Rolling Stone Italia

I figli d’arte hanno fatto anche dischi buoni

Siccome sparare su chi ha un cognome famoso è fin troppo facile, e anche noi l'abbiamo fatto, ecco 10 casi di musicisti che hanno creato qualcosa di valido, fra grandi nomi e completi sconosciuti

Foto: Erika Goldring/Getty Images

Seguendo le gesta delle grandi star della musica a volte ci domandiamo se abbiano eredi ideali. Molti, com’è noto, hanno proprio degli eredi diretti, figli che hanno scelto la stessa strada. In certi casi la cosa ha funzionato sia a livello di notorietà sia di critica: pensiamo a Jeff Buckley, figlio del grande Tim Buckley, che l’ha surclassato in questo senso, oppure a Norah Jones, figlia di Ravi Shankar e di Sue Jones. In altri casi, invece, essere figli d’arte è un fardello tale per cui essere sottovalutati è all’ordine del giorno, tanto che alcuni sono quasi i fantasmi di loro stessi. Qui cercheremo di fare giustizia a 10 figli d’arte internazionali e nazionali che a loro spese e coraggiosamente hanno seguito le orme ingombranti dei genitori dovendo quindi sgomitare per imporre la loro personalità musicale.

Dhani Harrison

Per arrivare al grande pubblico, il figlio di George Harrison ha aspettato l’età non proprio puberale di 39 anni, facendo uscire l’album In///Parallel che nel 2017 passò in sostanza inosservato. Ed è un peccato perché trattasi di un disco sorprendentemente multiforme, che passa da misticheggianti sentori indiani a una new age sporcata di rumorismo digitale e di sapienti intrecci tra orchestrale ed elettronico che scivola tra trip hop, idm, minimal techno e sperimentalismi vari. Soprattutto ci sono le canzoni, che solo raramente hanno un che di beatlesiano: più che altro è il naturale sviluppo di un dna che parla chiaro e che Dhani usa come trampolino di lancio verso la propria voce musicale. Le differenze sono evidenti: in generale – rispetto al piglio arioso del padre – l’approccio di Dhani è scuro, introverso, e gioca con le profondità che, più che spirituali, sono abissi guardati dal bordo del burrone. Non a caso la maggior parte delle sue collaborazioni storiche sono con gente come Perry Farrell, gli UNKLE e M.I.A. , del cui documentario autobiografico ha curato la colonna sonora. Ma ahimè si continua a sovrapporlo al famoso genitore, forse per la somiglianza fisica pazzesca. Dhani si è quindi rifugiato in una band, i Thenewno2, ma noi lo preferiamo solo e a testa alta, senza la proverbiale coperta di Linus del gruppo di turno.

Grace McKagan

Le colpe dei padri ricadono sui figli e nel caso di Grace McKagan il detto è azzeccatissimo. In questo caso la colpa è il punk, che la giovane rampolla ha preso in eredità dal famoso bassista dei Guns N’ Roses, Duff, e che a soli 16 anni l’ha portata a essere la frontwoman dei Pink Slips, una band synth punk fondata con il suo ragazzo (al basso); diciamo una versione soft rispetto agli esempi del genere (di sicuro non ci troviamo di fronte gli Screamers). Carucci, ma per trovare davvero la vera Grace McKagan bisogna aspettare i suoi EP solisti degli anni ’20 dove, in effetti, troviamo un altro tipo di approccio che abbandona le ingenuità del passato per sperimentare un alt rock molto più convincente. Pensate a un frullato fra Transvision Vamp, Daisy Chainsaw e Dale Bozzio dei Missing Persons accoppiata con Courtney Love: chitarroni distorti e semidetunati con una voce interessante, promettente a livello interpretativo, nonché sguaiata e stortamente sbronza. Quanto basta per non essere considerata una barzelletta, anche perché (come ammette lei) brani come Surrender nascono da una crisi d’identità acuita dallo scorso lockdown. Anche lei è relegata alla scena underground, ma tant’è, probabilmente nel futuro preparerà delle sorprese che ribalteranno la situazione: di certo non si tratta di Kelly Osbourne, che al contrario ha piazzato il suo esordio solista nella top 30 inglese e ancora la gente si chiede come abbia fatto…

