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I Måneskin hanno ‘Vent’anni’: «Lasciateci sbagliare»

In un mondo di trapper virtuosi delle app, loro continuano a rifarsi ai cliché del rock. Nel nuovo singolo invitano i coetanei a non farsi sopraffare dalle paure e dal dubbio di non essere nessuno

Måneskin

Foto press

Di questi tempi ognuno fa quel che può, ma per i Måneskin essere costretti a presentarsi di nuovo all’interno di uno schermo è una specie di piccola nemesi. Non ci si può far niente: proprio come i concerti, anche conferenze stampa e showcase passano da Zoom e i suoi fratelli. Ma la sensazione è che i finalisti di X Factor 2017 soffrano più di altri il distanziamento – così come il genere che più amano, il rock nelle sue vesti più vintage.

Nei loro ricordi c’è il tour seguito al loro bi-platinato album di debutto Il ballo della vita, nei loro occhi c’è ancora l’eco dei tantissimi concerti visti nella loro full immersion londinese, che citano con evidente nostalgia: si aspettavano che gli desse la spinta necessaria a pensarsi in grande, andando oltre i limiti del piccolo mondo sovranista della musica italiana. E per qualche minuto, quando appaiono in una location grandiosa e vetusta (e attenzione, non-urban), intenti a eseguire in anteprima il singolo Vent’anni davanti ai palazzi imperiali del Palatino, il sogno non sembra lontano. La canzone del grande ritorno è una ballata che bussa deliberatamente alle porte del classic rock, e il testo ha lampanti ambizioni di manifesto generazionale. In quei quattro minuti abbondanti, tra schitarrate e cappotti colorati, strofe che mescolano sfrontatezza e paure, l’incantesimo sembrerebbe possibile: tutto un immaginario di vinili, festival antichi, manifesti psichedelici e pantaloni zampati inizia ad avvolgere la band romana preservandola dal 2020. Ma qualche minuto dopo devono riavvolgere le sciarpone selvagge e sedersi composti in favore di webcam: il passato – come è suo destino, del resto – rimane alle spalle, quando viene il momento di raccontare a parole il proprio presente e futuro.

E non è facile. La loro canzone, come del resto il loro modo di tenere la scena, è più convincente di loro. Il che non è necessariamente una bocciatura – volendo, è un modo di sottolineare che i Måneskin sono animali rock di quelli di una volta, e quindi, volendo, missione compiuta. Se non che, quel tipo di animali non si sono estinti per caso: il presente è di migliaia di micro-star il cui strumento è lo smartphone, virtuosi delle app. E c’è una punta di inevitabile insofferenza in alcune frasi che non riescono a trattenere sulla «musica con gli strumenti effettivi» (nelle parole del chitarrista Thomas Raggi), l’insistere sul concetto di band e suono analogico da power trio, sull’atmosfera dei live britannici. E questo, curiosamente, li rende anticonvenzionali per la loro generazione, ma non per quella precedente. Sappiamo che sono parole pesanti, ma da questo punto di vista sono come Il Volo. E la mancanza dei live annulla quella prerogativa che veniva loro dalla presenza scenica e da una fisicità carismatica che non a caso aveva scatenato l’entusiasmo soprattutto delle adolescenti (alle quali, non dimentichiamolo, dobbiamo la scoperta di Elvis, Beatles, Rolling Stones – perché se aspettavamo i puristi, stavamo freschi). E la mancanza di CD e instore tour induce a prudenza: per ora esce il singolo, poi per l’album si vedrà, tanto là fuori, come ricorda sospirando la bassista Victoria De Angelis, «è tutto improntato su elettronica e produzione» – in sostanza, la musica che garba ai teenager maschi, ormai riferimento dominante della discografia italiana. «Mentre noi ovviamente siamo influenzati dalle grandi band del passato, ognuno coi suoi gusti personali ma a tutti piacciono il mondo di Led Zeppelin, Fleetwood Mac, David Bowie…». «Gentle Giant», sfodera un po’ imprevedibilmente il frontman Damiano David. Che poi con ironica spavalderia: «Ma il rock’n’roll non muore mai! Si nasconde ma poi torna con arroganza importante».

