Il diario di Morgan a casa Battiato: quando fare musica è comporre un’amicizia | Rolling Stone Italia
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Il diario di Morgan a casa Battiato: quando fare musica è comporre un’amicizia

A un anno dalla scomparsa del maestro, il musicista ci regala in esclusiva le pagine inedite del diario in cui descrive due giorni trascorsi nel 1998 con Battiato a Catania: chiacchiere, sigarette, bella musica, brutti film, illuminazioni e scene di vita quotidiana

Battiato e Morgan

Foto: Asia Argento, per gentile concessione di Morgan

Aprile 1998. I Bluvertigo stanno radendo a tappeto l’Italia con una tournée di cinque concerti in media alla settimana. Eravamo una macchina da guerra, piazzavamo muri di ampli e pedaliere e suonavamo ovunque, davanti alla quasi totalità degli italiani nostri coetanei. Ma non eravamo ancora conosciuti a livello mainstream, mancava pochissimo perché sarebbe uscito di lì a breve il singolo-EP di Altre forme di vita, il quarto per l’esattezza di quel disco, Metallo non metallo.

Siamo nella primavera del ’98, io ho 26 anni e la mia vita è una fiaba che si era realizzata, avevo già avuto tutto quello che potevo desiderare, mi ero fatto da solo, senza essere figlio d’arte e senza soldi di famiglia, anzi, la mia famiglia che mio padre mi aveva sbolognato addosso quando avevo 15 anni l’avevo mantenuta facendo piano bar e serate mentre studiavo al liceo e al conservatorio. In quei 10 anni dal nulla ero arrivato a realizzare un album di Franco Battiato, dai provini al mix, suonando gli strumenti e programmando il MIDI assieme a lui, cosa potevo volere di più? Ero già a posto così.

Ma appena conclusa la realizzazione del suo capolavoro Gommalacca (l’album che contiene Shock in My Town) Battiato mi chiede di coprodurre l’album nuovo di Juri Camisasca, il suo migliore amico, tornato da 11 anni di monastero di clausura, 11 anni! Juri è tornato e Franco lo accoglie così: realizzando per lui un album. In fondo Juri per lui era stato un prezioso collaboratore, ricordo che è l’autore di Nomadi, pezzo stupendo che cantò anche Alice. Insomma, Franco mi chiama: «Facciamo assieme il disco di Juri?». Io gli dico che non ho tempo perché sono sempre in giro, ma la cosa mi piacerebbe molto. Allora gli propongo questa soluzione: «Ok Franco, dato che io suono cinque giorni su sette ti posso dedicare due giorni la settimana e se c’è bisogno di altra presenza coinvolgiamo i Bluvertigo, così facciamo tutto assieme, come si suol dire i due piccioni con una fava». Idea accolta. Così fu. Quello che leggerete qui di seguito l’ho salvato dal macero dopo lo sfratto dal mio studio, un pezzo del mio diario di quei giorni. Lo pubblico per ricordare la grandezza di questo musicista ad un anno dalla sua scomparsa. Franco è il nostro maestro e noi lo onoreremo. Lunga vita a Süphan Barzani.

6 maggio 1998

In relazione alle cose scritte sulle pagine precedenti. Ho letto ieri di fronte a un pubblico un po’ sorpreso e poco reattivo le mie provocazioni sulla musica e sugli artisti in uno scenario di quelli alla Franco Bolelli: allestimento sonorizzato da utilizzare in vari modi, dallo stile psichedelico. Una specie di artista di strada mi ha, molto retorico, dato del venduto e se ne è andato sdegnato facendo pollice verso. Molti hanno sghignazzato quando ho parlato di frustrazione per i cosiddetti artisti “alternativi”. Altri due interventi sono stati vaghi e sconclusionati, totalmente privi di interesse.

Oggi levataccia per andare all’aeroporto. Sono arrivato appena in tempo, incazzato con mia madre. In aereo ho visto quasi tutto il territorio sottostante, credo di aver visto bene l’isola di Vulcano e prima il Trasimeno. Roma è disomogenea.

Arrivo a Catania alle 12.50 e un maggiordomo marocchino mi viene a prendere col cartello stampato: “Morgan”. È disinvolto ed elegante, parla con perfetto accento siculo, è la mia prima visita in Sicilia, gli dico. Arrivo a casa di Battiato, nel cuore di Catania, mi piace il fatto che il grande salone settecentesco sia praticamente arredato da libri. Battiato mi riceve, con lui c’è Juri Camisasca, il musicista con cui dovrò lavorare. È molto cordiale. Juri è ieratico, ricorda un po’ il vecchio Re dell’Amleto di Branagh, con trent’anni di meno, ma ha lo sguardo tagliente, orizzontale, e la risata isterica. Confronto a loro sono veramente un nano e anche un po’ “casual”: jeans neri, Nike, maglietta Stereolab, cappottino nero, occhialazzi verdi da donna. Una cosa è certa: sono a mio agio, Franco in questo è inarrivabile.

Mi destinano una lussuosa camera con tracce di vita, un bagno privato e poi si pranza in tre all’estremità di un lunghissimo tavolo apparecchiato senza sfarzo. Io racconto del mio incontro sulla musica della sera precedente, Franco parla con sarcasmo di Patty Pravo alla quale ha appena regalato un brano e poi racconta i misfatti del giornalismo musicale: nel mirino Gino Castaldo.

Battiato tende a non ammettere che altri cantanti possano vendere molti dischi abbassando vergognosamente le cifre di vendita che riporta con ostinazione. Senza cattiveria Juri osserva e acconsente. Io mi trovo spesso ad aver cose nella testa che, per timore, non dico; naturale. Certo è che sono felice, è tutto avvolto da iper-realismo.