Sean Lennon

Sul primo (e unico) genito della premiata ditta Ono/Lennon si potrebbe scrivere un libro, se non altro per la quantità di strumenti che è in grado di suonare, per il numero di situazioni mondane e progetti paralleli in cui si è ritrovato, per la sua attività di produttore (di Black Lips, Soulfly e Lana Del Ray tra gli altri) e per le collaborazioni stellari già in tenera età (il suo padrino è Elton John, tanto per dire, e il suo primo brano solista risale in realtà al 1984 quando aveva circa 8 anni…). Rispetto al fratello Julian , altrettanto dotato e capace negli ’80 di inanellare alcune hit, come autore ha avuto meno fortuna in classifica, questo perché paga un eclettismo che gli permette di spaziare dal pop più mellifluo al noise più spacca timpani fino alla psichedelia più marcia. In effetti non gli è stato perdonato il suo sperimentalismo, marchio di fabbrica della mamma Yoko. Non è un caso quindi che sia proprio lui, ancora oggi, a continuare a vivificare la Plastic Ono Band. Di sicuro possiamo dire che il suo primo album, Into the Sun pubblicato nel 1998 dalla Grand Royal, etichetta dei Bestie Boys, è un lavoro perfettamente inserito tra i migliori dischi dei tempi in cui uscì e che è forse anche più lungimirante di quanto si pensi per il suo melting pot stilistico. Ma, in fondo, a Sean è sempre piaciuto più che altro suonare in una band, come dimostra la sua alleanza musicale con Les Claypool dei Primus con il quale condivide il progetto The Claypool Lennon Delirium, un concentrato di neopsichedelia surreale e libera da preconcetti sulla scia del “tricheco” del padre: e scusate se è poco.

Dweezil Zappa

Tra i figli d’arte il cui genitore è un vero proprio macigno che pende sulla testa, il pargolo di Frank Zappa è probabilmente quello che ha preso con filosofia la faccenda. O meglio, ha provato a seguire un percorso personale e poi ha capito, soprattutto dopo la morte del noto genitore, che tutta quella musica paterna non poteva finire inascoltata dalle nuove generazioni e si è messo da parte accettando di sobbarcarsi la cosa: perché se non lui chi altro? E lo fa anche con una certa presa a bene, non scontata: continua a fare le sue cose ma senza grandi pretese, probabilmente anche per eccesso di umiltà. In effetti, negli anni ’80, dopo una prova come Have a Bad Day nel 1986 (che è sì immatura, ma nello stesso tempo anche affascinante per il suo coraggio di buttarsi nella mischia), Dweezil stava quasi per trovare la chiave per rimodernare le idee del babbo e modellarle a sua immagine e somiglianza. Un album come My Guitar Wants to Kill Your Mama, già dal titolo è un manifesto di intenzioni (il brano è infatti una cover del papà) e all’interno vede una sintesi degli elementi che traghetta gli elementi di Zappa senior nel crossover moderno come per dare una maggiore fruibilità anche nella generale complessità. Buon sangue non mente. Se poi pensiamo che a soli 12 anni Dweezil fece uscire il suo primo singolo con ospite Steve Vai e con un retro come Crunchy Water, che è la risposta punk del figlio al padre, ci dispiace che non abbia continuato per quella strada: rimane una promessa mancata, ma se c’è qualcuno che può divulgare la musica di Frank, ripetiamo, meglio che lo faccia lui. E poi non si sa mai, d’altronde è ancora giovane.

