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I dischi che ascolteremo in aprile

Dagli Strokes a Fiona Apple passando per i Dream Syndicate e Rufus Wainwright, ecco le migliori uscite discografiche del mese, coronavirus permettendo

The Strokes

Foto press di Jason McDonald

L’industria discografica ha subito un brusco rallentamento. I negozi di dischi sono chiusi, la gente ascolta meno musica persino in streaming. Con l’aria che tira, e impossibilitati a fare tour e promuovere i loro album fuori da internet, gli artisti rimandano la pubblicazione dei loro album a volte con poche settimane di anticipo. La lista che segue va presa perciò con un minimo di cautela. Contiene gli album più interessanti che usciranno nel mese di aprile.

Underground, pop, cantautorato, elettronica, folk: c’è di tutto in questa lista, compresi l’album del grande ritorno di Fiona Apple e il nuovo degli Strokes. Non ci sono dischi inizialmente previsti in aprile e poi rimandati come l’Unplugged di Noel Gallagher e il live di Nick Mason dei Pink Floyd con i Saucerful of Secrets.

“Heaven to a Tortured Mind” di Yves Tumor (3 aprile)

È enigmatico, misterioso, inafferrabile. A volte violentemente espressivo, a volte accattivante. Questa volta, però, Yves Tumor ha fatto un disco meno folle dei precedenti. Heaven to a Tortured Mind è un’esplorazione di quel che va e di quel che non va nei rapporti amorosi con canzoni tradizionali a metà strada tra soul e rock, ma comunque piene di strani deragliamenti.

“It Is What Is Is” di Thundercat (3 aprile)

Lui è il genio del basso elettrico che ha portato la fusion nel mondo urban e oltre. Co-prodotto da Flying Lotus, l’album tratta, nelle parole dell’autore, temi come “amore, perdita, vita, e gli alti e bassi che ne conseguono”. Il trucco è suonare musiche stranissime e difficili e farle suonare piacevoli. Dentro ci sono Ty Dolla $ign, Childish Gambino, Kamasi Washington e altri.

“I’m Your Empress Of” di Empress Of (3 aprile)

Lei si chiama Lorely Rodriguez e viene da Los Angeles. Il suo synth-pop piace a un sacco di gente, come i Dirty Projectors e Khalid che l’hanno voluta nei loro dischi, oppure Lizzo e Blood Orange che l’hanno portata in tour. Del terzo album, che ha scritto nel suo studio di Highland Park tra un tour e l’altro, per ora si sono sentiti i singoli Give Me Another Chance e Love Is a Drug.

“Migration Stories” di M Ward (3 aprile)

Il cantautore e membro con l’attrice Zooey Deschanel del duo She & Him ha scritto in concept basato su storie d’immigrazione viste in tv o lette sui giornali. Niente crudo realismo, a quanto pare: le canzoni vengono descritte come “racconti onirici”. È stato registrato in Quebec con membri degli Arcade Fire.

“Friday Forever” di Everything Is Recorded (3 aprile)

È il progetto di Richard Russell, boss della XL Recordings, una sorta di concept che racconta un venerdì sera quando ancora si poteva andare per club. Qui trovate la nostra intervista.

“Piano Variations on Jesus Christ Superstar” di Stefano Bollani (3 aprile)

Cinquant’anni dopo l’album originale, Bollani rilegge il musical di Andrew LIoyd Webber e Tim Rice in modo libero, per pianoforte solo. “È lo specchio intimo e raccolto dell’opera rock”, ha detto a Repubblica.

“Brat” di Nnamdï (3 aprile)

Moses Sumney ha inserito Nnamdï nella playlist che ha compilato per dimostrare che l’indie è nero, ed effettivamente Flowers To My Demons è bella e schizzata. Un po’ come ascoltare i Dirty Projectors rifatti in chiave soul.

“The New Abnormal” degli Strokes (10 aprile)

A differenza di altri big, gli Strokes vanno avanti per la loro strada e in piena pandemia spediranno nei negozi (chiusi) quest’album che, tra beat meccanici, chitarrine e sintetizzatori d’altri tempi ha il sapore agrodolce di certi dischi anni ’70. Fra le altre cose, ci sono una canzone in cui ci si chiede perché le domeniche sono deprimenti e un’ode ai Mets.

“The Universe Inside” dei Dream Syndicate (10 aprile)

Per la serie “famolo strano”, The Universe Inside è stato costruito assemblando e rimaneggiando un’improvvisazione di 80 minuti, fra Byrds, Miles Davis e Can. È il terzo album in tre anni per la band di Steve Wynn.

“Shapeshifting” di Joe Satriani (10 aprile)

Nel nuovo album di Joe Satriani c’è una canzone che si intitola Big Distortion. Alla distorsione aggiungente grandi riff, assoli impossibili, una band che comprende Chris Chaney, Eric Caudieux e Kenny Aronoff, e saprete che cosa aspettarvi. Il chitarrista dice che l’album racconta il suo cambiamento “fisico, emotivo, intellettivo”.

“Rock Bottom Rhapsody” di Pokey LaFarge (10 aprile)

Un suono scarno, primitivo, rock’n’roll. Una ripresa vocale d’altri tempi. Canzoni piene di stop and go e piccole sorprese. Pokey LaFarge è uno degli irregolari della scena americana e Rock Bottom Rhapsody è il disco che Bob Dylan avrebbe fatto nel 1967 se al posto di andare a Woodstock si fosse trasferito nel French Quarter di New Orleans.

