Il Concertone riesce in una cosa molto difficile: somigliarci | Rolling Stone Italia
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Il Concertone riesce in una cosa molto difficile: somigliarci

Il Primo Maggio, con tutta la sua retorica, le sue scalette, le sue crepe e le sue improvvise illuminazioni, ci mostra che siamo un Paese che balla non perché è felice, ma perché da fermo si vedrebbe troppo bene che non lo è

Il Concertone riesce in una cosa molto difficile: somigliarci

I presentatori del Primo Maggio 2026. Foto: stampa via Parole e Dintorni

Il Concertone del Primo Maggio a Roma, se lo si guardasse con quella punta di disincanto che salva dall’ipercriticismo d’ufficio e dalla nostalgia programmata, non sarebbe semplicemente un grande evento musicale ma un copione che conosciamo tutti (spettatori, artisti, cronisti, maestranze, sponsor, produttori, ordinati in base al colore dei pass) e che, tuttavia, continuiamo a interpretare come se, proprio in quella ripetizione ostinata, si nascondesse qualcosa che vale la pena di essere verificato ogni anno, perché questa giornata non mette in scena solo la musica italiana o solo le questioni sindacali o solo le curve di ascolto di Big Mama, ma l’Italia che li circonda, li precede, li segue, li abbraccia o li respinge, e per questo va osservato non dove si concentra la luce ma dove si disperde.

Partiamo dalla luce. Sul palco di San Giovanni l’Italia in questione aveva deciso di fare quello che sa fare meglio, cioè litigare sui simboli mentre il mondo brucia, e lo faceva con una ricchezza di materiali che avrebbe commosso Flaiano e fatto venire a Fellini la tentazione di far entrare, dalle quinte rotanti, un elefante con la bandiera della pace.

Arisa che omaggia Lucio Dalla cantando Futura, cioè evocando la più tenera delle profezie in una giornata in cui l’avvenire sembra ormai un condominio occupato da sfrattati. Bene così. Paolo Belli invita i vecchi a investire sui giovani con quella vitalità da capobanda emiliano che trasforma la previdenza sociale in swing. Casadilego con la maglia “Disertiamo” ringrazia le maestranze, gesto rarissimo e quasi rivoluzionario perché in Italia chi monta il palco viene considerato parte del paesaggio fino a quando il palco non crolla. Emma Nolde evoca la Global Sumud Flotilla e il bisogno di immaginare, verbo che in Italia viene tollerato soltanto nei bambini, negli architetti prima dell’appalto e nei cantautori prima del secondo disco.

Delia canta Bella ciao sostituendo “partigiano” con “essere umano”, convinta, con una certa innocenza, di allargare il messaggio e finendo invece nel tribunale speciale dei social; dove, per un giorno, la Resistenza sarà difesa con la ferocia con cui normalmente si difende il parcheggio sotto casa. Dutch Nazari chiede un urlo che arrivi al governo, richiesta poetica quanto superflua perché in Italia gli urli arrivano sempre, sono i fatti concreti che trovano un traffico incredibile sul Grande Raccordo Anulare.

Levante debutta con indosso una maglietta intitolata a “Mattarella” nel font dei Metallica, cortocircuito talmente perfetto tra Palazzo e heavy metal che, giustamente, andrà sold out su Amazon prima ancora di essere capito o memato.

Riccardo Cocciante, con l’aria di chi ha visto abbastanza camerini da sapere che gli esseri umani non migliorano dopo il bis afferma che, finita una guerra, ne comincia sempre un’altra. Serena Brancale gli risponde, con coerenza, “Hasta siempre”.

Piero Pelù, tornato coi Litfiba nella formazione storica, attraversa Chernobyl, Mussolini e Gaza come un predicatore elettrico uscito da un bar dell’Appennino dopo aver letto e bevuto altrettanti giornali e chinotti, definendo il Duce un “morto sul lavoro” ma “sanguinario e traditore”, formula così spericolata da far gelare per un attimo la piazza, non perché sia sbagliata, ma perché in Italia anche l’antifascismo ormai deve passare il controllo qualità del paradosso.

