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«I soliti accordi da bar band»: la stroncatura di ‘Wish You Were Here’ dei Pink Floyd

La title track? Buona finché non entra la band. 'Shine On'? Potrebbe parlare del cognato di Roger Waters che prende una multa per sosta vietata. Ecco come Rolling Stone recensiva l'album uscito nel settembre 1975

I Pink Floyd dal vivo a Los Angeles nel 1975

Foto: Jeffrey Mayer/WireImage

La recensione che state per leggere è stata pubblicata su Rolling Stone il 6 novembre 1975.

Senza i Pink Floyd non avremmo avuto tutte quelle band sci-fi europee da maltrattare: Hawkwind, Can, Amon Düül II e compagnia bella. I Floyd sono stati i primi ad esplorare le vette dello sballo chimico e dal punto di vista commerciale e artistico non li si batte, come dimostrano i numeri di Dark Side of the Moon. L’album del 1973 ha venduto finora 6 milioni di copie nel mondo, di cui la metà solo negli Stati Uniti. Ci sono 900 mila prenotazioni per il nuovo disco, a cui hanno lavorato per due anni. È una cifra record o quasi nella storia della loro etichetta discografica americana, la Columbia.

Si dice che l’attesa sia stata lunga a causa delle paranoie della band. Pubblicare un disco, qualunque disco, dopo DSOTM significa dare il via a confronti con un passato imbattibile. Se così fosse, queste paure si sono realizzate.

Estratti delle telefonate a un programma della radio KWST-FM:

Julie Foreman, 15 anni, Burbank, California: «Non è bella musica. Si trascina stancamente. Chiunque riuscirebbe a fare di meglio».

Le Roy Guilford, 23 anni, Anaheim, California: «Non mi è piaciuto granché subito dopo averlo comprato. È cresciuto con gli ascolti, ma non sono i Pink Floyd come dovrebbero essere i Pink Floyd. È tipo la loro versione noiosa».

Lo sanno anche i Pink Floyd che non riceveranno alcun premio per la loro tecnica strumentale. Sono competenti, niente di più. Trasmettono una sensazione illusoria di complessità che ha spinto legioni di fan a straparlare di arte quando invece non fanno altro che manipolare elementi semplici – i soliti tre accordi che usano tutti – che qualunque bar band riuscirebbe a riprodurre senza alcuna difficoltà.

Uno dei fattori che rendeva notevole DSOTM è che li mostrava al loro meglio in quanto strumentisti. In passato, i Pink Floyd hanno cercato di andare oltre concettualmente i loro limiti tecnici, ma su quel disco era tutto perfettamente calibrato. La combinazione di un modo di suonare elementare ma impeccabile con effetti sonori di gran gusto aveva spinto a sentire il disco anche chi in passato non avrebbe comprato un disco dei Pink Floyd neanche con una pistola puntata alla tempia. E invece in buona parte di Wish You Were i Pink Floyd sembrano un gruppo rock convenzionale che ignora i propri punti di forza per conquistare arene che non sono equipaggiati a conquistare.

Il primo indiziato è David Gilmour, il più dotato del gruppo. Non che sia un virtuoso, ma ha un sacco di idee intelligenti in grado di soddisfare i desideri del loro vasto pubblico. In vari frangenti in Wish You Were Here cerca di strafare e indulge in lunghi assoli che lo fanno sembrare uno dei tanti bravi chitarristi che pensano con le dita e non con la testa.

Nell’introduzione del pezzo che dà il titolo all’album Gilmour suona un bel duetto acustico (con sé stesso, passato per radio) nell’introduzione di una canzone che ricorda vagamente Loudon Wainwright per via del sound spoglio. È il pezzo migliore dell’album, almeno finché non arriva la band e rovina tutto. Dopo tante energie spese a trasformare i loro limiti in punti di forza, i Pink Floyd dovrebbero fare di meglio che imitare i gruppi rock tradizionali di fronte ai quali si pongono come alternativa.

Tim Devins, 19 anni, Nothridge, California: «Osano di meno di un tempo. Non mi sembra un capolavoro, ma voglio sentirlo qualche altra volta prima di dare un giudizio definitivo».

Parte fondamentale nel processo che li ha portati a convivere con i propri limiti è stato l’utilizzo dello studio di registrazione come strumento, un fattore che hanno sfruttato in modo decisamente più efficace di altri gruppi. Ma qui esagerano. Gli effetti non completano più la musica, la sovrastano e sembrano fini a sé stessi. Il suono non ha più la dimensionalità mozzafiato di DSOTM che aveva convinto tante persone che i Pink Floyd sono qualcosa di più di una strana interferenza spaziale.

Bill Hein, 20 anni, Palos Verdes Estates, California: «Sono un po’ deluso. Non c’è nulla nel disco che mi sia rimasto impresso. Non mi sembra potente. Quando sentivo Echoes potevo vedere campi, foreste, il sole su un laghetto avvolto nella nebbia. Con quest’album non vedo un bel niente».

Shine On You Crazy Diamond deve la sua credibilità all’idea di affrontare l’argomento Syd Barrett, la guida del gruppo agli inizi. L’idea è buona, ma non è ben realizzata. Sono così prosaici che il pezzo potrebbe trattare anche del cognato di Roger Waters che prende una multa per sosta vietata. E questa cosa costringe, tra l’altro, a rivalutare le band “spaziali” a cui i Pink Floyd hanno dato inconsapevolmente vita. Quel che accomuna questi gruppi è la sincera passione per la loro “arte”. E la passione è esattamente quel che manca ai Pink Floyd.

Il tema del disco è la grande macchina dell’industria discografica che ha costruito e poi distrutto Syd Barrett (per cantarlo hanno reclutato Roy Harper, un cantante inglese poco noto, ma molto rispettato che non ha mai sfondato, il che aggiunge al tutto un po’ di cinismo arrendevole). Peccato che trattino l’argomento in modo tanto solenne. Sembrano intrappolati in quella stessa macchina e incapaci di farci intravedere una qualche forma di liberazione.

Jill Bohr, 20 anni, Riverside, California: «Mi piace il tema del disco. Dovreste vedere com’è l’Alaska adesso: fuori dal tempo e dallo spazio. Dopo un anno che sto in Alaska sentire Welcome to the Machine mi ha fatto pensare che i Pink Floyd sono passati di qui. Sembra che descrivano le macchine che qui d’estate vanno giorno e notte».

Wayne Trenkler, 16 anni, Arcadia, California: «Il disco nuovo è bello. Non l’ho comprato, ma l’ho sentito un sacco di volte perché ce l’hanno tutti i miei amici».

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