Alexa Ray Joel

Alla maggior parte dei lettori questo nome non dirà nulla e in effetti la figlia di Billy Joel raramente è saltata alla ribalta nonostante scriva musica già dalla tenera età di 15 anni. Cantautrice e pianista, all’età di 19 anni mette su una band e comincia a calcare forsennatamente i palchi degli Stati Uniti. L’anno dopo esce il suo primo EP su etichetta indipendente, Sketches. E bisogna dire che è un esordio interessante che scivola sulle onde dell’urgenza espressiva tipica del cantautorato di razza, ponendosi in un contesto DIY in cui a volte sfiora leggermente la weirdeness (vedi copertina disegnata a mano che dire naïf è poco). Dopo quest’esordio convincente e un po’ di festival di una certa raffinatezza alle spalle, ecco però una discesa in un suono mainstream piuttosto anonimo, costruito da singoli a singhiozzo: che abbia ereditato anche il blocco dello scrittore che affligge da un bel po’ di tempo il padre?

James McCartney

Non poteva mancare in questa lista il figlio del Beatle Paul: se non altro perché, rispetto agli altri nati dei Fab Four, è quello che ha avuto meno slancio promozionale in assoluto. Se per la stampa musicale è come se non esistesse, in realtà James è un musicista raffinato, sensibile, quasi maniacale nelle sue composizioni. A differenza del padre, l’attitudine è estremamente raccolta e introversa, e l’ultimo album datato 2016, The Blackberry Train, rispetto al debutto ha influenze dream pop iniettate di chitarroni rumorosi che sono tra il post grunge e la psichedelia. A rendere credibili questi pezzi è proprio il legame con certe prove del padre, quelle in cui c’è il guizzo assurdo all’interno di formule apparentemente innocue che Lennon chiamava provocatoriamente «da vecchia zietta». Il fatto che James McCartney abbia attraversato un periodo di rehab da droga e alcol piuttosto peso rende gli argomenti della sua musica solidi. Oltre ad aver accarezzato l’idea malsana quanto sicuramente stuzzicante di fare un supergruppo con i restanti eredi dei Beatles ha anche collaborato con una delle sue band di riferimento, i Cure, per una cover di Hello Goodbye nel cui video si vede che è un disadattato completo, il che non può che rendercelo simpatico.

Francesco Leali

In Italia ci sono esempi molto simili, anche se – nel quadro del successo personale – è molto più facile trovare in vetta eredi di meteore o di personaggi musicali più o meno oscuri all’attualità poiché non c’è l’ansia competitiva di rito (vedi Giorgia figlia di un membro dei Juli & Julie o Claudio Simonetti dei Goblin figlio del grande Enrico Simonetti che però ai giovani dirà molto poco). Nel caso di Francesco Leali ci troviamo di fronte invece al diretto erede di Fausto, il “negro bianco” come si faceva chiamare prima che l’epiteto fosse scottante. A differenza del padre, Francesco è orientato su sponde molto lontane dal soul, anche se nelle sue ritmiche breakbeat rimane ovviamente l’influenza black. È infatti un producer orientato sulla techno HD che non disdegna materiale “incastrato” e collaborazioni anche più ambientose con gente come Puce Mary, che di rumore digitale se ne intende. Con la ragione sociale Clockwork, partendo dalla Londra del Fabric, si è stabilizzato a Berlino facendosi ascoltare nei club più in come il Berghain o il Panorama Bar ottenendo seguito nella scena underground, e c’è da dire che spinge parecchio forse anche a causa degli studi musicali classici dai quali è partito. Bizzarro è che nel 2015 su Wired fu pubblicata una videointervista con i due Leali a confronto, padre e figlio, in cui si rivela che Fausto all’inizio non era molto convinto di avere un producer in famiglia…

