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Il primo album è sempre il migliore? Sentite questi 15 dischi per cambiare idea

Contro il mito dei debutti discografici. Questi lavori di Bob Dylan, Lou Reed, Madonna, Nirvana, Nine Inch Nails, Amy Winehouse, Adele dimostrano che non sempre si parte al top

Kurt Cobain a Tokyo nel febbraio 1992, pochi mesi dopo l'uscita di 'Nevermind'

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

The Doors e The Velvet Underground and Nico alla fine dei ’60, Horses di Patti Smith e il primo dei Ramones nei ’70, Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses negli ’80, Rage Against the Machine nei ’90. Grazie ad album come questi è nato il mito rock del debutto discografico. Si pensa cioè che musicisti e band diano il meglio al primo tentativo di fare un disco: perché sono giovani e affamati, perché vi riversano le idee migliori che hanno avuto nell’arco di anni, perché quegli album sono concepiti e prodotti in circostanze irripetibili, perché se c’è una cosa che devono dire, la dicono subito, perché poi finiscono le cartucce.

Sapete come si dice, no? Hai vent’anni di vita per fare il primo disco e 12 mesi per scrivere e incidere il secondo. In alcuni casi è così, ma non è una regola. Per dimostrarlo, abbiamo selezionato 15 di quelli che i giornalisti musicali anglosassoni chiamano con metafora scolastica sophomore albums: grandi dischi che sono venuti subito dopo debutti spesso notevoli e li hanno surclassati.

Regole del gioco: oltre ad essere considerati più riusciti dei debutti, gli album che abbiamo selezionato sono centrali nella discografia di quegli artisti. Transformer lo è, ad esempio: in seguito Lou Reed ha fatto altri grandi dischi, ma quello è rimasto un classico che se la gioca con qualunque altro suo lavoro. With the Beatles o The Bends non lo sono: Beatles e Radiohead hanno poi pubblicato dischi di tutt’altro livello. Abbiamo lasciato fuori anche album fortissimi che però non superano in maniera netta i debutti: è il caso del secondo dei Led Zeppelin, di The Band, persino di Imagine di John Lennon. Troverete comunque alcune scelte opinabili: le liste sono fatte per accapigliarsi.

Ultima regoletta: abbiamo cercato di tenerci larghi, mettendo dentro rock, pop, industrial, country-rock, hip hop, canzone d’autore, classici e contemporanei.

1“The Freewheelin’ Bob Dylan” Bob Dylan (1963)

Bob Dylan arriva a New York, va in ospedale a trovare Woody Guthrie e gli ruba l’anima. D’accordo, non è andata esattamente così, fatto sta che debutta con un disco contenente due composizioni nuove (una è Song to Woody) e molti traditional, tra folk e blues, nel solco del maestro. Non c’è match: il secondo The Freewheelin’ è tutt’altra cosa. Contiene almeno cinque classici, da Blowin’ in the Wind a Hard Rain, e mostra un artista formato, con una sua personalità spiccata e unica.

2“Astral Weeks” Van Morrison (1968)

Lo sappiamo che nel 1967, l’anno in cui pubblica Blowin’ Your Mind!, Van Morrison non è un esordiente assoluto (vedi alla voce Them), ma è con quel disco che parte la sua carriera solista. E come parte: Brown Eyed Girl, T. B. Sheets, Spanish Girl. Fantastico. E però Astral Weeks è un’esperienza diversa, più completa, un antico poema cosmico che diventerà, con Moondance, simbolo dell’artista.

3“Bayou Country” Creedence Clearwater Revival (1969)

Belle Susie Q o I Put a Spell on You dal disco d’esordio del gruppo di John Fogerty, ma è con Bayou Country che i Creedence diventano i Creedence. È una questione di sound che s’affina diventando distintivo. Ed è una questione di scrittura: è nel 1969 che quel sudista immaginario di Fogerty diventa un grande autore. Cosmo’s Factory è meglio, sì, ma qui dentro ci sono Born on the Bayou e Proud Mary.

4“Abraxas” Santana (1970)

Black Magic Woman / Gypsy Queen, Samba Pa Ti, Oye Como Va. Bastano? Uscito subito dopo Woodstock, il debutto del 1969 della band aveva posto le basi per la loro miscela di rock e musica latina che qui viene perfezionata. Sì, band: all’epoca i Santana erano un vero gruppo e si sente, anche se molto gira attorno alla chitarra del leader che diventa strumento solista né più né meno con un sax nel jazz.

5“Fun House” The Stooges (1970)

Chiedete a tre persone diverse qual è l’album migliore degli Stooges e potreste ricevere tre risposte diverse: il debutto omonimo del 1969 perché è quello della rivelazione e della lurida I Wanna Be Your Dog e di No Fun. Oppure Fun House del 1970, dal sound splendidamente orribile, come scriveva Rolling Stone all’epoca. O ancora Raw Power del 1973, il nonno di tutti i dischi punk (solo un pazzo sceglierebbe i dischi post reunion). Insomma, lo sappiamo: qui si rischia la rissa, ma Fun House è un secondo, grande disco che mantiene quel che l’esordio promette.

