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I dischi da ascoltare a giugno

Sarà un mese di grande musica: il primo album di inediti di Dylan da otto anni, il pop delle Haim, i ritmi di Clap! Clap!, il rock deviato di Jehnny Beth, il folk di Phoebe Bridgers, i suoni ai confini della realtà di Arca

Bob Dylan

Foto: Harry Scott/Redferns

Sarà un mese di grande musica, sicuramente di musica varia. Salvo rinvii dell’ultimo momento che negli ultimi tempi sono all’ordine del giorno, ascolteremo il primo album di inediti di Bob Dylan da otto anni a questa parte, il pop brillante delle Haim, i ritmi nati da registrazioni sul campo di Clap! Clap!, il rock deviato di Jehnny Beth, il folk di Phoebe Bridgers, i suoni ai confini della realtà di Arca, il ritorno di Sonic Boom e quello di Paul Weller. Ma anche le “canzoni randagie” di Norah Jones, il rap vecchia scuola dei Run the Jewels affiancati da grandi ospiti, il rock slabbrato dei No Age, il tributo dei Built to Spill a Daniel Johnston, l’album perduto di Neil Young e molto altro.

“All Things Being Equal” di Sonic Boom (5 giugno)

Un singolo dedicato all’immaginazione con un video pieno di forme digitali che si intrecciano tra di loro, l’ex membro di una band di culto e riferimenti musicali vecchi e nuovi: All Things Being Equal, ritorno da solista di Sonic Boom (nome d’arte di Peter Kember, ex Spacemen 3) a 30 anni da Spectrum, ha tutte le carte in regola per dare un tocco psichedelico all’inizio del mese.

“Run the Jewels 4” di Run the Jewels (5 giugno)

Se il dominio di trap e Soundcloud rap vi ha stancato, il 5 giugno tornano le sonorità old school dei Run the Jewels, che pubblicheranno finalmente il loro quarto album. Prodotto da Rick Rubin e registrato tra lo Shangri-La Studio di Malibu e l’Electric Lady di New York, Run the Jewels 4 promette di essere un disco «arrabbiato, rozzo, divertente e sporco». Anche la lista degli ospiti promette bene: DJ Premier, 2 Chainz, Pharrell Williams, Zack de la Rocha, Mavis Staples e Josh Homme.

“Patience” di Sondre Lerche (5 giugno)

«I temi e le atmosfere dell’album derivano dalla sensazioni che associo alla musica ambient e al minimalismo. Dall’uscita di Pleasure ho corso senza sosta, e ascoltare musica astratta mi aiuta a perdere il senso del tempo», ha detto il cantautore norvegese Sondre Lerche del suo nuovo album Patience. L’ha scritto quasi tutto a Oslo, dove è tornato per il periodo di quarantena. Nonostante le premesse minimaliste, il primo singolo That’s All There Is è un bell’esempio di indie pop ritmato ed elegante, con un grande ritornello.

“Sideways to New Italy” di Rolling Blackouts C.F. (5 giugno)

New Italy è un piccolo villaggio australiano con poco più di 200 abitanti. È stato fondato nel tardo Ottocento da un gruppo di veneziani e nel corso degli anni è diventato una sorta di reliquia per la comunità italoaustraliana. Sideways to New Italy, il secondo album della band indie rock Rolling Blackouts Coastal Fever, è ispirato a luoghi come questo, alle storie di chi ha cercato di ricostruirsi il passato nel proprio giardino. È stato scritto dopo un lungo tour, quando i musicisti del gruppo si sentivano allo stesso tempo dappertutto e in nessun luogo.

“Goons Be Gone” di No Age (5 giugno)

Beat crudi, chitarre bruciate dal sole, punk e indie rock: Goons Be Gone, il secondo disco dei No Age, è stato presentato così, come un disco diretto, aggressivo e difficile da ignorare. A due anni di distanza da Snares Like a Haircut, il duo composto da Randy Randall e Dean Spunt torna sulle scene al massimo del volume.

“On Sunset” di Paul Weller (12 giugno)

On Sunset sarà «piuttosto soul, con alcune punte cosmiche». A due anni da True Meanings, Paul Weller torna con un disco che guarda al passato e si concede qualche sperimentazione. Village, il primo singolo estratto, parla di «esplorare l’Amazzonia e scalare l’Everest, e di chi dice: fanculo, il paradiso è intorno a me».

“Liquid Portraits” di Clap! Clap! (12 giugno)

Per scrivere Liquid Portraits, Clap! Clap!, nome d’arte del produttore italiano Cristiano Crisci, ha cambiato studio, attrezzature e modo di scrivere la musica. Il risultato è un disco centrato sul field recording, «una raccolta di dipinti sonori e un tentativo di cogliere ricordi e inconsci attraverso il suono».

“Pick Me Up Off the Floor” di Norah Jones (12 giugno)

Il nuovo disco di Norah Jones è una raccolta di brani scartati, persi e dimenticati da una serie di session in cui ha suonato con un’infinità di musicisti diversi, da Mavis Staples a Rodrigo Amarante, da Jeff Tweedy a Thomas Bartlett. «A un certo punto mi sono resa conto che le canzoni erano attraversate da un filo conduttore», ha detto la musicista, «come un sogno febbrile ambientato da qualche parte tra dio, il diavolo, il cuore, il pianeta e me».