Cristiano De André

Negli ultimi anni Cristiano De André viene conosciuto soprattutto poiché porta ù dal vivo il vasto repertorio del padre aiutato dalla sua grande perizia strumentale e dalla voce che non può che ricordare Fabrizio. Ma non è certo il tipo da cavalcare l’onda della nostalgia, anzi: come autore solista meriterebbe di essere ricordato di più, non solo per i riconoscimenti che ha effettivamente ottenuto, ma proprio perché nella sua musica c’è quel passaggio generazionale naturale che portava il cantautorato del padre verso nuovi lidi. L’esempio è nella prima band di Cristiano, i Tempi Duri, che in pratica possono essere considerati i Dire Straits italiani. Ora, a prescindere che i Dire Straits vi piacciano o no, in Italia nel 1982 non c’era nessuno che facesse quella roba: e a essere rinnovato era anche il concetto di “plagio”, di “furto” nel senso di rielaborazione personale che poi diventa collettiva. Se in Fabrizio era mascherata qua e là nonché sempre dichiarata, in Cristiano diventa quasi una provocazione esplicita già dal nome della band (che è praticamente la traduzione italiana di Dire Straits), ma anche nei confronti del padre (Via Waterloo è praticamente una versione giovane di Via Del Campo). Da solista con Dietro la porta si aggiudica il secondo posto a Sanremo vincendo anche il premio della critica e nel 2001 col disco Scaramante vince il Premio Lunezia, eppure nonostante tutto rimane sottotraccia e in qualche modo soverchiato dalla fatica di tenere sulle spalle l’eredità musicale del padre. È un modo per farci pace e placare i suoi fantasmi, certo, ma senza dubbio il suo disco definitivo deve ancora arrivare e lo auspichiamo, perché sarebbe finalmente una liberazione.

Luca Battisti

Di Lucio Battisti i curiosi hanno sempre cercato di violare qualsiasi spazio libero, ma senza successo. La sua vita privata è sempre stata negata ai paparazzi in una maniera determinata e senza appello, cosa sacrosante per salvaguardare i propri cari. Ad esempio, del figlio Luca si sa molto poco: per alcuni rimane solo l’autore delle faccette stilizzate sulla copertina di E già, la svolta elettronica del papà, ma null’altra notizia trapela. E invece Luca, col soprannome di Lou Scoppiato, nei 2000 è stato il frontman cantante e chitarrista di una grandissima band davvero incasellabile (ci trovi tracce doom, garage, gotiche, noise psichedelico ma con grandi aperture melodiche), gli Hospital. Imbracciando probabilmente le storiche chitarre del padre, Luca aggiorna in termini radicali e underground le intuizioni acide de Il nostro caro angelo e in generale l’attitudine familiare è esemplare. La scelta di Luca è stata infatti quella di esibirsi nei centri sociali occupati, distribuendo i dischi tramite la rete, aborrendo l’industria con il piglio anarchico che viene chiaramente degli insegnamenti paterni. Pare che la Bmg lo avesse contattato per metterlo in scuderia ma, di fronte alla richiesta di modificare la sua musica e di cantare in italiano, il nostro abbia alzato il dito medio continuando sulla strada dell’autoproduzione. Alla portata delle orecchie di tutti gli Hospital avrebbero sicuramente spazzato via metà della produzione italiana del periodo, ora non sappiamo che fine abbiano fatto. Un po’ come il famoso “ultimo disco bianco” di Lucio, ne è rimasta solo la custodia vuota. Attendiamo fiduciosi.

Miu Sakamoto

Su internet, in particolare su Instagram, girava una foto in cui un giovane Ryuichi Sakamoto armeggia con la sua batteria elettronica TR 808 accanto ad una bimba che sembra quasi un anime. Quella bambina è Miu Sakamoto, la figlia del compositore giapponese e della grandissima musa del city pop nipponico Akiko Yano. Insomma, da questi due personaggioni non poteva che venir fuori una figlia d’arte a prova di bomba che all’età di 19 anni esordisce nel mondo del J-pop scrivendo e cantando dei pezzi che rasentano la perfezione produttiva (come ad esempio testimonia Precious) e vanno dal pop elettronico alle ballate acustiche/ambient. In patria è conosciuta, piena di follower sui social, ma nel mondo non arriva neanche lontanamente vicino alla popolarità del padre. Paradossalmente il non essere pienamente mainstream è un atteggiamento chiaramente ereditario: il DNA gioca strani scherzi, a volte. Ma alla fine che importa della fama? L’essenziale è suonare ed essere felici di farlo. Quando si ha qualcosa da dire, ci saranno comunque orecchie attente: questa è la grande lezione dei “figli d’arte” che molti “figli d’ignoti” stentano a imparare.

Iscriviti