Il futuro del canto lirico passa da un’accademia in Toscana | Rolling Stone Italia
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Il futuro del canto lirico passa da un’accademia in Toscana

Siamo stati alla Masterclass 2026 della Georg Solti Accademia di Bel Canto, di cui Rolex è donor, per scoprire i giovani talenti che vogliono diventare i cantanti lirici di domani

Il futuro del canto lirico passa da un’accademia in Toscana

L'esibizione degli studenti della Masterclass 2026 della Georg Solti Accademia di Bel Canto

Foto: Jennifer Lorenzini

Che cosa spinge un ragazzo di vent’anni innamorato della musica a scegliere, invece della chitarra, invece del computer, del microfono, la strada più scomoda e probabilmente più difficile di tutte, vale a dire quella dell’opera? È quello che chiedo a quattro dei dodici partecipanti alla Masterclass 2026 della Georg Solti Accademia di Bel Canto, seduti in cerchio in una sala riparata dal caldo asfissiante e l’aria carica di umidità di Castiglione della Pescaia.

Una tradizione ormai consolidata che lega fortemente il direttore d’orchestra ungherese — mancato nel 1997 — alla località marittima toscana. Qui il Maestro aveva una delle sue residenze, che usava sia come buen retiro, sia come luogo per incontrare talenti, cantanti, musicisti e portare avanti la sua missione di divulgazione della musica classica. Solti, infatti, aveva capito subito la potenza del disco come strumento di comunicazione e si è dedicato molto alla musica registrata al punto da essere stato per anni il primatista di vittorie nella storia dei Grammy (32 su 74 nomination). Un primato che ha perso solo nel 2023 per mano di una certa Beyoncé.

Sono infatti vent’anni che la Georg Solti Accademia di Bel Canto sceglie ogni estate dodici cantanti e li porta in questo borgo maremmano su idea della moglie, Valerie Solti. Fondando l’accademia, l’affetto privato che la famiglia aveva per questo angolo di Toscana si è evoluto in politica culturale attiva, grazie a quella che oggi è una delle scuole di perfezionamento più prestigiose al mondo per giovani interpreti del repertorio italiano. Tre settimane di full immersion tra lingua, stile e tecnica ottocentesca, con un corpo docente che negli anni ha contato nomi come Leo Nucci, Richard Bonynge, Angela Gheorghiu, Kiri Te Kanawa.

Il primo atto dell’edizione 2026 è il concerto pubblico nell’omonima Piazza Solti. Un piccolo palco architettonico affacciato sul mare, dove il paese intero – pescatori, bagnanti, famiglie in infradito – si ferma ad ascoltare arie di Rossini, Verdi, Puccini, Donizetti cantate da ragazzi under 30 provenienti da più di dieci paesi del mondo (tra cui Stati Uniti, Cina e Armenia) e che rappresentano alcuni dei migliori prospetti del mondo del Bel Canto. Il concerto è gratuito ed è un gesto di autentica restituzione: la comunità che per un mese ospita e accompagna questi giovani viene ripagata con la cosa più preziosa che sanno offrire. La voce, senza microfono, senza rete.

Foto: Jennifer Lorenzini

Quando mi trovo davanti i quattro cantanti faccio loro la stessa domanda. È una curiosità naturale, che immagino prenda tutti quando si parla di musica lirica. Ne escono fuori delle storie assurde e bellissime.

C’è ad esempio Ferdinand Muradyan, unico basso nella Masterclass, che fino a diciotto anni era portiere nelle nazionali giovanili dell’Armenia e che dell’opera non sapeva letteralmente nulla – «non sapevo nemmeno cosa significasse la parola», racconta – finché un problema agli occhi non lo ha allontanato dal campo e un direttore di conservatorio, capitato per caso a un concerto scolastico, non gli ha detto che aveva «la faccia da cantante d’opera» ancor prima che la voce. C’è il tenore Adam Catangui, cresciuto nel South Dakota e che ha studiato alla Juilliard (una delle più prestigiose scuole di musica del mondo), che scopre di avere qualcosa in più quando durante le lezioni di musica in terza elementare nessuno voleva sedersi vicino a lui perché «cantava troppo forte», e che ha scoperto l’opera, per caso, grazie a YouTube e al video di una Masterclass della Juilliard stessa (che prima di ammetterlo lo ha respinto due volte). C’è la mezzo-soprano cinese Judy Zhuo, che da bambina si chiudeva in camera a cantare pop a squarciagola assicurandosi che i genitori non potessero sentirla, salvo poi cantare stonata apposta appena qualcuno entrava, per timidezza. Qui è stata un’insegnante di musica delle superiori a insistere perché tentasse la strada del conservatorio. E c’è Miranda Robertson, soprano da Londra, anglo-francese, la più giovane (20 anni) nonché l’unica che ammette senza pudore di aver voluto da sempre essere una protagonista e stare al centro della scena. L’incontro con l’opera qui è una folgorazione: alla London Opera House, con sua madre che la porta a vedere La traviata di Giuseppe Verdi. «Non ho parlato per un giorno intero. Ho capito che dovevo diventare una cantante d’opera. Non c’era più nessuna domanda da fare».

