Il curioso caso di ‘Rapper’s Delight’, la prima canzone hip hop della storia | Rolling Stone Italia
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Il curioso caso di ‘Rapper’s Delight’, la prima canzone hip hop della storia

Un'imprenditrice illuminata, un gruppo assemblato come una boy band, una base musicale rubata agli Chic, un successo nato nei piccoli negozi di dischi: quarant'anni fa la Sugarhill Gang rivoluzionava la musica

La Sugar Hill Gang nel 2002.

Foto: Jon Kopaloff/Getty Images

La nascita dell’hip hop è un evento mitologico. Come il Natale, lo si fa coincidere con un momento convenzionale. Anche se ogni studioso obietta – giustamente – che tutto partì nel Bronx coi party da strada con DJ Kool Herc o nelle discoteche con le invenzioni di Afrika Bambaataa o altri ancora che non hanno avuto altrettanta fortuna, il momento della Rivelazione (cruciale in ogni culto che si rispetti) è certamente Rapper’s Delight. E il brano della Sugarhill Gang è un punto di partenza eccellente anche perché contiene alcuni punti cardinali rispetto ai quali collocare tutto ciò che è venuto dopo. Anzi, facciamolo subito: prima di raccontare la storia, iniziamo da confronti e riflessioni.

Nel dna di Rapper’s Delight NON ci sono campionamenti ed elettronica. C’è invece la disco music più nobile – o la black music più commerciale (sono punti di vista. All’epoca prevaleva il secondo). NON c’è un uso creativo di un’idea altrui. C’è invece un uso brillante, ma pragmatico di qualcosa che sta già funzionando. NON c’è critica sociale. Ci sono smargiassate da giovani maschi. NON c’è il ghetto pieno di fermenti. C’è la periferia desolata. NON c’è sentimento. C’è divertimento. NON ci sono accenni alla droga. C’è un accenno molto rapido al sesso (nella versione extralarge, Big Bank Hank si vanta del suo supersperma). NON c’è dissing di rivali (escluso Superman, accusato di avere un pisello vermiforme, specie in confronto al rapper. È sempre stato un genere per superdotati). C’è invece respekt per artisti funk e soul (Captain Sky, Bar-Kays). NON ci sono brand di abbigliamento. Ci sono due marche di automobili (Cadillac e Ford Lincoln). NON contiene le parole “bitch” e “fuck”. Contiene le parole “rap” e “hip hop”. NON c’è millanteria di pistole e amici gangsta. Ci furono vere minacce armate agli autori legittimi della musica (gli Chic). NON c’è un producer/dj dall’intuito implacabile alle spalle di tutto quanto. C’è una donna, con un passato di cantante, alle spalle di tutto quanto. Infine, NON fu un’operazione discografica di una major. Fu l’operazione discografica di una piccola etichetta di piccoli squali (delle verdesche, diciamo).

Ecco come andò.

1Chi era Sylvia Robinson?

Un particolare della copertina di Lay It on Me

Una ex cantante con alle spalle due brani entrati in top 10 (uno negli anni ’50 e uno nel 1973), sposata con un tipo grosso e gramo, Joey Robinson. Sylvia aveva fondato con lui a Englewood, New Jersey, la All Platinum Records, che nel 1979 non era messa benissimo. Cercando di svoltare, si era messa a cercare qualcuno per provare a metter su disco la moda di improvvisare al microfono sulle parti strumentali di brani disco e funk che si stava diffondendo nel Bronx. Vi si era imbattuta per la prima volta a una festa di compleanno. “Ero seduta a parlare e intanto il deejay metteva dischi e ci parlava sopra, e i ragazzi gli rispondevano e si divertivano come pazzi. Non sapevo che si chiamasse rap ma pensai: metti una cosa come quella su un disco, e farà un macello”. Il dj che la Robinson aveva ascoltato si chiamava Lovebug Starski, ma come tanti altri tra quelli che adottavano quello stile, non era interessato a fare dischi. Però di quel genere si stava cominciando a parlare anche a Manhattan, tanto che Deborah Harry dei Blondie una sera invitò Nile Rodgers degli Chic ad andare con lei a sentire “un hip hop”.