Geolier fa inaspettatamente la cosa più seria e meno teatrale di tutte: legge i nomi dei ragazzi innocenti uccisi a Napoli, da Giovanbattista Cutolo a Santo Romano fino a Fabio Ascione, e chiede non un minuto di silenzio, che fa meno rumore degli spari, ma un applauso.

Niccolò Fabi ricorda che la pace va raccontata e praticata; cosa che, detta così, sembra una frase ragionevole e invece è una bomba al plastico contro il nostro modo di vivere, perché noi al massimo la pace la auspichiamo, la condividiamo, la mettiamo in sovrimpressione, praticarla richiederebbe almeno una giornata libera.

Sayf lancia sul pubblico un mappamondo gonfiabile col suggerimento/monito: “Il mondo è vostro”, mentre sul palco alcuni allegorie di potenti, in maschera da maiale, bisticciano per petrolio e dominio, e per qualche minuto la piazza diventa davvero un’assemblea infantile e cosmica, palleggiante e gioiosa, cioè la forma politica più sincera che ci sia rimasta.

Francesca Michielin ricorda che le donne dovrebbero avere lo stesso stipendio degli uomini, i Pinguini Tattici Nucleari che in Italia gli stipendi sono fermi da trent’anni. BigMama avverte di stare lontani dai contratti pirata e presenta Luca è gay, risposta queer, pop e vendicativa al vecchio Povia, come se una canzone orrenda potesse essere riscattata solo generando, diciassette lunghi anni dopo, una sua nipote più aggiornata e intelligente.

Spollon cita sul palco Satnam Singh, il lavoratore indiano morto senza dignità dopo essere stato abbandonato davanti a casa, e lì il Concertone diventava ciò che dovrebbe sempre essere il Primo Maggio: una grande sala d’attesa con l’amplificazione, dove tutti aspettano qualcosa che non arriva mai, forse il lavoro dignitoso, forse la pace, forse un fonico che sistemi il volume del microfono.

Se si volesse essere cattivi si potrebbe dire che è tutto già visto, già sentito, già previsto; ma sarebbe una cattiveria pigra, perché proprio in questa ripetizione ostinata il Concerto del Primo maggio trova la sua forma più interessante: vale a dire quella di un rito che, perpetrandosi, si offre allo sguardo dello spettatore aperto come il meccanismo di un Rolex che ritenevamo fasullo ma, inaspettatamente, un reseller su Tik Tok ci ha rivelato autentico. E tutti i meccanismi, quando li guardi abbastanza a lungo (e 10 ore di concerto sono un pellegrinaggio da fermi, di fatto un eremitaggio), cominciano a raccontarti le loro storie.

L’autenticità (parola ormai ridotta a un soprammobile lessicale) qui, non abita solo i luoghi deputati ma anche quelli laterali, non coincide con ciò che è progettato ma con ciò che sfugge alla progettazione, e il paradosso è che questo sfuggire è reso possibile proprio dalla rigidità del sistema che lo contiene, come se il rituale, portato al suo grado massimo di istituzionalizzazione, producesse inevitabilmente delle crepe, delle piccole fenditure come quelle da cui, nell’opera laterizia delle mura aureliane che ci circondano, filtra un fiore di finocchietto selvatico.

Prendi i gruppi elettrogeni dei camion della Rai. Producono un odore che si comporta come una nota critica permanente, una specie di commento olfattivo alla giornata: è la televisione che lavora, che si sforza, che tiene in piedi l’intero apparato mentre tutti fingono di non vederla, o meglio di tollerarla come si tollera una prozia ricca ingombrante che, però, come nei romanzi di P.G. Wodehouse, ci paga il pranzo; e siccome da anni ci raccontiamo che la televisione rovina il live, che lo appiattisce, che lo addomestica, quell’olezzo di combustibile sembra confermare il pregiudizio, quando invece basterebbe un minimo di onestà per riconoscere che, senza quella macchina un po’ antiquata e molto concreta, non ci sarebbe nessuna diretta, nessun meta-racconto condiviso, nessuna BigMama, forse nemmeno più una piazza o un concerto. È un paradosso molto italiano: si disprezza ciò che rende possibile ciò che si ama.