Telefono a mia madre che come al solito ha preoccupanti nuove, ma cerco di non farmi condizionare. Franco ha uno studio di pre-produzione al posto dell’anticamera e alle tre circa iniziamo a lavorare su un pezzo del nuovo disco di Juri in latino (Arcano enigma, uscito nel 1999 per Mercury, ndr). Quando lavoro fumo moltissimo, e se ci sono fumatori li porto sulla strada della rovina, in questo senso sia Franco che Juri mi maledicono. Via tre pacchetti.

Sette e un quarto. Franco va in stanza a meditare, Juri torna all’alloggio a Milo e io vado al piano a coda nel salone a studiare un po’ Bach. Appena entra Franco io non smetto, ma comincio a sbagliare clamorosamente e in più giustificandomi ad ogni errore. Non contento attacco il mio cavallo di battaglia, il Preludio in Fa# minore, ma nel bel mezzo della fuga Franco accende il televisore e io penso che giustamente sarà abituato ad esecuzioni di ben altro livello. Prendo e incasso.

Arrivano gli ospiti per la cena, tra cui Luca Madonia dei Denovo, ma Franco è talmente attratto dalla notizia della cattura del “maniaco delle prostitute” che costringe tutti a vedere il telegiornale appena arrivati. Tutto così surreale. A cena sto zitto e ascolto. Battiato dice che XX (nome di cantante americano omesso, ndr) è un cretino, che Brian Eno è un razionalista e che in lui non ci vede niente (lo dice perché lo ha conosciuto) ma è bello quando a proposito di boxe dice che lui non ci sta. Anche nelle sue visioni preferite, quelle scientifiche, non apprezza più i movimenti scattanti del puma o la plasticità di un leopardo, perché finisce che ficcano le zanne su una povera gazzella. Non accetta più la durezza della natura e ogni minima forma di violenza.

Parla anche di sua madre e del fatto che otto coglioni di dottori-baroni l’abbiano operata badando solo ai soldi che avrebbero preso, facendola morire. Intorno ci sono quasi esclusivamente quadri di Süphan Barzani (pseudonimo col quale Franco Battiato agli inizi firmava i suoi dipinti, ndr).

La serata continua in salotto con gli ospiti dopo un tentativo di film thriller. Una merda e tolto a metà. Meglio così. Una cosa è certa: gli amici di Franco sono spesso persone intelligenti. Questo uomo è molto amato, mi accorgo. Volano aneddoti esilaranti ma ad un tratto io dico: «Signori, sono stanco e mi ritirerò». Mi alzo ma lo fanno anche gli altri e Franco si avvicina e mi dice sottovoce: «Hai rotto il ghiaccio».

7 maggio 1998

Mi sono messo a letto in questo istante. Anche oggi è terminata la giornata, domani aereo per Bologna alle 7.40 e in serata concerto a Reggio Emilia.

Poco fa Franco girava per la casa in canottiera, poi mi ha salutato e si è messo a letto con la tele accesa. Io sono stato un po’ con Said (il maggiordomo marocchino, ndr) sul balcone a parlare e a vedere pulsare Catania di notte, e mi è venuta la tentazione di uscirmene da solo a girare un po’ per locali subito frenata dal pensiero che sarebbe stato irrispettoso.

Nel primo pomeriggio ho fatto ascoltare tutto il nuovo mini CD (l’EP Altre forme di vita dei Bluvertigo, ndr) a Franco e Juri: grandi complimenti per basso e batteria. Fantasia e Never Let Me Down secondo Franco erano le peggiori, io gli ho detto che infatti non erano mie. Ha apprezzato molto Spazi illimiti.

A pranzo avevo chiesto a Franco se avesse mai scritto un diario e lui ha detto che oltre a non avere nessuna utilità trova che vada in direzione opposta rispetto ad un giusto distacco dalle cose. Secondo me è un esercizio di memoria, per Juri è esercizio di onestà nei propri confronti. Argomenti di Franco nel corso della giornata: Milva che fa la diva ma è simpatica, XY (nome di cantante italiana omesso, ndr) e i suoi collaboratori che dovrebbero cambiare mestiere, Fini (Gianfranco, ndr) che assomiglia a Wagner = finti rinnovatori mossi da fanatismo, gli uomini che hanno un complesso di colpa verso le donne che invece li istigano alla tentazione (la costola di Adamo è il simbolo), una sua amica astrofisica in odore di Nobel che dice che la fisica non può studiare ciò che non è fisico e lui allora dice: «Non è una scienza». Io gli dico che se fosse altrimenti sarebbe meta-fisica e lui dice: «Sono dei fessi».

Wenders è noioso e in genere i registucoli pseudo intellettuali stile quello de Il grande freddo non hanno la cura dei dettagli a differenza di certi thriller americani. Vattimo adesso che va in video potrebbe farsi mettere il dente che gli manca, non ha credibilità. Io gli dico che certa gente pensa studia e dice cose che poi non appartengono alla vita che conduce. C’è una vena di follia in quei professori.

Alle 18 granita siciliana alla mandorla in una gelateria del centro e a cena pizzette e arancini con Ciccio, un vecchio amico che parla solo siciliano stretto e io non capisco niente. Filmaccio americano su una coppia di ladri: scadente. Sembra che non abbia voglia di impegnarsi a ricercare film decenti, oppure si diverte a guardare quelli mediocri, dice che ha trovato strepitoso Il collezionista.

Suono Bach, e oggi mi si mette accanto e dice «bello questo» e mi chiede di suonarlo ancora, poi dice: «Sai Marco, temo che per il festival di Fano non sia adatto commissionarti un’opera, ci vorrebbe qualcosa più alla tua portata, che ne diresti di un Poema sinfonico?».

 

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Marco “Morgan” Castoldi (@morganofficial)

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