2Chi erano gli Chic?

Nile Rodgers degli Chic a Glastonbury 2017

Gruppo fondato dal chitarrista Nile Rodgers e Bernard Edwards, grande live band nata ispirandosi a James Brown ed Earth, Wind & Fire (e pure ai Roxy Music), ma ricondotta alla disco music a causa del successo devastante di singoli come Dance Dance Dance, Everybody Dance, I Want Your Love e soprattutto Le Freak. Gli Chic nell’estate del 1979 avevano pubblicato il loro ultimo grande successo, Good Times, tratto dall’album Risqué, che ne ospita una versione lunga più di 8 minuti. Ma per la disco music tirava una pessima aria, anche un po’ venata di razzismo (e omofobia). Gli Chic erano all’apice della loro gloria, eppure erano a pochissimo dal vedersi voltare le spalle da tutto l’ambiente. Se i bianchi iniziavano a detestare quel tipo di black music così apprezzata nel mondo, i fratelli “in the hood” non erano da meno. “Mettevamo sul piatto soprattutto funk, anche un po’ di rock, ma evitavamo la disco”, ha raccontato Afrika Bambaataa.

3Chi era Afrika Bambaataa?

Afrika Bambaataa, fondatore della Zulu Nation

La Sugarhill Gang in effetti inventò ben poco, del resto fu essa stessa un’invenzione di Sylvia Robinson. Il padre putativo dell’hip hop è con tutta probabilità DJ Kool Herc, giamaicano immigrato nel Bronx, che come si usava nell’isola natia intratteneva la gente che ballava con racconti, barzellette, filastrocche e spiritosaggini in rima durante la musica. Ma nel quartiere stavano diventando delle piccole attrazioni un giovane che si faceva chiamare Afrika Bambaataa (il suo vero nome, a lungo sconosciuto, era Lance Taylor) e un altro ancora con lo pseudonimo Grandmaster Flash. Uno dei suoi collaboratori, un ragazzino di nome Grandwizard Theodore, fu probabilmente (avverbio sempre raccomandabile in queste ricostruzioni) il primo a fare scratching con i vinili. Secondo Grandmaster Flash, un altro dei suoi Furious Five fu il primo ad avere l’intuizione di parlare seguendo il ritmo della canzone, mentre per altri fu invece un amico di Kool Herc di nome Coke La Rock. Perché tutta questa gente non aveva fatto dischi? “Io facevo tutto per divertimento e per qualche soldo ai party. Non mi pareva possibile salire a un livello più alto”, ha ammesso Kool Herc. Quanto a Grandmaster Flash, diceva a tutti quelli che gli parlavano di dischi: “Nessuno lo comprerebbe. Chi ha voglia di sentire su disco una cosa che è molto più divertente vedere a un party?”. I motivi di Afrika Bambaataa: “Temevamo che i dischi avrebbero danneggiato il successo dei nostri party”. Ma fatalmente, un disco uscì. “Tutti pensammo: chi diavolo è questa Sugarhill Gang?” (Afrika Bambaataa).

4Chi e cosa diavolo era la Sugarhill Gang?

Sylvia Robinson chiese al figlio 18enne se conosceva dei rapper disponibili a fare un disco. Joey Robinson Jr. conosceva “un signore di nome Casper che aveva inciso un nastro e si esibiva con un gruppo di amici vicino a dove abitiamo”. Che era sempre Englewood, New Jersey. Dopo un primo incontro, sembrò fatta: nell’agosto 1979 la mamma di Joey diede appuntamento a Casper per incidere il disco insieme alla band che aveva sotto contratto con la All Platinum Records, i Positive Force. Ma Casper non andò: suo padre, che aveva lavorato alla Atlantic e aveva contatti nel music business, gli aveva detto che della famiglia Robinson non c’era da fidarsi, non avevano soldi e truffavano la gente. Allora un amico di Joey Jr. suggerì: “C’è un tipo che lavora in una pizzeria e non fa che rappare”. Si trattava di Henry “Big Hank” Jackson, già buttafuori di club e aspirante manager di un gruppo chiamato Cold Crush Brothers, i cui nastri metteva nello stereo del locale – provando a rapparci sopra. Costui, di punto in bianco, si trovò a fare un provino come rapper, coperto di farina, fuori dalla pizzeria nel retro della Oldsmobile dei Robinson. Appena ebbe finito, apparve sul marciapiede un altro amico di Joey, con un altro candidato: Guy O’Brien, in seguito Master Gee, giovanotto minuto e brillante. “Avevo sentito fare quella roba a una festa. Siccome per fare un po’ di soldi mi ero messo a fare il dj, avevo aggiunto quei trucchi al mio repertorio. Nessuno pensava fosse una cosa vendibile. Pensai semplicemente che parlando di donne sexy e belle ragazze avrei avuto più attenzione dal pubblico. E fu così”.

