Il pop-punk anni ’90 in 10 dischi fondamentali | Rolling Stone Italia
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Il pop-punk anni ’90 in 10 dischi fondamentali

Si ispira al sound più melodico di alcune band anni ’70, ma esplode vent’anni dopo. Dai Green Day ai Jawbreaker, ecco gli album da non perdere

Definire puntualmente e in maniera scientifica il pop-punk (alias punk-pop) non è affatto cosa facile, così come il genere stesso è solo apparentemente semplice. La descrizione più superficiale lo vorrebbe come una branca del rock alternativo che mescola le melodie del pop all’energia del punk: è vero, ma non basta a inquadrare il fenomeno in modo corretto, visto che in questa maniera si evocano – virtualmente – anche generi come l’hardcore melodico, il power pop e l’emo core… tutti in qualche maniera basati su commistioni in dosi differenti dei due ingredienti citati.

Questo genere ha una vera e propria esplosione, a partire dalle ultime pendici degli anni Ottanta, soprattutto negli Stati Uniti – in particolare grazie a etichette come Cruz, Epitaph, C/Z, Dr. Strange, Fat Wreck e la ormai leggendaria Lookout! Records fondata da Lawrence Livermore e divenuta una sorta di incubatrice per band destinate a lasciare segni anche profondi nel panorama musicale (un nome su tutti: Green Day). 

Le radici del pop-punk come suono affondano però più indietro nel tempo. Nella miglior tradizione della storia del punk, se risaliamo alla metà degli anni ’70, ci troviamo di fronte a due percorsi precisi: uno punta verso gli USA, l’altro verso il Regno Unito. In entrambi in casi sembra emergere una tendenza comune: non si tratta di creare una versione più digeribile del punk, strizzando l’occhio al mainstream, ma piuttosto di una sorta di “ribellione” ad alcune regole canoniche del punk rock così come era stato codificato. Come ha scritto il saggista Jason Heller qualche anno fa, parlando di quel momento particolare, «il pop-punk si ribellava contro il punk: voleva allontanare il nichilismo, le pose da cattivi ragazzi, il suo disprezzo per la melodia e, più di tutto, la sua seriosità […]. Lo fece cercando di esprimere innocenza, leggerezza, romanticismo e voglia di divertirsi». 

A grandi linee, negli Stati Uniti sostanzialmente si fa capo ai Ramones, che coniugano un’esuberanza/urgenza punk alle melodie solari del bubblegum pop anni Sessanta e a certi stilemi della surf music – ma non ci sono solo i Ramones: erano decisamente definibili pop punk anche band come i Tuff Darts, ma soprattutto i Dickies e i primi Descendents (che esordiscono nel 1979). 

Nei primi anni ‘80, poi, negli Stati Uniti il termine pop punk inizia a essere usato – soprattutto sulle fanzine/bibbia Maximum Rock’n’Roll e Flipside – per indicare gruppi come TSOL, Agent Orange, Youth Brigade e simili, ovvero formazioni sostanzialmente di estrazione hardcore, ma con un certo gusto per la melodia. Solo a partire dalla seconda metà degli ‘80 pop-punk tornerà a indicare qualcosa di meno hardcore, almeno nel gergo della stampa di settore. Nel Regno Unito la questione è decisamente più variegata: fin dagli albori del fuoco settantasettino, infatti, si incontrano band del calibro di Buzzcocks e Undertones, incontrovertibilmente legate a sensibilità pop e melodie a presa rapida, pur con un piglio punk e più aggressivo. E, per restare nello stesso periodo e sempre nel regno di Elisabetta II, come non citare Generation X, 999, Jam, Rezillos/Revillos, Lurkers, Undertones e Toy Dolls? Gli ingredienti sono esattamente gli stessi.

È però, come si accennava, negli Stati Uniti che il genere gode di nuova linfa e diffusione a partire dalla fine degli anni ‘90 (mentre in UK va, diciamo così, in dissolvenza a favore di un’attitudine molto più pop che punk): un’ondata che cresce piano, fino a travolgere anche i piani più alti e mainstream del music biz, che si trova a fare i conti con fenomeni come i Green Day di Dookie, ma anche gli Offspring di Smash, i Bad Religion nel loro periodo major, fino ad arrivare ai patinatissimi – ma ineccepibili a livello formale – Blink 182 (deflagrati con Enema of the State).

Di seguito troverete un percorso attraverso 10 album-cardine per approfondire appunto il pop punk degli anni ‘90, ossia quello dell’epoca di maggiore splendore. A scanso di equivoci, non si tratta di una guida enciclopedica e onnicomprensiva, ma di una sorta di mappa di massima.

I dischi sono elencati semplicemente in ordine di uscita e alfabetico – non c’è, quindi, alcuna gerarchia o valutazione di merito insita nella sequenza. Ho deliberatamente escluso gruppi come NOFX, Offspring, Pennywise, Bad Religion etc. perché più vicini all’idea di hardcore melodico che non di pop punk (per quanto i confini fra i due generi abbiano aree periferiche sovrapponibili). Stesso discorso per band più vicine all’emo core (Farside, Dag Nasty, Down By Law, per citare qualche esempio), le poche più contigue al power pop e quelle dalla coloritura più punk rock (Rancid su tutti) o ska punk. 

Parasites, Pair of Sides (Shredder, 1990)

Il debutto di una band purtroppo mai accarezzata dalle luci della ribalta, ma validissima e in qualche modo seminale, visto che nel 1990 usciva con un gioiellino di vero pop-punk/bubblegum rock’n’roll urticante e zuccheroso al punto giusto. I Ramones sono ben presenti nel songwriting di Nikki Parasite, che riesce comunque a essere personale e mai derivativo: fra i gioielli minori dei ‘90, questo gruppo è ancora sporadicamente attivo e ha inciso 9 album fra live e studio.

