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Il glam rock inglese in 10 dischi fondamentali

Un viaggio nell'incasinata tavolozza di colori della musica che ci ha salvati dal rock in bianco e nero. Non solo Bowie e Bolan, non solo star, ma anche pazzi sperimentatori e band suicide nell'Inghilterra dei '70

David Bowie nel 1973

Foto: Gijsbert Hanekroot/Redferns

Beh ragazzi, nonostante Sanremo sia finito ancora mi prude la questione glam. Nell’accezione del “primo quadro” presentato da Achille Lauro con le parole “sono il glam rock (…) Dio benedica chi è”. Ebbene, il glam non era proprio un movimento amico di Heidegger: camaleontici fino in fondo, gli eroi del genere non avevano alcuna identità definita, neanche sessualmente. Persino definirli gender fluid sarebbe inesatto: se ci pensate, nel Regno Unito trovare una band femminile o una cantante glam era grasso che colava, e i gay dichiarati erano una manciata.

A causa di questo e altri paradossi (come il fatto che in realtà sia rock’n’roll classico filtrato dalle nuove tecnologie di registrazione dei ’70) per capire cos’era è meglio far parlare la musica più che il make-up o i vestiti. Eecco perché ho deciso di redigere un bignamino di 10 dischi glam che ne raccontano la storia. Rigorosamente inglesi, ovvio: perché è da qui che parte tutto e da qui che in un certo senso finisce (se vogliamo pensare alla morte di Bowie come il capolinea di tutta una concezione dell’arte e della vita). Andiamo ad ascoltare allora delle opere (acclamate o meno) che racchiudono lo spirito di uno stile che ha dato una scossa irripetibile al mondo del pop.

1“Diamond Dogs”, David Bowie (1974)

Se si parla di dischi glam, Bowie è al primo posto, ma al suo manifesto Ziggy Stardust preferiamo Diamond Dogs, che segue di un paio d’anni e rappresenta il canto del cigno del glam bowiano. È un disco che rispetto a Ziggy innalza il genere a delirio orwelliano: dal musical egotico si passa diritti al collasso collettivo. Non solo anticipa il punk, ma prima dei Wild Boys di duraniana memoria entra in identici territori burroughsiani (e i Duran rubano moltissimo, basta sentire il sound di Candidate). Un mondo dominato da cani diamante che seminano morte, le atmosfere cupe proto dark. Nella sua previsione dell’oggi (“As they pulled you out of the oxygen tent / You asked for the latest party”) è intriso di quell’euforia terminale che diventa orgia anfetaminica di chitarre crude. L’uscita del disco divide la critica: Bowie invece divide se stesso da Ziggy, come il colpo di loop finale che chiude Chant of the Ever Circling Skeletal Family. Il resto è new wave.

2“Mott”, Mott the Hoople (1973)

A proposito di Bowie, il suo tocco magico salverà una band che proprio nello sfaldarsi trova in lui il suo mentore: i Moot the Hoople. Li considerava dei selvaggi, gli unici veri “punk prima di te”. Nel 1973 li recupera col cucchiaino e produce l’epocale All the Young Dudes (e gli cede il brano omonimo, uno “scarto geniale” di Ziggy Stardust), mutandoli in leggenda del glam. Ma noi preferiamo il successivo Mott, dove la band si produce da sola intenzionata a mettersi Bowie alle spalle. Il testo street e la potenza sonico esistenziale di Violence, All the Way from Memphis che è l’epopea rock più coverizzata in assoluto nella storia del glam e che ha in nuce la caratteristica progressione punk che farà la fortuna dei Sex Pistols, il Moog tutto fischi della bipolare Honaloochie Boogie sono un must. Mott ha un songwriting micidiale, frutto di una competizione estrema che però porterà il leader Ian Hunter all’esaurimento nervoso, vanificando la conquista degli Stati Uniti.

3“Sheer Heart Attack”, Queen (1974)

Alle sorti dei Mott the Hoople sono legati i Queen, che agli inizi sono tra i grandi nomi del glam e fanno loro da spalla negli Stati Uniti. In Sheer Heart Attack si trova la perfezione, senza più fascinazioni prog. I dudes sono citati chiaramente in un verso di Now I’m Here, la versione glam rock del Syd Barrett di Arnold Layne. Il disco nasce in circostanze critiche (la pessima salute di Brian May) ma niente paura, ci sono l’inno gay Brighton Rock, Killer Queen con i suoi arabeschi, la tosta doppietta Tenement Funster e Flick of the Wirst in cui Roger Taylor e Freddie Mercury si fondono rivelando la doppia faccia del rock (la libertà del farlo e la schiavitù nel produrlo). Ma soprattutto la proto thrash metal Stone Cold Crazy e tutta una serie d’innovazioni in studio, come l invenzione di una specie di loop station. La sintesi dell’LP è nella copertina: quattro rocker esausti e sudati in preda a un attacco di cuore.