Il momento di Ermal Meta in mezzo al pubblico funziona meglio di tanti altri perché smonta uno dei pregiudizi più comodi dei puristi-concertisti, cioè che la televisione rubi sempre qualcosa al vivo, mentre qui succede il contrario: la diretta non sottrae presenza, la aumenta, la mette in circolo, fa della piazza non uno sfondo ma un personaggio, e infatti quando Ermal scende tra la gente non sembra un artista che cerca l’abbraccio facile della folla, ma un attore che esce dal set per scoprire che il set continua anche fuori dal set; un set le cui comparse, appena si intravedono sul maxischermo, provano emozioni ulteriori, aumentate rispetto a quelle che proverebbero senza la percezione di essere parte di qualcosa che sfugge alla vista e all’udito di una sola persona o, soprattutto, senza una gru di dieci metri che gli vola sopra la testa.

Levante, quando volta le spalle alla piazza per farsi corteggiare dalla telecamera, non sta abbandonando il pubblico ma lo sta offrendo allo sguardo di tutti, compiendo un gesto meno narcisista di quanto sembri e più vicino a una forma di regia istintiva: non si sottrae al pubblico, lo riorganizza, lo rimette dentro l’inquadratura, come se per restituirlo davvero dovesse prima passare attraverso quello sguardo mediato che oggi è diventato parte stessa dell’esperienza; e così la piazza, invece di perdersi, si ricompone, acquista una seconda vita, leggermente più consapevole, forse anche un po’ più teatrale, ma proprio per questo più leggibile, come accade spesso nelle cose italiane quando smettono di fingere di essere solo ciò che sono e accettano, con una certa grazia, di essere anche rappresentazione.

Il backstage resta l’altro grande centro narrativo del Primo maggio. Tra le novità di quest’anno si segnala, oltre alla graditissima presenza di Nadia di ”
Case a prima vista (molto concentrata sulla musica, tranne qualche inevitabile sguardo catastale sugli attici che insistono sulla piazza), l’evidenza di quella che è ormai una totale sovrapposizione tra outfit degli artisti e della gente, per così dire, comune; ovvero tra produttori e consumatori di arti: cosa che ha creato grandi soddisfazioni sui social ma anche qualche intoppo logistico.

Un artista reale poteva restare temporaneamente fuori dall’area palco perché privo di pass; mentre un essere umano qualsiasi, purché dotato di un look coerente con l’immaginario estetico del momento – una canotta in rete da pesca, un blazer in similpelle indossato senza alcuna mediazione di magliette o camicie – attraversava i controlli con una naturalezza che non aveva bisogno di spiegazioni, e intorno a queste micro-dinamiche si organizzava un’intera coreografia di sguardi, dubbi e rivelazioni, in cui anche fotografi di mestiere, posti di fronte all’incertezza, finivano per immortalare non chi fosse è già famoso, ma chi lo sarebbe potuto essere, trasformando la documentazione del presente in una scommessa sul futuro. Insomma: le Italie che il Concertone mette in scena spesso non si parlano davvero, o si sfiorano senza riconoscersi; a volte si ignorano, a volte si osservano con una certa diffidenza, e tuttavia, proprio per questo, sono l’unico modo realistico di rappresentarci. Giacché l’Italia, oggi, non è una sintesi ma una coesistenza, non è un racconto unico ma una serie di racconti paralleli che condividono lo stesso spazio senza condividere lo stesso tempo.

Siamo un Paese che balla non perché è felice, ma perché da fermo si vedrebbe troppo bene che non lo è. Il Concertone del Primo Maggio 2026, con tutta la sua retorica, i suoi elettrogeni, le sue scalette, le sue crepe e le sue improvvise illuminazioni, non fa altro che mostrare questo, senza spiegarlo, senza risolverlo, lasciandoci davanti a un’immagine che, proprio perché frammentata, somiglia finalmente a qualcosa di vero. E forse, alla fine, è tutto qui il suo senso: non unire ciò che è diviso, ma esporci alle sue divisioni abbastanza a lungo da costringerci a riconoscerle.

Del resto il Primo Maggio non è un evento coerente ma una specie di gigantesco circo morale in cui l’Italia porta in pista le sue contraddizioni migliori e peggiori, fa inciampare i suoi clown sui cadaveri della cronaca, lancia il pianeta come fosse un Super Santos e, tra una polemica e un applauso, riesce ancora per sbaglio a fare la cosa più difficile: somigliarci.