“To Love Is to Live” di Jehnny Beth (12 giugno)

Sospeso tra rock e punk sensuale, To Love Is to Live è un disco che scava nei meandri più oscuri della coscienza di Jehnny Beth, che ha iniziato a scriverlo dopo la morte di David Bowie. «Ci dimentichiamo sempre della nostra mortalità», ci ha detto in un’intervista, «mentre per questo album sono partita proprio da lì».

“Feel Feelings” di SoKo (12 giugno)

Soko, cantante e polistrumentista francese di stanza a Los Angeles, torna con il terzo album Feel Feelings, una collezione di canzoni «sognanti, spaziose e lancinanti che parlano di amare se stessi, accettarsi e di tutte le complessità della vita». Are You a Magician?, il primo singolo, ha un incedere un po’ alla Tame Impala e un video surreale in cui Soko dà la vita a un animale di peluche.

“Built to Spill plays the Songs of Daniel Johnston” di Built to Spill (12 giugno)

I Built to Spill omaggiano con un album di cover Daniel Johnston, leggenda del cantautorato lo-fi scomparso improvvisamente lo scorso settembre. Il gruppo di Doug Martsch aveva fatto da backing band a Johnston. «Volevamo documentare nel modo giusto cosa significava suonare con lui», ha detto. «È stata molto più dura di quanto pensassi». Dopo un primo rinvio, il disco uscirà finalmente in giugno e speriamo che diventi l’occasione giusta per riscoprire la scrittura unica del cantautore di Sacramento.

“Rough and Rowdy Ways” di Bob Dylan (19 giugno)

L’album più atteso del mese. Era dal 2012 che Dylan non pubblicava una raccolta di inediti. Difficile dire come suonerà. Per ora si sono ascoltate tre canzoni di segno differente: la grande epica americana di Murder Most Foul, l’introspettiva I Contain Multitudes e il blues canonico False Prophet. A giudicare da questi pezzi, musicalmente non ci saranno grandi novità ed è normale. I testi invece sono favolosi, pieni di riferimenti alti e bassi, si prestano a più letture e accendono l’immaginazione.

“Homegrown” di Neil Young (19 giugno)

Non è il nuovo disco di Neil Young, ma il celebre album perduto inciso a metà anni ’70 e mai pubblicato per intero. In un certo senso, è l’altra faccia di Harvest, quella cupa: musiche tra folk, country e rock, testi che raccontando di dolori e lutti. «Storie di angoscia, confusione e isolamento, la dimostrazione che anche dalle circostanze più difficili nascono cose belle e durature», abbiamo scritto nella recensione.

“Punisher” di Phoebe Bridgers (19 giugno)

Presente i Better Oblivion Community Center? Era un duo formato dal veterano Conor Oberst (vedi alla voce Bright Eyes) e dalla giovane Phoebe Bridgers. Il secondo album di quest’ultima, che oggi ha 25 anni, è attesissimo da chi ama il cantautorato indie-folk. “This is the arrival of a giant”, aveva commentato John Mayer ai tempi del primo album. Forse ha esagerato, ma a giudicare dai primi pezzi di Punisher che sono circolati come Kyoto e Garden Song quest’album va ascoltato.

“Women in Music Pt. III” di Haim (26 giugno)

Per sapere come suonerà, almeno in parte, il terzo album sorelle Haim basta andare su Spotify dove si ascoltano sei pezzi, dalla rielaborazione furba (Summer Girl che strizza l’occhio a Walk On the Wild Side) al pop ammiccante (I Don’t Wanna) al folk senza tempo (Hallelujah, bellissima). Quasi tutti i pezzi sono scritti con Rostam Batmanglij e Ariel Rechtshaid. Nel titolo, le tre si appropriano in senso ironico dell’etichetta che da sempre le appiccicano addosso.

“KiCk i” di Arca (26 giugno)

Le ospiti Björk, Rosalía, Sophie. Un testo del poeta Antonio Machado. Un singolo intitolato Nonbinary. Un’estetica fluida e sofisticata. Il secondo album di Arca è una delle uscite più attese per chi ama la musica senza generi, in tutti i sensi. Chi l’ha ascoltato dice che è la cosa più pop che abbia fatto, se pop può essere una che pubblica un pezzo come @@@@@ (che in ogni caso non sarà nell’album). «Ho fatto uno sforzo per riuscire a parlare con un nuovo pubblico», conferma Arca.

“Flight Tower” di Dirty Projectors (26 giugno)

Gli ex prodigi dell’indie americano (ricordate Bitte Orca? E il favoloso Swing Lo Magellan? E la svolta di Dirty Projectors del 2017?) hanno lanciato un progetto un po’ matto e interessante: pubblicare cinque EP nell’arco dell’anno. Il primo, Windows Open, è uscito a fine marzo. Questo è il secondo e conterrà la già nota Lose Your Love. L’impressione? Dopo aver cambiato per l’ennesima volta line-up, Dave Longstreth si è rilassato, parrebbe più felice, la sua musica è più leggera e colorata, c’è tanto spazio per le voci femminili di Maia Friedman e Felicia Douglass.

“Mordechai” di Khruangbin (26 giugno)

Dopo lo splendido EP Texas Sun con Leon Bridges, i Khruangbin tornano con il loro world funk a tinte psichedeliche e un disco, Mordechai, ispirato a una storia particolare. Qualche tempo fa, la bassista Laura Lee ha incontrato un uomo chiamato Mordechai, che l’ha invitata a fare un’escursione con la sua famiglia: arrivati a una cascata, ha convinto la musicista a buttarsi in acqua. L’episodio, che Lee ha definito «come un battesimo», ha ispirato pagine e pagine di testi, e ovviamente tutto l’album.

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