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Il greatest hits alternativo di Freddie Mercury con i Queen

Diciassette canzoni non incluse nei tre greatest hits ufficiali della band che riflettono l’abilità compositiva, l’ironia e il senso di grandeur di Mr. Bad Guy

I Queen nel 1973

Foto: Michael Putland/Getty Images

Trent’anni fa se ne andava Freddie Mercury. Per ricordarlo abbiamo immaginato un best of alternativo usando come criterio d’inclusione i brani in studio da lui firmati, ma non pubblicati nelle numerose compilation dei Queen (esclusi i box set).

Sono 17 canzoni, come il numero delle tracce dei tre Greatest Hits ufficiali della band (forse quel numero aveva portato fortuna con la prima raccolta, uno dei dischi più venduti di sempre?), che riflettono l’abilità compositiva, l’ironia e il senso di grandeur del cantante di uno dei gruppi pop-rock più famosi del pianeta.

Let Me Entertain You (1978)

Dall’album Jazz. Uno dei capisaldi delle scalette dal 1978 fino ai primi anni ’80 è una forte d’intenti ma il testo, impregnato di humour, ci suggerisce di non prendere le cose troppo sul serio. “Vi crudeliademonizzerò”; “Vi daremo performance pazzesche / Vi daremo motivi per divorziare”; “L’attrazione S & M”. E anche “Canteremo in giapponese”, riferendosi in modo sarcastico a Teo Torriatte (Let Us Cling Together), il brano conclusivo di A Day at the Races nel cui testo ci sono alcuni versi in lingua nipponica in seguito alla visita dei Queen nel Paese durante i primi tour orientali.

Get Down, Make Love (1977)

Funky e psichedelica, pulsante ed esplicita. Il groove della quarta traccia di News of the World è simile a quello di Let Me Entertain You, ma dopo essersi fatti almeno una canna. È un altro brano cardine delle setlist dal News of the World Tour (1977-1978) fino all’Hot Space Tour (1982). Gli effetti non sono addebitabili a sintetizzatori (“No synthesizers!” è stata la regola aurea del gruppo fino a The Game del 1980) ma ai pedali speciali collegati alla famosa chitarra Red Special di Brian May.

Mad The Swine (1972)

Quando uscì questa canzone nel CD singolo di Headlong, da Innuendo (1991), ci si chiese (illudendosi) se esistessero altre perle inedite di tale fattura negli archivi della band. Quella che doveva essere la quarta traccia dell’esordio dei Queen, una ballata sognante e fiabesca con innesti di tropicalismo, psichedelia e rock-blues acido, venne scartata nella disputa fra Brian May e il produttore Roy Thomas Baker. Simili chicche non ne sono più uscite.

The Fairy Feller’s Master-Stroke (1974)

Nelle pieghe di quella maestosa e imperscrutabile meraviglia che è il secondo disco dei Queen (per chi scrive il loro capolavoro assoluto), c’è uno dei pezzi più originali scritti da Freddie Mercury, con tanto di nacchere e clavicembalo. Il titolo è ispirato dall’omonimo dipinto e poema del pittore vittoriano Richard Dadd. Il brano termina di botto perché è parte centrale della mini-suite della facciata “nera” del disco firmata da Mercury, mentre il lato “bianco” è in mano a Brian May. Roger Taylor l’ha definito «il più grande esperimento in stereo» della band. Una delle sue rare rappresentazioni live è stata pubblicata nel Live at The Rainbow ’74.

In the Lap of the Gods (1974)

Un campionario di tutto quello che la gente ama (o odia) dei Queen. Sovraincisioni magniloquenti e tridimensionali, acuti impossibili, la “voce” inconfondibile della chitarra di May, il pianismo di Mercury, il basso ultraskillato di John Deacon e il drumming in stile Ginger Baker di Roger Taylor. La risposta acerba (vanagloriosa?) a The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd.