Storie diverse, biografie che sfatano l’idea – tanto diffusa quanto sbagliata – che il cantante lirico nasca già vestito da cantante lirico, allevato in una teca di cristallo lontano dal mondo. Questi sono ragazzi che arrivano dal calcio, dalla pittura, dal pop, dalla danza, e che hanno scelto, in un’epoca in cui l’opera occupa uno spazio sempre più marginale nell’immaginario di chi ha vent’anni, il mestiere più esigente e meno immediatamente remunerativo che la musica classica possa offrire. Ferdinand, quello che l’ha scoperta più tardi, lo ammette senza mezzi termini: «L’opera non è quella cosa alta e polverosa che si crede. È la vita, è quello che succede in un bar, in un appartamento, quando litighi con il tuo compagno. Semplicemente viene tutto raccontato con uno stile vocale diverso, anche se non è tanto differente da un romanzo o da una canzone pop». E tutti, tra l’altro, mi dicono una cosa: Luciano Pavarotti è stato fondamentale per aver fatto capire loro il senso “pop” della musica lirica.

Sono ansiosi, ambiziosi e nervosi. Del resto, di lì a poche ore si esibiranno per la seconda volta, nel prato della tenuta de L’Andana, un’antica residenza che il Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena scelse come rifugio di campagna e oggi trasformato in un resort tra i più eleganti d’Italia, con un ristorante stellato firmato da Enrico Bartolini, una spa disegnata da Ettore Mocchetti e un lungo viale di cipressi che introduce gli ospiti come un preludio prima dell’opera vera e propria. Qui, davanti a un pubblico più raccolto di sostenitori e amici dell’Accademia, i dodici tornano a cantare, questa volta senza la piazza, senza il mare come sfondo: solo la luce della sera toscana e la concentrazione di chi sa di essere ascoltato da vicino.

La scaletta è un best of del Bel Canto all’Italiana: arie da Il Rigoletto di Verdi, Donizetti (Roberto Devereux, Don Pasquale, L’elisir d’amore) e Rossini (Il barbiere di Siviglia, Semiramide), Bellini (I Capuleti e i Montecchi, Norma) e Puccini (Turandot e La Boheme), Mascagni (L’amico Fritz) e Boito (Mefistofele), con il gran finale tutti insieme a intonare Inneggiamo, il Signor non è morto de La cavalleria rusticana di Mascagni.

Foto: Jennifer Lorenzini

Il percorso dell’Accademia Greg Solti è reso possibile da una serie di donor tra cui spicca il nome di Rolex. Interessato da sempre a supportare attività culturali di alta qualità, il brand svizzero si conferma sponsor capace di curare nel dettaglio tutti gli aspetti di un fine settimana diverso dal solito e che ha messo questi dodici talenti nelle condizioni di poter letteralmente spiccare il volo. Questa è infatti solo la prima tappa della loro carriera. Molti hanno già degli ingaggi, altri hanno già recitato in alcune produzioni, non proprio minori. Adam Catangui, ad esempio mi racconta che finita la Masterclass andrà in tournée per tre settimane per un ingaggio arrivato all’ultimo momento. Insomma, esattamente come i musicisti che siamo abituati a intervistare sulle pagine di Rolling Stone. Come dice in conclusione la direttrice dell’Accademia, Candice Wood: «Questi ragazzi hanno superato selezioni durissime: dodici tra quattrocento candidati. Per loro è un passaggio fondamentale ed è tutto possibile grazie alle persone che in questi giorni li ascoltano. Perché anche l’opera ha senso perché ci sono delle persone che la ascoltano». E ho proprio l’impressione che di alcuni di loro ne sentiremo parlare.