6“Tapestry” Carole King (1971)

Il perfetto secondo album per questa lista: largamente superiore al debutto e a tutto quel che l’autrice ha fatto dopo. Di più: è uno dei grandi classici della canzone pop americana, una serie di brani pazzeschi che finalmente trasformano Carole King da autrice per altri a cantautrice di successo. Per almeno una ventina d’anni gli album di debutto delle singer-songwriter sono stati paragonati a questo. Perdendo.

7“Transformer” Lou Reed (1972)

Ok, il primo album di Lou Reed non era esattamente un debutto. Prima aveva fatto quella cosetta chiamata Velvet Underground. Ma era pur sempre il suo primo da solista e indicava una strada da percorrere. Transformer sta due spanne sopra per ispirazione, produzione, progetto. È uno dei grandi classici anni ’70, con dentro lo zampino di David Bowie e Mark Ronson e soprattutto una serie di canzoni come Satellite of Love, Perfect Day e ovviamente Walk on the Wild Side.

8“Desperado” Eagles (1973)

Lo sappiamo, nel debutto degli Eagles c’erano pezzoni come Take It Easy e Peaceful Easy Feeling, ma Desperado è il loro album migliore del periodo più vicino al country, prima del blockbuster Hotel California. Si era nell’epoca dei dischi concettuali e anche gli Eagles si sentirono in dovere di farne uno incentrato sui fuorilegge del vecchio West.

9“Like a Virgin” Madonna (1984)

Un disco enorme per il pop anni ’80, che ha surclassato in termini di vendite e influenza l’esordio del 1983. Lasciandosi alle spalle la strada, Madonna diventa Madonna, vende 21 milioni di copie, segna la strada per le star che ne seguiranno l’esempio. Sesso, empowerment, grandi produttori, visual, musica, narrazione e bling bling: era tutto qui.

10“It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back” Public Enemy (1988)

I Public Enemy fanno un salto di qualità fra il 1987 del debutto e il 1988 dell’album di Don’t Believe the Hype e Bring the Noise. Il rap diventa una forma d’arte sonora senza perdere contatto con la strada. Al tempo lo chiamavano hardcore hip hop: suoni carichi, rumorismi, lo scratch di Terminator X, testi in cui Chuck D distilla storia e contemporaneità, il buffonesco Flavor Flav.

11“Nevermind” Nirvana (1991)

Due anni dopo Bleach, i Nirvana fanno il grande salto. È premeditato: il suono Sub Pop dell’esordio viene gonfiato fino a diventare accattivante per MTV e le radio in cerca di qualcosa di nuovo e sconquassante. Migliorano le performance (alla batteria arriva Dave Grohl), migliora la scrittura di Kurt Cobain che scrive pezzi epocali che da soli, o quasi, spostano il baricentro dell’industria discografica.

12“The Downward Spiral” Nine Inch Nails (1994)

Il tipo caso di sophomore album in cui accadono varie cose: il gruppo trova un nuovo suono, la scrittura raggiunge un altro livello, arriva il successo, si apre un nuovo filone. Il The Wall degli anni ’90 ha portato nel rock un altro livello di angoscia e violenza, e pure la consapevolezza della potenza espressiva delle macchine.

13“The Marshall Mathers LP” Eminem (2000)

Uno psicodramma in 18 tracce che ha fatto di Eminem la superstar del rap d’inizio anni 2000. Un bianco, un’anomalia. Per di più accusato di tutto: misoginia, omofobia, istigazione all’omicidio. “Oh, adesso sta stuprando la madre, abusa di una puttana, sniffa coca, e gli abbiamo dato la copertina di Rolling Stone?”.

14“Back to Black” Amy Winehouse (2006)

Altro caso clamoroso di secondo album che oscura il primo. Amy Winehouse mette da parte l’amore per il jazz che traspariva da Frank e si rifà in modo spudorato ai girl group anni ’60. In più, ci mette il vissuto di una ragazza del 1983. È quasi un concept sulla storia d’amore disgraziata con Blake Fielder-Civil. E quindi sì, è il disco di Rehab, ma la morale è contenuta nel titolo di un altro singolo, Love Is a Losing Game.

15“21” Adele (2006)

Primo in classifica in oltre 30 Paesi, disco più venduto di sempre nel Regno Unito di una solista, record di permanenza nella classifica americana per un’artista di sesso femminile. Con 31 milioni di copie, 21 è anche l’album più venduto al mondo di questo millennio e potrebbe rimanere tale visto il tracollo dei supporti fisici. Poi ci sono le canzoni racchiuse da Rolling in the Deep all’inizio e Someone Like You in fondo. Voce da grande interprete e atteggiamento da ragazza della porta accanto: è questo il disco che fa di Adele la diva accessibile degli anni 2000. Ogni tanto torna e a dispetto delle mode che cambiano riesce sempre ad essere sempre mainstream.