Screeching Weasel, My Brain Hurts (Lookout! Records, 1991)

Ben Weasel (all’anagrafe Benjamin Foster) è uno dei guru del pop-punk mondiale – oltre che un personaggio decisamente polemico e controverso, ricco di luci e ombre (per usare un eufemismo). Questo terzo album offre un cambio di stile, rispetto al sound più veloce e quasi vicino all’hardcore dei primi due, gettando le basi per l’ABC del pop punk anni ’90 – pur mantenendo una certa rozzezza e ruvidità. Riff minimali, armonie vocali, melodie a presa rapida: c’è tutto.

Green Day, Kerplunk! (Lookout! Records, 1992)

Dookie, l’album seguente di Billie Joe & co., ebbe un impatto commerciale devastante – grazie anche al singolo “Basket Case” – ma a livello musicale Kerplunk! è senza dubbio superiore e rappresenta la scintilla della rivoluzione “new punk” a venire. Come a voler sottolineare il concetto, in Dookie la band recuperò “Welcome To Our Paradise” da Kerplunk!, riregistrandola con titolo leggermente mutato. Grandi melodie, riff a presa rapida ed energia a fiotti. No filler, all killer, come si diceva tanti anni fa.

The Hanson Brothers, Gross Misconduct (Alternative Tentacles, 1992)

Progetto parallelo dei canadesi No Means No al completo che abbandonano per l’occasione il loro punk intelligente e complesso, per gettarsi a capofitto in un sound ramonesiano con forti sensibilità pop – e un concept di fondo: l’hockey. La loro eccellente competenza e tecnica strumentale viene messa al servizio della classica canzone da due minuti (e non di più) strofa-ritornello-strofa, con risultati da applauso.  

The Mr. T Experience, Milk Milk Lemonade (Lookout! Records, 1992)

Il quarto album della band del geniale Dr. Frank è un buon manifesto – anche se praticamente tutta la produzione della prima metà anni ‘90 merita fortemente. Un pop punk/power pop mai banale, compositivamente intricato e lontano dagli schemi facili, battuti fino alla morte, ma catchy come pochi. Ai Mr. T Experience sono mancati gloria ed esposizione, ma di sicuro non la qualità – che si riflette anche in testi profondi e letterari (non a caso Mr. Frank ha una carriera parallela come autore di romanzi).

The Muffs, The Muffs (Warner Bros., 1993)

Esordio alla grande, direttamente su major, per la band guidata dalla vulcanica – e purtroppo prematuramente scomparsa Kim Shattuck (ex Pandoras). Il disco non fu un successo per gli standard di una major, ma resta uno dei pilastri del pop punk con un twist aggressivo, grazie al ruggito di voce e chitarra di Kim, capace di creare pezzi al sapore di zucchero e peperoncino. Un tassello imprescindibile per la storia del genere.

The Queers, Love Songs for the Retarded (Lookout! Records, 1993)

Sono fa i numi tutelari del genere, con una carriera turbolenta iniziata all’alba degli anni ‘80 (con un sound più cattivo e tirato, anfetaminico, molto punk). Dal 1990 a oggi hanno pubblicato 14 album in studio e questo è il loro secondo: una specie di vademecum del pop punk (sempre coi Ramones a fare da Stella Polare), forse è il disco più solare di Joe King e soci, fatto di pezzi nati per il singalong.

Jawbreaker, Dear You (DGC, 1995)

Un gruppo speciale, che Nicholas Pell della testata LA Weekly ha definito «l’equivalente dei Velvet Underground nel pop-punk: una band che ha ispirato e dato origine a migliaia di altre». Trevor Kelley di Alternative Press li ha descritti invece come «i Green Day per intellettuali». Questo loro debutto su major è anche il capitolo finale della band (riunitasi qualche anno fa) e mixa un pop punk cristallino a suggestioni dalle tinte fortemente emozionali: una ricetta unica destinata a influenzare l’ondata emo (quello più mainstream) a venire. Per una versione (molto) più ruvida dei Jawbreaker è invece consigliato rivolgersi al debutto Unfun (1989).

Riverdales, Riverdales (Lookout! Records, 1995)

Ben Weasel, al seguito di uno dei molteplici – e quasi ridicoli – scioglimenti dei suoi storici Screeching Weasel, unisce le forze con Dan Vapid e Dan Panic (entrambi ex Screeching Weasel) per un progetto d’ispirazione Ramones al 100%. Questo primo album è un piccolo gioiello di pop punk ruvido e melodico, indispensabile per chi non ne ha mai abbastanza di ascoltare i Ramones e conosce a memoria ogni loro brano. I Riverdales hanno inciso 5 album in diversi periodi (fra scioglimenti e reunion), ma il migliore resta indubbiamene il debutto.

Head, The Monkees (Evil Clown Records, 1997)

Seattle, negli anni Novanta, è stata la capitale del grunge e delle band “fuorisede” che si spostavano lì a caccia di un contratto discografico. Eppure non tutti si gettavano in questa mischia: c’era anche gente come gli Head – che si vestivano come i Ramones, suonavano come i Ramones, imbracciavano persino gli stessi strumenti dei Ramones. Una cosa che hanno provato in tanti, ma pochi – veramente pochi – sono riusciti a farla bene. Fra i pochi ci sono gli Head, che in questo disco si immedesimano perfettamente nei 4 finti fratellini del Queens. Una band leggendaria, ma fuori da ogni mercato e hype: provate a cercarli online… praticamente la loro presenza è fantasmatica, nonostante lo status di cui godono.