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Il trip hop in 10 dischi fondamentali

Atmosfere noir, ritmi hip hop rallentati, voci inquiete e malinconiche. È il sound nato a Bristol, pezzo fondamentale della musica anni ’90: dai Massive Attack ai Portishead, ecco gli album più importanti

Beth Gibbons dei Portishead nel 1995

Foto: Paul Natkin/Getty Images

Notte. Una città piovosa contornata di fabbriche, poche macchine sulle strade e un locale aperto. In un angolo trova spazio un piccolo palco nel quale si sta esibendo una cantante dalla voce tinta di blues e malinconia, al suo fianco due uomini intenti a manipolare chitarre, tastiere e campionamenti assortiti, a lanciare drum machine che si muovono in ritmi tipici dell’hip hop ma sono rallentati e non c’è rap, si adagiano bensì su atmosfere oniriche e da film noir.

Il trip hop nasce a Bristol, luogo nel quale, fin dalla metà degli anni ’80, opera un manipolo di dj, musicisti e ballerini denominatisi Wild Bunch. Questi animano le notti cittadine con esperimenti nei quali mischiano di tutto un po’ fino a ottenere un amalgama che ospita scampoli di pop, soul, blues, ambient, jazz, hip hop, dub e reggae messi insieme per creare un ben preciso stato d’animo ipnotico e suadente, perfetto che gli afterparty. Da qui usciranno fuori i Massive Attack, che per primi si faranno paladini di questo sound così particolare che alla fine manterrà dei canoni più o meno definiti solo per breve tempo. Durante gli anni ’90 il trip hop si ramificherà infatti in direzioni, mettendo volta per volta più in luce i tanti elementi che lo compongono.

Quella che segue è una lista (solo artisti del Regno Unito, solo un solo album per artista) nella quale vengono rispettate le differenti sfumature del genere, più ci si avvicina alla vetta più si condensano le caratteristiche che ce lo hanno fatto amare.

10. “Becoming X” Sneaker Pimps (1996)

Gli Sneaker Pimps sono i precursori dei Portishead del secondo album. Via quindi a un indugiare del trip hop verso ritmi maggiormente elettronici con frammenti di colonne sonore abbinati a chitarre distorte, breakbeat e sintetizzatori. Altrove sfociano nel trip blues (Post Modern Sleaze) e la cantante Kelli Dayton aggiunge un frenetico tocco punk al tutto.

9. “Formica Blues” Mono (1996)

Autori di un unico album contenente il loro singolo di maggior successo, Life in Mono, i Mono sguazzano dentro una mescolanza di sample di sigle televisive e cinematografiche anni ’60 e ’70 contornate di breakbeat mutati dal jazz e atmosfere sintetiche à la Massive Attack. L’album è prodotto da Martin Virgo, già collaboratore dei bristoliani e di Björk.

8. “Psyence Fiction” Unkle (1998)

Con dentro super ospiti canori come Richard Ashcroft, Badly Drawn Boy e Thom Yorke, il primo album del progetto Unkle (ovvero James Lavelle della Mo’ Wax in combutta con DJ Shadow) balza subito all’attenzione di moltissimi. Psyence Fiction si avvale di una produzione eccellente che dà vita a canzoni tra space-elettronica ed emotività in slow motion.

7. “Like Weather” Leila (1998)

Leila Arab, giovane iraniana di stanza a Londra, prima si dà da fare alle tastiere con Björk, poi entra nelle grazie di personaggi come Gilles Peterson e Aphex Twin, i quali le danno una mano a pubblicare il suo incredibile album d’esordio, Like Weather, che quasi stordisce per la quantità di spunti messi in campo e gestiti con rara maestria, tra trip hop, r’n’b, IDM e lo-fi in salsa ipnagogica.

6. “Lamb” Lamb (1996)

Duo formato dal musicista-produttore Andy Barlow insieme alla cantante Lou Rhodes, gli inglesi Lamb irrompono nella scena musicale nel 1996 con un album sorprendente: trip hop virato art/pop-jungle-jazz, con lussureggianti arrangiamenti orchestrali e hit come Gorecki e Gabriel.

5. “Big Soup” Luke Vibert (1997)

Già conosciuto come mente del progetto Wagon Christ, il musicista e produttore Luke Vibert pubblica nel 1997 il primo album a suo nome dalla qualità più introspettiva: trip hop magmatico con forti accenni sperimentali, un po’ come se Karlheinz Stockhausen si fosse dotato di campionatori.

4. “Londinium” Archive (1996)

Gli Archive sono un progetto (dei due polistrumentisti inglesi Darius Keeler e Danny Griffiths) trip hop con il prog e la psichedelia nel cuore. Prova ne sono i tappeti di Mellotron e Hammond sui classici ritmi del genere fin qui affrontato. L’esordio Londinium mette in campo questo bizzarro ma riuscitissimo mix con il contributo della voce di Roya Arab e del flow di Rosko John.

3. “Maxinquaye” Tricky (1995)

Tricky (Adrian Thaws) è parte del Wild Bunch e contribuisce alla nascita dei Massive Attack, dai quali prende le distanze per lo scarso spazio a lui concesso. Quando debutta da solista è subito capolavoro: Maxinquaye, dedicato alla madre suicida, mette insieme trip hop, elettronica e atmosfere torbide sulle quali Tricky si adagia accompagnato dalla voce morbida di Martina Topley-Bird.

2. “Blue Lines” Massive Attack (1991)

Sono Grantley “Daddy G” Marshall , Robert “3D” Del Naja e Andrew “Mushroom” Vowles sono gli inventori del trip hop, nonché gli autori di un autentico manifesto che trascende ogni confine musicale. Blue Lines è un lavoro notturno e inquieto, nel quale soul, reggae, vaghi singulti rap (a cura di Tricky) e psichedelia convivono armonicamente in canzoni narcolettiche e rallentate. Liquido musical-amniotico nel quale perdersi dentro le proprie allucinazioni.

1. “Dummy” Portishead (1994)

Infine il capolavoro, il disco-modello trip hop per eccellenza: la voce di Beth Gibbons nel suo perfetto equilibrio tra asperità blues e delicatezza folk, i samples, la batteria con quel ritmo, l’onnipresente piano elettrico di Geoff Barrow e le chitarre jazz di Adrian Utley. Dodici canzoni null’altro che perfette, la palpabile atmosfera noir, il viaggio notturno e piovoso, le immagini iniziali di questo articolo, la sospensione tra dolcezza e dolore.

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