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Iggy Pop e David Bowie nella fabbrica di plastica

Non ci sono solo ‘The Idiot’ e ‘Lust for ‘Life’. Negli anni ’80 i due amici si sono incontrati nuovamente per incidere ‘Soldier’ e ‘Blah-Blah-Blah’, due dischi giusti al momento sbagliato. È il momento di riascoltarli

Iggy Pop e David Bowie nel 1986

Foto: Larry Busacca/WireImage

In questo periodo incerto, la musica è stata di conforto per la gente. E la possibilità di avere accesso a materiali d’archivio per alleviare la clausura è stata un veicolo di scoperte e riscoperte. È il caso del live del 2016 alla Royal Albert Hall, reso disponibile a tutti, in cui Iggy Pop nonostante l’età porta avanti uno show clamoroso. Ecco, anche in virtù del suo ultimo lavoro in studio (Free, probabilmente uno dei suoi picchi), da pochissimo è uscito un box di sette cd che documentano il periodo in cui a Berlino David Bowie e Iggy Pop erano “coppia di fatto”, scivolando negli eccessi della capitale tedesca come blatte nelle buche dell’asfalto.

La loro amicizia ha portato alla nascita di due grandissimi dischi, The Idiot (infaustamente conosciuto per essere stato la colonna sonora del suicidio di Ian Curtis) e Lust for Life (altrettanto infaustamente conosciuto per essere stato la colonna sonora di Trainspotting). Sono usciti nello stesso anno (il cruciale ’77 del punk) e hanno caratteristiche molto diverse (più post punk il primo, più rock il secondo), ma sono uniti da un’urgenza espressiva unica e da una sperimentazione tra l’improvvisazione e la composizione che influenzerà entrambi nelle rispettive carriere e perfezionerà i loro percorsi sonori.

La mano di Bowie si sente, ma Iggy è quello che lui non riuscirà mai a essere a livello d’istinto (il modo di improvvisare testi nel microfono sul momento lo folgora portandolo a fare lo stesso nei suoi lavori, vedi Heroes). Entrambi però fuggono dalla loro deriva umana, da un crollo psicofisico, cercando di emergere insieme dalla melma. Perché se è vero che Bowie tira fuori Iggy dal manicomio, è vero anche che Iggy rappresenta una motivazione per evitare che David sparisca nei suoi vestiti a forza di tirare col naso.

Ecco, universalmente assodato che questi due dischi sono delle pietre miliari, c’è però da dire che non è esatto vederli come gli unici prodotti dei “Bowie years”. In realtà (a parte Raw Power del 1973, ancora però legato agli Stooges) esistono altre due incisioni permeate della complicità artistica dei due: meno conosciute, meno blasonate, a volte colpevolmente ignorate. Vediamo per quale motivo e se i tempi sono maturi per illuminarle, invece, con l’occhio di bue del “disco giusto al momento sbagliato”.

Il disertore del rock

Ok, sappiamo che Iggy è considerato il padrino del punk, soprattutto per la militanza negli Stooges. Nel caso dell’album del 1980 Soldier lo fa e basta. Anzi, volendo essere sinceri, del punk usa solo la struttura per poi smontarla a suo uso e consumo, andando ancora una volta oltre: potremmo considerarlo un ibridone tra power pop, new wave e punk-rock, ma anche in questo caso non sarebbe esatto. È semplicemente Iggy che seziona un po’ tutta la musica di strada in voga nel periodo rendendola demenziale e provocatoria (e in questo irritando più di un critico) ma mettendo su – forse in virtù di questo – un perfetto Frankenstein cucito con gli scarti delle tendenze del periodo.

Alla registrazione di Soldier collabora Glen Matlock, il primo bassista dei Sex Pistols nonché uno dei principali autori dei loro migliori strali (non sarà l’ultima volta che Iggy filtrerà con la band, come vedremo). Ma anche di Barry Andrews, tastiera psichedelica degli XTC, creando una fusione micidiale che troverà per esempio l’apice in Dog Food, che sarà anche la traccia simbolo del film Dogs in Space, storia estrema di punk australiani con protagonista un giovane Michael Hutchence degli INXS nei panni di uno scoppiato.

Oltre a circondarsi da questa garanzia di qualità, c’è il sopraccitato Bowie ad aleggiare sul disco. Apparentemente si occupa solo dei cori, in realtà presiede a gran parte delle registrazioni, come un regista occulto. Tanto che riuscirà ad ottenere la cancellazione di quasi tutti i solo di chitarra di Steve New (membro dei Rich Kids nei quali militava Matlock) reo di avere preso a pugni in faccia Bowie, che pare avesse picchiato la sua ragazza. Come abbia fatto, nonostante questo episodio increscioso, a imporsi è semplice: alla produzione avrebbe dovuto esserci proprio lui affiancato da James Williamson (il mitico chitarrista degli Stooges), ma contrasti insanabili tra i due avevano portato presto a un altro produttore, quel Pat Moran che strano a dirsi aveva lavorato con i Queen e i Rush. Questa confusione improbabile di suoni, influenze, umori produrrà un disco schizzato, pulito ma massiccio, nel quale anche le chitarre acustiche e le tastiere risultano crude. Bowie co-firmerà anche la velenosa Play It Safe, un brano sulla codardia delle nuove generazioni, occupandosi dei cori insieme ai Simple Minds.