4“Dandy in the Underworld”, T.Rex (1977)

Che Marc Bolan sia l’inventore del glam non v’è dubbio, che i suoi T.Rex fossero una mina ancora meno. Inni come 20th Century Boy sono ancora oggi il top. Vero è però che dopo il secondo LP Electric Warrior, il capolavoro del movimento, i nostri sono dati per finiti. Nel 1973, infatti, Bolan imbottito di droga e alcol sembra l’Elvis del glam rock. E invece nel 1977, in piena era punk, Dandy riporta i T.Rex in classifica, filtrando col nuovo trend (i Damned aprivano i loro live) senza cedere alla moda, anzi cercando una nuova via al glam: suoni asciutti, spazio alle chitarre processate e ai sintetizzatori, uno slancio verso il futuro (i Sigue Sigue Sputnik negli anni ’80 perfezioneranno le intuizioni di Bolan, con la loro 21th Century Boy, così come gran parte del glam metal). Nonostante la strada sia quella giusta, la strada – quella vera – spezzerà le ali a Bolan. Muore poco dopo l’uscita di questo LP, che a tutt’oggi è il suo testamento alle nuove generazioni sintetiche.

5“Weren’t Born a Man”, Dana Gillespie (1973)

Dicevamo che nel glam inglese le donne scarseggiano: strano, ma ancor di più sapere che è così per motivi futili. Ad esempio Zenda Jacks, che nel 1974 pubblicò un 7”, Rub My Tummy, la risposta inglese a Suzi Quatro, o le Moodies, iconoclasta all female band patrocinata da Brian Eno, big thing annunciata (Malcolm McLaren docet): in entrambi i casi nessun album. Ma ecco la sensuale Dana Gillespie: una voce forte, legata al blues e al folk come al teen pop. Tutte cose che in questo LP confluiscono naturalmente nel glam. Producono infatti David Bowie e Mick Ronson, il guitar hero degli Spiders from Mars. Dana fu quella per cui David scrisse nel 1971 Andy Wahrol, qui nella versione originale. Ma la maggior parte dei brani sono della Gillespie: rosse litanie come Eternal Showman, elegie rock come Dizzy Heights. La fama di attrice oscurerà la cantante (ricordiamo che a teatro fu la Maddalena di Jesus Christ Superstar). Ma in ambito wave ispirerà, tra gli altri, Marc Almond.

6“A Single Man”, Elton John (1978)

«Passare del tempo con Dana è stato speciale. Era magica e mi ha aiutato a superare la mia timidezza». Ci crediamo, visto l’apporto che Elton John porterà alla popolarità del glam rock, con quello che molti indicano come il suo capolavoro, ovvero il doppio Goodbye Yellow Brick Road del 1973, ispirato alla storia del Mago di Oz. Ma A Single Man è datato 1978 e ha un significato particolare: esce infatti due anni dopo Blue Moves, che fu l’ inizio di un calo di popolarità dovuta a un parziale coming out di Elton a Rolling Stone. Scosso probabilmente dalla reazione, Elton annuncerà di volersi ritirare dalle scene. E lo fa idealmente con un glam più moderno, tra new wave e pop patinato prima di trasformarsi in una popstar generalista. A Single Man è un disco che ha sempre spaccato la critica: per alcuni l’ ultimo capolavoro, per altri il primo passo falso. Un limbo il cui suono è in Reverie e Song for Guy, anticipatori della vaporwave e istrionici per sottrazione.

7“First Base”, Babe Ruth (1972)

Di band glam con istrionici frontman è piena la storia del rock inglese, ma ancora una volta non di ragazze: aleggia lo spettro del teatro elisabettiano. In questo caso scordarsi di una voce come quella di Jenny Haan è un crimine. Una delle ugole femminili più potenti dopo Janis Joplin, un look glam sinuoso fatto di tutine attillate color argento e ombelico in bella vista. E i suoi soci sono una potenza “trasversale”. Avevano un chitarrista come Alan Shacklock, dalle solide basi classiche che si respirano in The Runaways (ci riporta subito alla glam rocker americane: solo un caso?). Per non parlare dell’ipnotica The Mexican, ipercampionata nel mondo dell’hip hop. Tra la manciata di album pubblicati tra il ’70 e il ’75, anche Babe Ruth del 1975 e il successivo Stealin’ Home, in cui i synth la fanno da padrone, contengono a volte una vera e propria” sfida” allo stile di Suzi Quatro. La nostra Jenny racconta infatti di serate nel backstage con Iggy Pop e gli Zeppelin a bere champagne: chapeau.