Mentre questi riscuoteva l’ammirazione della sua futura boss, ecco che come in una sitcom sul marciapiede passò un altro giovane velleitario – un tipo alto come un pivot di basket, che aveva iniziato a rappare tre mesi prima. Chiese se poteva provare anche lui, ma non in quel momento, se possibile, aveva un problema di asma. Mrs. Robinson, da tutti descritta come molto materna, gli diede una chance per il giorno dopo, e alla fine anche “Wonder Mike” Wright le piacque. “Non so chi scegliere. Perciò io vi dichiaro sposati”, dichiarò. Così la Sugar Hill Records inventò il suo primo gruppo a tavolino, come una boy band degli anni ’90. “Sì, è andata così. Per caso è un crimine?” (Wonder Mike).

5Cos’era la Sugar Hill Records?

Qui inizia la parte gangsta. Joe Robinson in un momento di difficoltà della All Platinum si era rivolto a un vecchio amico: Morris “Mo” Levy, ex proprietario del Birdland di Charlie Parker, fondatore della Roulette Records, ai cui artisti imponeva il proprio nome come co-firmatario, riservandosi una quota dei diritti d’autore dei loro successi (per esempio Why Do Fools Fall in Love di Frankie Lymon). Chi ha visto i Sopranos e ricorda il personaggio di Hesh, può legittimamente sospettare che sia ispirato a lui, sia per lo sfruttamento degli artisti neri, sia per i legami con le famiglie Genovese e Gambino. La famiglia Robinson finanziò la Sugar Hill Records con 5000 dollari di Levy. Al quale ne tornarono indietro molti, molti, molti di più. Ma MOLTI.

6Come nacque Rapper’s Delight?

Secondo Wonder Mike, fu un suo amico a suggerire Good Times degli Chic. Stando a Master Gee, “era perfetta, per il tempo e la linea di basso. L’intro invece fu presa da Here Comes That Sound Again, un pezzo di un gruppo inglese chiamato Love De-Luxe. Non avevamo campionatori all’epoca, perciò i Positive Force suonarono il pezzo degli Chic. L’intera registrazione durò 19 minuti, ma diventarono 15 tagliando un po’ la intro e gli effetti che dovevano suggerire l’idea di una festa”. I musicisti della Positive Force assicurano di aver faticato per suonare il brano venti minuti. Nile Rodgers in proposito è piuttosto scettico, e a chi scrive ha dichiarato in modo piuttosto allusivo ma legalmente ineccepibile: “So riconoscere una chitarra suonata da me”.

A usare la fatidica espressione “hip hop” fu Wonder Mike. “L’avevo sentita usare da mio cugino, ancor oggi non ho idea di chi l’abbia inventata. Però volevo rivolgermi a tutti, così dissi I’d like to say hello to the black, to the white, the red and the brown. Inoltre mi piaceva molto la lettera b e il suo suono percussivo, così misi una strofa che sembrava una rullata di tamburi: To the bang-bang boogie, say up jump the boogie to the rhythm of the boogie, the beat“. Fu in questo modo che nel piccolo studio della Sugar Hill Records, i tre aspiranti rapper iniziarono a snocciolare rime mentre Sylvia Robinson decideva quando e a chi toccava il microfono. Nessuno notò niente di strano nelle rime di Big Hank Bank. Per anni nessuno del giro della Gang sospettò che era un po’ strano che Hank, dopo Rapper’s Delight, non avesse scritto nient’altro. Anche perché nessuno di loro conosceva quanto lui ‘Grandmaster Caz’ Fisher.