I testi del disco sono polemici, grotteschi, ironici, prendono a randellate la medio borghesia in maniera quasi circense (Loco Mosquito, Ambition e I’m a Conservative parlano chiaro). Ricordano le stilettate bowiane di It’s No Game, Scream Like a Baby e Teenage Wildlife, contenute in Scary Monsters, di cui Soldier è la versione dura. Da una parte c’è il new romantic, dall’altra un alternative rock ante litteram (Knockin’ Em Down profuma effettivamente di Jane’s Addiction): le due vecchie icone del rock avvisano le nuove leve che sanno ancora muoversi sul ring, anticipando le loro stesse mosse. In questo Iggy Pop è davvero un soldato, ovviamente disertore: lascia il campo di battaglia del presente modaiolo per pensare al futuro del rock, non ha tempo da perdere.

Pop di plastica

Dicevamo, il futuro: nel 1986 Bowie ritorna come produttore in pianta stabile di Iggy, in un periodo – creativamente parlando – per il primo non tanto fortunato e molto poco futuribile. Nonostante i successi commerciali, Bowie sembra essersi seduto sugli allori di Let’s Dance, reiterandone la formula fino quasi a renderla sterile. Ovvio, i fan sanno che in quello che molti critici considerano spazzatura (parliamo della colonna sonora di Labyrinth e del successivo Never Let Me Down) ci sono dei fiori che sbocciano proprio a contatto con Iggy.

Blah-Blah-Blah del 1986 è un esempio di puro pop di plastica, assolutamente digitalizzato, pensato per i “sons of the silent age” tanto amati da Bowie. E non perde colpi nel marasma tecnologico poiché dotato di una capacità iperrealista rock: come se improvvisamente dei cassieri del supermarket si mettessero a smontare l’intero edificio scambiando di posto ai prodotti in maniera casuale. Nella sua urgenza postmoderna, Bowie sembra scavalcare Pop, il quale disse che questo «è un album di Bowie in tutto tranne che nel nome».

Vale solo per la superficie. Perché se è vero che Bowie produce, è al banco del mixer e si prodiga nei cori (e alcune canzoni sarebbero potute entrare in Tonight, il suo album dell’84), è con Iggy che escono fuori le viscere. La sua interpretazione rocciosa e la collaborazione dell’altro Pistols Steve Jones, che scrive un paio di brani, mette infatti il socio al suo posto. Riesce a trovare il ponte tra musica dura e musica commerciale anche nei testi che risultano ruvidi ed esistenzialisti, e in un certo senso burroughsiani con la title track (la Wild Boys di Iggy praticamente). Col suo muscolare vitalismo stradaiolo, Iggy riesce a trovare la quadra dove Bowie non riusciva, distratto dalle posizioni in classifica, producendo così un disco fondamentale per il pop del futuro (molti anche oggi devono molto a questo album, anche se non lo confesseranno mai). Ascoltando gli effetti pitch di gomma di Baby It Can’t Fall con le sue collisioni orchestrali o il sound sintetizzato pieno di campioni weird e drum machine compresse ci si immagina che Iggy sia entrato in una macchina del tempo per inglobare la PC Music nel suo dna (ascoltare Fire Girl per credere). Sottotraccia c’è il tema dei media, della tv, della disinformazione, del consumismo pop che fa rima con violenza, quello che in pratica è diventato poi il mondo social.

Per capire quanto fosse avanti, la storia dice che Bowie restò a bocca aperta quando Iggy gli fece ascoltare le sue demo. In un certo senso Iggy Pop accettò di farsi produrre solo per amicizia, benché riluttante, forse perché sapeva che all’amico perso nella sua gabbia dorata avrebbe fatto bene, così come a lui per rompere una pausa di quattro anni dalle scene. La scelta fu premiata e il risultato di pubblico notevole: ma sarà proprio il successo del disco a dividere per sempre i due a livello artistico, forse proprio per questa simbiosi prolifica, ma ad alto rischio per le rispettive identità. Che saranno recuperate disco dopo disco, passo dopo passo (e con un ultimo omaggio di Bowie all’amico, una cover di Bang Bang che inserirà in Never Let Me Down), fino a renderli entrambi praticamente imbattibili.

«La nostra amicizia era basata sul fatto che quest’uomo mi ha salvato da un punto di vista professionale e forse anche da un annientamento personale. È molto semplice», disse candidamente Iggy alla morte di Bowie. Bene: non annientate la storia di questi due dischi e preparate un nuovo cofanetto, ne avremo bisogno.

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