Great King Rat (1973)

Una delle prime canzoni elaborate dal gruppo nel 1971 negli studi di registrazione De Lane Lea. Dietro al volto hard rock, flagellato dai riff e assoli di May e continui cambi di tempo che facevano sudare l’anima a Roger Taylor, si affaccia la surreale fantasia del cantante. Il Grande Re Topo è uno dei primi personaggi di una lunga serie che si rincorrono nella fervida immaginazione fanciullesca di Mercury. In questo caso si tratta di uno spunto “rubato” a Old King Cole, una filastrocca per l’infanzia del 1708.

Bring Back That Leroy Brown (1974)

Settanta tracce vocali da mettere insieme in un mixer a 24 piste rimasto inutilizzato dal 1972 ai Trident Studios. Brian May, già reduce da un’epatite mentre i Queen erano in tour con i Mott The Hopple, torna in ospedale per un’operazione chirurgica a causa di un’ulcera allo stomaco. Sheer Heart Attack è un disco fatto in fretta e furia e per gran parte senza il chitarrista, ma è uno dei meglio recensiti per il suo riuscito connubio fra hard rock e glam. Ma questo pezzo non c’entra nulla né col glam né tantomeno con l’hard rock. È melodramma-vaudeville, Tin Pan Alley, con l’ukulele e il banjo suonati come in un Dixieland. Tutto volutamente artificioso. “Ridateci quel Leroy Brown” è forse una dedica a Jim Croce, scomparso un anno prima in un incidente aereo.

Seaside Rendevous (1975)

Dallo stesso repertorio faceto proviene questa “cartolina balneare” dagli anni ’30 pubblicata su A Night at the Opera. I Queen confezionano un ragtime glitterato con il cantante al jangle piano che in barba ai critici che stroncano puntualmente i dischi dei Queen si diverte col suo estro. Roger Taylor e Freddie Mercury, i due mattatori del gruppo anche fuori dalle scene, s’inerpicano in un grottesco bridge musicale. Il duo imita a voce gli strumenti a fiato (un clarinetto, tube, trombe, persino un kazoo). Il batterista arriva addirittura a emulare un fischietto per cani. Il segmento di tap dance viene invece messo a punto dalla coppia ritmando sul banco del mixer con le dita infilate in ditali da cucito in metallo.

Lazing on a Sunday Afternoon (1975)

Come Seaside Rendevous e Bring Back That Leroy Brown, gioca su toni farseschi in una sorta di allegra competizione che Mercury ingaggia con se stesso. «Beh, mi piace fare delle cose in stile vaudeville. È una specie di prova… Amo scrivere cose del genere e sono sicuro che farò molto di più… È una bella sfida», disse in un’intervista a Record Mirror del 1976. Cosa c’è di più teatrale di un ragazzo qualunque di Londra che il venerdì va a dipingere al Louvre?

My Melancholy Blues (1977)

Al pari di Nevermore, You Take My Breath Away e Jealousy, questa ballata venata di jazz per pianoforte svela il lato più intimo e personale dell’artista nato a Zanzibar. Diversamente dalle altre si colloca per la sua unicità e la sua vocalità al confine della dissonanza come l’unico brano dei Queen suonato in 2/4 e uno dei pochissimi momenti in cui l’onnipresente chitarra elettrica di May non ha effettivamente un ruolo nella trama musicale.

Life Is Real (Song for Lennon) (1982)

In molti concordano sul fatto che questa canzone sia la più bella dell’abbuffata elettronica di Hot Space, album più sperimentale che commerciale come vuole la vulgata e ingiustamente bistrattato. Ma non c’è dubbio che il tributo a John Lennon sia una delle cose più belle del repertorio del frontman dei Queen. Il pathos con cui Mercury “parla” alla leggenda è sublime ma deferente. Scrive nella sua biografia Peter Freestone, assistente personale di Mercury dal 1979: «Durante la sua vita, Freddie era stato un ammiratore entusiasta di Elvis Presley e di John Lennon, che considerava alla stregua di eroi. Non si sarebbe mai sognato di essere incluso, una volta scomparso, in una categoria così prestigiosa», riferendosi a una delle prime liste dei grandi del pop in cui venne incluso nel 1995.