7Chi Caz era ‘Caz’ Fisher, e qual era il segreto di Big Hank Bank?

Big Bank Hank nel 1984. Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Fisher era il leader dei Cold Crush Brothers, il gruppo del quale Hank Jackson era, in teoria, il manager. Quando si presentò l’opportunità inaspettata di diventare rapper in prima persone, Jackson chiese a Grandmaster Caz di prestargli il suo libretto delle rime. “Glielo diedi senza dare molto peso alla cosa. Pensai che se qualcuno si stava rivolgendo a Hank per un disco non poteva essere una cosa seria. Non era proprio capace. Gli dissi semplicemente di dare una mano ai Cold Crush Brothers una volta messo piede alla Sugar Hill”. E nemmeno quando gli portò il disco con Rapper’s Delight notò qualcosa di allarmante. “Mi addormentai, era talmente lungo”. Ma la seconda volta fu un trauma.

“Nel disco Hank diceva: I’m the Casanova, cioè diceva di essere me, perché Caz stava per Casanova, era la mia presentazione. Anche la parte su Superman era mia, mentre la strofa che parte con I’m imp the dimp the ladies pimp, era di Rahiem, un altro dei Cold Crush. E mi ha rubato persino la frase in cui dicevo che nessuno mi rubava una rima”. Jackson si giustificò dicendo che lui e Fisher avevano fatto delle cose insieme e si erano influenzati reciprocamente. Ma in certe parti della canzone, quello che dice non ha quasi senso, per esempio “Sono il grandmaster con tre MCs”, ma nella Sugarhill Gang c’erano tre persone, mentre a essere in quattro erano i Cold Crush Brothers. Si spinse fino a inserire nel brano il libretto fatale. “Ho un libriccino pieno di rime, e so che lo vuoi guardare, ma c’è una cosa che distingue me e te, e si chiama originalità”. Ovviamente questo irritava ancora di più Fisher. “Molti sentendo il disco mi facevano i complimenti, pensava che fossi io e immaginavano stessi facendo un sacco di soldi. Comunque non ebbi occasione di parlarne con Hank perché sparì dal Bronx: il gruppo andò in tour praticamente per tre anni, Europa compresa”.

Fu solo negli anni 90 che gli altri due componenti della Gang scoprirono il misfatto. “Mi sembrava bizzarro che Hank non avesse più scritto nulla dopo Rapper’s Delight, ma pensai che avesse bruciato tutta la sua creatività in una sola fiammata gloriosa”, ha raccontato Wonder Mike. Fisher non era contento, ma nemmeno furibondo, le cose erano andate così e la mentalità dell’epoca era forse diversa da quella attuale: nella storia della discografia parecchi compositori, specialmente neri, erano da sempre stati depredati senza indennizzo, da bianchi e da neri. Del resto cosa poteva fare un 18enne del Bronx: rivolgersi a un avvocato e fare causa? “Decisi di non pensarci più”. La faccenda del resto intimidiva anche gente più potente di lui. Non tanto Nile Rodgers. Quanto la grande casa discografica Atlantic Records.

8Come mai non ci furono cause per plagio?