Ma visto che di rock’n’roll ne abbiamo potuto sentire meno di cinque minuti, quello che prende il sopravvento è il testo di Vent’anni. Spiega David: «Ho scritto secondo due punti di vista, il mio di adesso, Damiano ventenne, ma anche immaginando di avere tra 50 e 60 anni, l’età di mio padre, per parlarmi e dirmi le cose che un ventenne vorrebbe sentirsi dire. La speranza è di accorciare il gap generazionale, perché i vent’anni riguardano tutti, forse certe emozioni e paure alla nostra età si provano in modo più amplificato ma tanti adulti sui social ci hanno detto che le vivono tutt’ora». Una delle strofe però sembra accusare: ci avete insegnato solo a odiare, vogliamo rimediare ai vostri errori. «Non è un’accusa a qualcuno. Ci sono molte realtà che non sono rappresentate, siamo molto abituati a farci spaventare o odiare, denigrare quello che non conosciamo. Per il futuro speriamo in un mondo in cui le categorie siano rappresentate in un mondo più equo, senza minoranze schiacciate, che non rimangano nell’ombra». De Angelis interviene a togliere qualche ombra dal discorso: «Gli errori non sono necessariamente riferiti agli adulti, quella di razzismo, omofobia e misoginia è una cultura non generazionale, anche persone della nostra età diffondono odio e commettono abusi». «Mi sono sentito dire di tutto per un po’ di smalto e capelli lunghi», approfondisce David. «Ma noi abbiamo scelto di esporci e non ci fa niente, però ci rendiamo conto di quanto un ragazzo più sensibile di noi possa soffrire per gli stereotipi, il machismo, e non vestirti di rosa che è per le femmine… Ma io mi vesto di rosa quanto voglio».

Naked and famous: i Måneskin nella campagna di Oliviero Toscani

La discussione (tipicamente rock) sul messaggio va allora a confluire naturalmente nella discussione (altrettanto rock, in fondo) sull’immagine, e non poteva mancare l’accenno alla foto dei quattro giovinetti ignudi, anticipata da un quotidiano di prestigio, scattata da Oliviero Toscani, ventenne antico. «Siamo stati noi a cercarlo», afferma De Angelis, «ci piaceva il suo modo di rappresentare tramite immagini dei concetti che ci stanno a cuore. La foto che ci ha fatto è l’immagine di un amore senza sovrastrutture, senza limiti e pregiudizi, un abbraccio tra tre uomini e una donna che simboleggia libertà sessuale senza blocchi né pregiudizi». «Le sue campagne scatenano sempre grandissime discussioni, ha la capacità di creare una spaccatura nel pubblico che guarda, e dalla spaccatura nasce un dialogo e dove c’è dialogo c’è progresso».

Qualcuno (Noel Gallagher, per esempio. Ma ha vent’anni, lui?) non giudicherebbe molto rock l’atteggiamento nei confronti delle restrizioni imposte in tempi di Covid. «Non si può fare come si vuole, noi siamo per un messaggio di libertà ma rispettando le regole», dice De Angelis (che, en passant, parla un pochino più spesso dei maschi del gruppo, anche se Thomas Raggi non si tira certo indietro). «Non ci prendiamo la briga di insegnare niente a nessuno, ma crediamo che in questo momento volenti o nolenti si debba fare fronte alla situazione e affidarsi ai pareri di chi ne capisce più di noi; ci daranno istruzioni e noi le seguiremo, vanno rispettate volontà e sicurezza di tutti. La libertà di ognuno di noi finisce quando inizia quella degli altri».

Ma dopo il dispiego di maturità e saggezza, si chiude – coerentemente – ritornando sulle paure dei Vent’anni, e non solo. Ognuno ha voluto svelare le sue. «Io soffro di attacchi di panico. Da quando avevo 13-14 anni. A quei tempi era un tema di cui si parlava poco. Quando ho iniziato a soffrire di ansia ero spaventata perché non sapevo cosa mi stesse succedendo. Oggi invece questo tipo di disturbi mentali sono molto normalizzati. Io a lungo non sono riuscita ad andare a scuola perché mi vergognavo moltissimo» (Victoria De Angelis). «Io ho una paura scema, quella delle altezze. Giuro, ne ho troppa. E poi di rimanere solo. In varie fasi della vita mi sono sentito o troppo ingombrante o quasi invisibile e superfluo. Ma non se ne esce da soli. Anche se non è facile si può accettare un aiuto esterno, magari quello di uno psicologo o terapeuta» (Damiano David). «La mia paura è mostrare chi sono veramente. In effetti con questo manifesto, il proclama “Non abbiamo paura di niente” lo vivo come una sfida a noi stessi, ma anche come un invito ai coetanei a mostrarsi, con le proprie debolezze, e poi trovare la propria valvola di sfogo, che per noi è stata la musica. Non c’era un piano B» (Thomas Raggi). «Io soffrivo molto di timidezza e avevo paura di non integrarmi. E non riuscivo a espormi e ad avere una comunicazione normale. Sono quasi tutte paure che vengono nella prima adolescenza. Però ricordo che quando il mio insegnante di batteria mi vide giù per non aver suonato bene un pezzo mi disse: tu non devi preoccuparti per avere sbagliato, ma concentrarti su come hai sbagliato. Sbagliare è giusto, e dallo sbagliare si ricavano lezioni. È così: abbiamo vent’anni, lasciateci sbagliare» (Ethan Torchio).

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