Man on the Prowl (1984)

Freddie does rock and roll. Il lato B di un ipotetico singolo rockabilly assieme a Crazy Little Thing Called Love, inclusa in The Works e ristampata a stretto giro nel singolo natalizio Thank God It’s Christmas. Ricetta semplice: tre accordi e via. Jerry Lee Lewis, Elvis Presley, Carl Perkins. Lick di Stratocaster e sfrenato piano rock’n’roll in coda così infuocato e derivativo da far pensare a una dedica ufficiale a The Killer.

Football Fight (1980)

Il brano strumentale più orecchiabile, con gli effetti sirena della tastiera suonata da Freddie, della colonna sonora di Flash Gordon, B-side del singolo della più ben nota Flash, fa da sfondo sonoro alla scena in cui l’eroe dei fumetti, interpretato da Sam J. Jones, cerca di seminare il panico alla corte dell’Imperatore Ming (Max von Sydow) simulando azioni di football americano. Una gag divertente di un film poco coeso ma memorabile soprattutto per il cast nel quale spicca una glaciale Mariangela Melato e una sensualissima Ornella Muti. E, ovviamente, per la prima colonna sonora dei Queen. La seconda sarà quella scritta per Highlander, piattaforma dell’album A Kind of Magic del 1986.

Keep Passing the Open Windows (1984)

L’incipit è una delle cose più belle che ha scritto Mercury. Peccato che poi la canzone si perda, ma quell’inizio è una bomba di melodia che rimane impressa. La frase che dà il titolo alla canzone fa riferimento a un passaggio importante di Hotel New Hampshire, Bildungsroman dello scrittore John Irving (Il mondo secondo Garp, Le regole della casa del sidro). I Queen volevano musicare il film tratto dal libro ma non riuscirono a dedicargli il tempo giusto e decisero di inserire il brano in The Works.

Don’t Try Suicide (1980)

Un’altra canzone che fa riferimento al suicidio (come il testo ispirato al romanzo di Irving) e che trova posto in The Game del 1980. I Queen si sono spostati ai Musicland Studios di Giorgio Moroder a Monaco sotto l’egida del produttore tedesco Reinhold Mack (E.L.O. e Sparks fra gli altri) a caccia del successo commerciale. Tutti i brani del disco – che spopola in classifica – risentono di una forte compromissione fra le capacità compositive dei membri della band e la palese ricerca di un sound accattivante fra la dance, il funk e il pop con le linee di basso di John Deacon in prima linea. Don’t Try Suicide, che a tratti sembra voler imitare Walking on the Moon dei Police, è singolare nella discografia della band ma tratta un tema osticissimo in un che rasenta l’insensibilità. Lato B della hit planetaria Another One Bites the Dust.

Soul Brother (1982)

Il retro di Under Pressure (con David Bowie) sembra un divertissement dedicato a Brian May. In realtà si tratta di un brano molto riuscito, anche se non sufficientemente lavorato (fu scritto in soli 15 minuti). La vocalità di Freddie Mercury si accaparra gran parte della scena e lo fa in modo straordinario, dilettandosi con l’estensione vocale, ma soprattutto col testo che mette in sequenza diverse citazioni delle canzoni dei Queen.

Jesus (1973)

L’incedere solenne e battagliero di questa canzone può ricordare Procession da Queen II. Per entrambi, come per Mad The Swine e Great King Rat e altre canzoni del primo e secondo album è stato utilizzato il Deacy Amp, un amplificatore fatto in casa da Deacon, studioso di elettronica, che permetteva alla Red Special di Brian May di ricreare le varie parti di un’orchestra. Guardando oltre le sonorità corpose e sfaccettate, questo insolito brano si fa notare per il soggetto religioso che affronta: una sorta di mistica ascesa al potere di Gesù Cristo.

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