Il 18 agosto 1979 Good Times degli Chic era al n. 1 negli USA. Meno di un mese dopo, il 16 settembre 1979 Rapper’s Delight arrivò nei negozi. Il 20 settembre 1979 gli Chic erano in concerto al Palladium di New York (la stessa sera sarebbero saliti sul palco Blondie e i Clash… Sì, serata interessante). Quando gli Chic attaccarono Good Times, furono lieti di ospitare sul palco il rapper Fab Five Freddy e i tre componenti della neonata Sugarhill Gang pensando semplicemente di ripetere quella cosa che accadeva nelle feste del Bronx. Ma Rodgers era del tutto ignaro di quello che stava capitando realmente: la Gang stava promuovendo il proprio prodotto nel suo concerto, e quel prodotto era per metà suo. Qualche giorno dopo però, in una discoteca di New York il chitarrista si accorse che il rap che stava sentendo su Good Times non veniva dal dj del locale, ma da un disco. Furioso, corse dai dirigenti della Warner, certo che avrebbero scatenato l’inferno. Non andò così. “Dietro la Sugar Hill Records c’era Morris Levy. Il suo impero includeva etichette discografiche, night club, il management di diversi artisti e la fonte di guadagni per eccellenza, i diritti delle canzoni. Quando io e Bernard Edwards chiedemmo alla Atlantic di appoggiare la nostra causa, si tirarono indietro. Non volevano vedersela con l’uomo che aveva fatto causa per plagio a John Lennon e aveva vinto. Ma noi non volevamo essere fregati a quel modo e pensavamo di avere un vantaggio: il nostro avvocato era l’ex avvocato di Levy”.

Ed ecco qui il primo momento in cui le pistole compaiono nella storia del rap. “Quando iniziò a girare la voce che avremmo fatto causa a Levy, capitò una cosa. Un giorno si presentarono in studio di registrazione quattro energumeni armati. Ci dissero che erano nostri amici ed erano lì per consigliarci da amici. Le loro ultime parole furono: anche vincendo, finireste per perdere. E se ne andarono”.

9Come riuscirono gli orologi Rolex a entrare nella storia del rap fin dall’inizio?
Nile Rodgers non era – e non è – un tipo remissivo. “Quella era la nostra musica e ci era voluta fatica per arrivare a farla sentire. Ci impuntammo e alla fine Levy probabilmente si accordò con Robinson, non ho mai saputo davvero come è andata. Devo ammettere che cifre alla mano fu un accordo soddisfacente, anche se Levy volle che gli regalassimo un Rolex d’oro: disse che così poteva sempre dire in giro di averci sottomesso. Comunque ottenemmo il riconoscimento come autori e metà dei proventi. Ma anche se mi incazzai parecchio per quello che avevano fatto, non posso non riconoscere il valore artistico di Rapper’s Delight. Posso solo essere orgoglioso di avere dato un contributo. Quando uscì, ci trovammo nella situazione paradossale di essere coinvolti nella nascita di un genere rivoluzionario e nel contempo essere considerati l’espressione di un genere defunto. E penso che se è vero che poteva toccare a un altro brano di fare da base, Good Times aveva un sound urbano perfetto, in particolare per la linea di walking bass inventata dal mio amico Bernard Edwards”.

10Quanto successo ebbe Rapper’s Delight?

“Quando Wonder Mike disse: America, we love you, sentimmo che quel pezzo poteva farcela davvero”, ha svelato Joey Robinson Jr. Il brano, come detto, fu inciso in una sola registrazione, quella che sarebbe stata pubblicata sull’EP da 15 minuti. “Mio marito obiettò che era troppo lungo, io per contro ero convinta che se qualcuno gli avesse dato una possibilità, quel pezzo non si sarebbe più fermato”. Ma a New York non ci fu niente da fare, nessuna radio voleva trasmettere un pezzo così lungo – avrebbe impedito di passarne altri quattro o cinque, e avrebbe compromesso i buoni rapporti con le case discografiche più importanti. L’unico speaker di sua conoscenza che Sylvia Robinson riuscì a convincere lavorava nella lontanissima St. Louis, Missouri. Tutt’altro mondo rispetto al feeling urbano di Rapper’s Delight, in apparenza. E tuttavia… “Nel giro di pochi giorni da quella zona ce ne ordinarono 5000 copie. Altre radio iniziarono a suonarla. Nel giro di due, tre settimane ci ritrovammo a stampare 50 mila dischi al giorno, facevamo fatica a reggere quella produzione” (Sylvia Robinson). “Un giorno eravamo in un negozio e il proprietario dovette farci uscire dal retro, tanta era l’isteria del pubblico. Ricordo di aver pensato: wow, è proprio come in A Hard Day’s Night dei Beatles… Credevo che avessimo fatto il primo disco rap, poi a una festa sentii King Tim III della Fatback Band che mescolava rap e cantato. Pensai che qualcuno ci aveva battuti sul filo di lana. Ma la loro era una B-side. E il nostro pezzo divenne una hit” (Wonder Mike).