8“For Your Pleasure”, Roxy Music (1973)

«Mi ero rotto le palle di leggere articoli che in teoria erano dedicati ai Roxy Music, ma in realtà parlavano di Eno che registrava lombrichi». Un Bryan Ferry piccato narra così la competizione con Brian Eno per conquistare i riflettori e le ragazze (altro che androginia). Il gruppo d’altronde era di Ferry, ragion per cui Eno accetta di andarsene, imboccando una celebratissima strada da solista. I Roxy senza di lui faranno cose egregie – sebbene in una dittatura illuminata – ma è indubbio che la chimica tra questi due ego producesse faville. Dei due unici dischi con Eno scegliamo For Your Pleasure. Vuoi per la copertina che ritrae una splendida Amanda Lear con al guinzaglio una pantera, vuoi perché il caos del primo disco omonimo diventa quadratissimo senza perdere un pelo di futuro. Valga per tutte la title track in cui Eno saluta i suoi fan mangiandosi la canzone a colpi di effettistica dopo aver sparso di sintetizzatori impazziti tutti i solchi dell’album. Pura pop art.

9“In Flame”, Slade (1974)

Se pensavi che il glam fosse solo roba da effemminati borghesi, con gli Slade cambiavi subito idea. Una band di scalmanati proletari, dalle zone più hardcore del Regno Unito. Ai loro concerti le sedie venivano divelte e lanciate per aria, i giovani impazzivano. Con i loro testi farciti di slang e di inni alla ribellione “ormonale” proto noise rock, gli Slade ottennero un grande successo tanto che molti non tardarono ad accostarli ai nuovi Beatles (d’altronde a Lennon s’ispirava il frontman Noddy Holder). Ma un giorno, sulle orme dei Fab Four, decidono di fare un film su una band immaginaria. Slade in Flame però è una pellicola cruda che smaschera la macchina di sogni della discografia, non ci si diverte. Mentre perdono fan, gli Slade scrivono il loro Sgt. Pepper’s levandosi di dosso i luoghi comuni di zori per un pubblico zoro. Tra Clavinet, fiati, orchestre e chitarre di smalto fresco, In Flame rimane forse l’album della band più rivoluzionario, poiché commercialmente suicida.

10“Wizzard Brew”, Wizzard (1973)

Roy Wood è forse uno dei personaggi più bizzarri del glam: cofondatore degli ELO con Jeff Lynne, gli lascerà presto la band perché troppo leggera e devota ai Beatles. Il nostro quindi fonda gli allucinati Wizzard, e nel ‘73, dopo una serie di singoli “regolari”, tutti in top 10, pubblica il mefitico primo album Wizzard Brew che di commerciale ha solo l’idea. Perché metti su l’LP e ti esplodono in faccia tutti gli anni ’60 compressi insieme, con orchestrazioni psichedeliche e un Wood of sound che è la versione maligna del wall of sound di Phil Spector, come se il negativo del rock’n’roll sorgesse da profondità demoniache. Un profeta della loudness war, un Frank Zappa del pastiche e pioniere del lo-fi per la tendenza a saturare tutto (Ariel Pink gli deve molto, così come tanti noisers massimalisti di casa Skin Graft). Capolavori come Wear a Fast Gun sono un caos melodico pieno di colpi di scena disturbanti come se a George Martin fosse venuto un ictus improvviso nell’atto di arrangiare.

Molti costumi e molta vernice sono passati, ma il glam rimane ancora nelle pieghe di tutta la musica di oggi, persino nella trap, senza doverlo scomodare direttamente. Molti sono ancora i suoi simboli storici (ricordiamo gli Sweet, Gary Glitter, ecc), come c’è ancora molto da riscoprire tra revival e act oscuri. Una cosa è certa: rimane un mistero tra il tutto e il niente ed è meglio che sia così. Se come diceva Bowie «la musica è il colore, non il dipinto», allora il glam ci salverà sempre dal bianco e nero dell’essere con la sua, infinita e oltraggiosa, tavolozza incasinata.