il mondo è un disastro. È sempre stato un disastro e lo sarà sempre».

All’epoca, il brano ha colpito il pubblico abbastanza da conquistare tre nomination ai Grammy, tra cui Song of the Year e Record of the Year (in entrambi i casi ha perso contro Wind Beneath My Wings di Bette Midler). Successivamente è stata parodiata dai Simpsons (They’ll Never Stop the Simpsons) e dal Tonight Show di Jimmy Fallon (che l’ha suonata con il cast di Avengers: Endgame).

Tuttavia, We Didn’t Start the Fire non vive un momento simile dai primi anni ’90, quando la Columbia, l’etichetta di Joel, ha distribuito 40 mila cassette del pezzo con il magazine Junior Scholastic. Poco dopo, tutti i bambini della nazione scrivevano temi sugli eventi storici nominati nel testo.

Bruce Hardy, autore ed editor di Vanity Fair USA, ha avuto un’esperienza simile a quella di Barkholtz. Anche lui si è svegliato nel mezzo della notte, ha aperto Twitter e ha visto i tweet di Warburton o Royce. Poco dopo, anche lui ha consegnato alla rete una sua strofa: “Harvey incarcerato, Casa Bianca fallita, lo stop ai viaggi è un’idea di Jared? Niente test, comportatevi bene, chiamate il dottore, dov’è Ivanka / NBA, NDA, CDC, OMG / Tom Hanks, serbatoi vuoti, Bernie Biden, il conto dei morti aumenta, Sarah Palin MASS CONTAGION!!!!”

«È il post con più views e retweet che abbia mai fatto», dice Handy. «Di solito prendo 50 like, ma qui erano migliaia».

Barkholtz, che ha scritto uno dei versi più popolari, dice di essere sopraffatta e divertita dalla risposta del pubblico. «C’è tanta gente che mi dice che dovrei fare un’intera canzone, e sarebbe divertente», dice. «È assurdo perché non sono una comica. Sono una persona normale, noiosa, che ha fatto una battuta su Billy Joel. Adesso la gente vuole che produca “contenuti”. È folle».

Per ora, Joel non ha reagito. Secondo un portavoce, ha passato il weekend con la famiglia e non era disponibile per rilasciare interviste, e non sembrava consapevole delle modifiche al suo pezzo (nessuno degli “autori social” è stato contattato dall’entourage di Joel).

Ma in quanto psicologa e assistente sociale che lavora con disturbi di depressione e ansia, spesso di adolescenti e universitari, Barkholtz pensa che questa moda non sia nata solo per divertimento.

«Viviamo in un momento di grande incertezza e ansia, e l’umorismo è un buon modo per affrontarlo», dice. «Tutto, adesso, sembra opprimente e stressante, e questo è un modo per dire: “Posso sopravvivere con una battuta su twitter, e non voglio che sia offensiva”. Disinnesca la tensione e, allo stesso tempo, ci rende consapevoli di quel che sta succedendo».

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