Particolare interessante: secondo Sylvia Robinson “i negozi grandi non volevano il disco, ma quelli piccoli erano assediati di richieste e ne erano felicissimi”. Esponenti di Billboard hanno poi confermato che l’ostracismo delle grandi catene impedì al brano di andare al n. 1 in classifica. Ma in realtà entrò in classifica il 10 novembre (al n. 84) e raggiunse il n. 36 a gennaio. Non molto. Eppure arrivò dappertutto, come testimonia il fatto che il gruppo andò ad esibirsi anche in Europa. A dicembre il pezzo era al n. 3 nel Regno Unito e in Germania, n. 2 in Francia e in Svizzera, n. 1 in Canada e in Olanda. E in Italia?

11E in Italia?
No, non entrò in classifica. Però le radio e le tv lo suonarono parecchio. E parecchia gente si accorse di quel pezzo. A distanza di anni, molti ricordano esattamente il primo impatto.

Jovanotti: “Ero davanti alla tv con la mia mamma e uno dei miei fratelli, e su RaiDue c’era Odeon, il primo magazine televisivo dove si era intravisto un capezzolo di donna. E in un servizio erano stati al Roxy, credo fosse il Roxy di New York, e avevano mostrato il nuovo hype della città, la Sugarhill Gang che si esibiva in lunghe jam session alla consolle. Era Rapper’s Delight, l’inizio di tutto. Un gioco che aveva dentro lo spirito di un’epoca” (dal libro Gratitude).
Frankie Hi NRG: “Ero in vacanza in Sicilia, i ragazzi più grandi ballavano la sera sul terrazzo sentendo radio e dischi, e passò in mezzo ai Bee Gees”.
Paola Zukar: “Avevo 12 anni, ero a casa di un mio amico che aveva la tv in camera. Su uno dei tre o quattro canali che si prendevano all’epoca passò il video, a colori sbiaditi, dove tre ragazzoni e un gruppo di ballerini da sabato sera, in una finta discoteca, stavano sopra al beat di Good Times degli Chic, che avevo già sentito in qualche classifica in radio. Rimasi completamente rapita, come dagli alieni. Non capivo cosa dicevano, ma le rime erano come cerchi perfetti che si chiudevano” (dal libro Rap).
Max Venegoni: “Lavoravo a Studio 105, e in quegli anni chi parlava al microfono sceglieva personalmente i pezzi, ogni sabato andavamo a rifornirci in un negozio chiamato Il bazar di Pippo, in viale Tunisia a Milano, aveva tutti i dischi di importazione: se non fu il primissimo a mettere in vendita quel disco in Italia, fu il secondo… Ovviamente sulle prime tutti rimanevano spiazzati, perché era Good Times, eppure non lo era. Ma se devo dire la verità nessuno di noi capì che stava nascendo un genere. Anche perché in quel periodo arrivava così tanta roba nuova e bellissima che sembrava che tutto facesse epoca. Io non mi sento nostalgico, però credo che in quei due-tre anni in particolare, quando qualcuno faceva qualcosa di bello e importante nella musica sembrava quasi normale, non so se riesco a rendere l’idea”.

12Ci fu un boom del rap?

No. Nessuno si precipitò a emulare la Sugar Hill Records, nemmeno quando Kurtis Blow (poi noto per The Breaks) ottenne un discreto successo con il primo rap di Natale, Christmas Rappin’, inciso per la Mercury. L’unica a provarci fu la la piccolissima Enjoy Records, dalla quale sarebbero passati Spoonie Gee, The Treacherous Three, Grandmaster Flash & The Furious Five, che presto però decisero di passare alla Sugar Hill, a quel punto diventata più solida. Intanto nel 1980 Debbie Harry e i Blondie, che si erano interessati da subito al genere, furono i primi bianchi ad andare in top 10 con Rapture. Col tempo avrebbero avuto discreti risultati anche gli altrettanto pallidi Captain Sensible (Wot), l’austriaco Falco (Der Kommissar), Wham! (Wham! Rap), in una fase in cui il genere sembrava avere solo connotazioni musicali e non culturali. A cambiare le cose fu ancora Sylvia Robinson: mentre costringeva la Sugarhill Gang a mantenersi giocosa (“Tutti gli altri sembravano più fighi e i nostri pezzi risultavano sempre più stupidi, ma non c’era niente da fare, ormai noi ci eravamo affermati come la band da party”, si è poi rammaricato Wonder Mike) la manager insistette con Grandmaster Flash & The Furious Five perché facessero un pezzo che descrivesse la vita di tutti i giorni. Stiamo parlando di The Message, l’atto di nascita del conscious rap. “In realtà noi non volevamo farla, eravamo più a nostro agio con le feste e i pezzi in cui ci vantavamo di quanto eravamo bravi” (Melle Mel, co-autore del brano con la Robinson).

Tuttavia per qualche anno il rap parve tornare nel mondo underground da dove era venuto. Il rock e il synth-pop dominarono i primi anni ’80 anche grazie a Mtv, che solo nel 1984 mandò il primo video rap, Rock Box dei Run-DMC. Così il miracolo della Sugar Hill Records durò ancora pochi anni: i sospettissimi business dei Robinson e di Levy li portarono a una sospettissima cessione dell’etichetta alla MCA per una cifra a parecchi zeri, compravendita alla quale la mafia di New York non fu estranea. A quel punto, dal 1985, le nuove leve dell’hip hop come Run-DMC, LL Cool J e Beastie Boys avevano un nome più credibile cui guardare, un nome breve: Def Jam.

13Che ne è stato della Gang della Sugar Hill?

Grandmaster Caz nel 2004. Foto: Peter Kramer/Getty Images

Sylvia Robinson è morta nel 2011, a 76 anni. Ed è morto anche Big Bank Hank, per un tumore, nel 2014. “Caz” Fisher ha svelato che si erano rivisti un paio di volte, facendo anche una foto insieme da vecchi amici, ma entrambi avevano evitato di parlare dell’elefante nella stanza. “Penso che le cose sarebbero dovute andare diversamente. Ma credo che il senso di colpa gli abbia pesato fino all’ultimo giorno”. “Dopo l’accordo con gli Chic scoprimmo che le rime di Hank erano di Grandmaster Caz. Lo abbiamo ammesso pubblicamente e abbiamo fatto spettacoli con lui. Dice di averci messo una pietra sopra. Ma di sicuro ogni volta che sente il pezzo in giro gli dà fastidio”. (Wonder Mike). Ogni tanto in effetti Caz Fisher vagheggia una causa, ma forse ormai è complicato capire a chi intentarla. Di certo il mondo dell’hip hop col tempo ha cercato di ricompensarlo per il torto subito.

Master Gee nel 1984 aveva lasciato la musica – anche perché i Robinson alla lunga avevano confermato le voci su di loro, ovvero che non amavano pagare gli artisti. I suoi due soci negli anni ’90 rifondarono il trio con Joey Robinson Jr. al suo posto. Negli anni 2000, insieme a Wonder Mike fondò gli MG Squad and Rappers Delight perché ovviamente, il nome Sugarhill Gang era stato registrato dalla Sugar Hill Records. Nel 2015 anche Joey Robinson Jr. è morto, e suo fratello Leland ha concesso l’uso del nome per un nuovo trio, con Hen Dogg al posto di Big Bank Hank. Spesso la Sugarhill Gang si esibisce insieme a The Furious 5.

Alla fine di questa ricostruzione, è molto possibile – e del tutto normale – che gli storici dell’hip hop abbiano qualcosa da eccepire e lamentino che manca qualche nome. Una cosa è certa: più ci si documenta, più sembra che ognuno racconti una storia diversa, e persino gli stessi protagonisti raccontano versioni diverse di decennio in decennio. Sappiamo che ci sarebbe altro da dire, ma come vedete, abbiamo preferito essere brevi… Ci dilungheremo eventualmente per il cinquantesimo compleanno del rap. Pardon: di Rapper’s Delight.

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