“Fetch the Bolt Cutters” di Fiona Apple (17 aprile)

Lo pubblica? Non lo pubblica? E se lo pubblica come sarà? Otto anni dopo The Idler Wheel, una delle cantautrice più talentose d’America torna con un disco attesissimo di cui ha parlato col New Yorker in una intervista che ha fatto il giro del mondo. L’album prende il titolo da una frase che Gillian Anderson dice in una puntata della serie The Fall – Caccia al serial killer (quella rappresentata in alto non è la copertina, ma un’immagine tratta dal video che annuncia l’uscita del disco).

“The Don of Diamond Dreams” di Shabazz Palaces (17 aprile)

Tra afrofuturismo e funkadelia, chilate di vocoder e Auto-Tune, Ishmael Butler promette di riportare l’hip hop nello spazio. Sarà un gran disco o un gran casino?

“Miss Colombia” di Lido Pimienta (17 aprile)

Nel 2015 Ariadna Gutiérrez, l’allora Miss Colombia, venne stata incoronata per errore Miss Universo. Il titolo del nuovo album di Lido Pimienta rimanda quell’incidente, mentre la musica è frutto della ricerca di una strada contemporanea alla musica afro-latina. Per farsi un’idea, sono tre i pezzi già usciti: Te queria, Nada, Eso que tu haces.

“Sawayama” di Rina Sawayama (17 aprile)

Electro, pop, metal. C’è di tutto e di più nel primo vero album della cantante e modella inglese nata in Giappone. Promette di affrontare in modo colorito e un po’ schizofrenico la storia della sua famiglia, sulla quale ha fatto ricerche prima di scrivere e produrre il disco. Genreless (sì, genreless, non genderless).

“Hermitage” di Ron Sexsmith (17 aprile)

Il canadese è un culto per pochi, ma la sua voce fra Rufus Wainwright e Jackson Browne, la scrittura dolcemente malinconica, gli arrangiamenti misurati, l’aria piacevolmente malinconica ne fanno uno dei grandi cantautori sottovalutati. Ha suonato quasi tutto lui nel soggiorno del produttore Don Kerr trasformato in sala d’incisione.

“Earth” di EOB (17 aprile)

EOB sta per Ed O’Brien, il chitarrista meno noto (e meno creativo) dei Radiohead. Sui social dice di sospettare di avere il coronavirus, ma intanto sta per pubblicare quest’album prodotto con Flood e Catherine Mark che a giudicare dai due pezzi noti deve qualcosa ai Radiohead. Fra rock e manipolazioni elettroniche, suona quasi tutto lui, ma ci sono ospiti musicisti notevoli.

“Good Souls Better Angels” di Lucinda Williams (24 aprile)

Se non la conoscete, vi siete persi un pezzo grosso così di americana (nel senso di stile musicale). Una voce sgraziata e involgarita, uno stile rock-blues radicato nella tradizione, storie forti. “Il diavolo entra in gioco spesso in quest’album”, ha detto lei. “Mi è sempre piaciuto l’immaginario di Robert Johnson e del blues del Delta, roba cupa con richiami alla Bibbia. Mi sono ispirata a Leonard Cohen, a Bob Dylan, a Nick Cave”.

“Unfollow the Rules” di Rufus Wainwright (24 aprile)

“Vorrei che questo album rappresentasse tutti gli aspetti della vita che mi hanno reso l’artista che sono oggi”, ha detto Rufus Wainwright del disco che segna il ritorno alla canzone dopo otto anni. “Vorrei che per me fosse come per quelli che nel secondo atto della loro carriera hanno prodotto i loro lavori migliori: Leonard Cohen ha realizzato The Future, Sinatra è diventato Sinatra a 40 anni, Paul Simon ha pubblicato Graceland. La musica pop non è solo questione di giro vita. Molti cantautori migliorano con gli anni. E io sono felice di essere vivo”. Lo abbiamo ascoltato: Unfollow the Rules non è Graceland, ma è comunque un gran bel disco e in certi passaggi sembra quasi un distillato di rufuswainwrightaggine.

Aggiornamento: la pubblicazione dell’album di Rufus Wainwright è stata rimandata al 10 luglio.

“Scacco Matto” di Lorenzo Senni (24 aprile)

Lui è il primo italiano messo sotto contratto dalla Warp: mica poco. In Scacco Matto prosegue la sua ricerca nel mondo dei ritmi creati senza l’uso di batteria. In copertina c’è una foto dell’americano John Divola: “Si allinea perfettamente con le mie intenzioni di creare musica emotivamente carica, ma limitata da un contesto più concettuale, e la necessità che questi due elementi coesistano nello stesso pezzo”.

“For Their Love” degli Other Lives (24 aprile)

“Questo disco riflette quel che si prova di fronte allo stato delle cose, l’economia e la politica che contano più degli individui e questi che lottano per trovare un senso alla loro vita”, dice Jesse Tabish, leader della band dell’Oklahoma Other Lives. È musica che affonda le radici nella tradizione folk americana, ma potente ed evocativa, registrata nella casa che compare sulla copertina e nel video di Hey Hey I.

“Nashville Tears” di Rumer (24 aprile)

Un’artista inglese s’innamora dell’America e della country music. Non è un novità, ma il disco in cui Rumer interpreta i pezzo del cantautore di Nashville Hugh Prestwood non è affatto male e lei canta con un bel timbro morbido e pulito. “Non vedo l’ora che la gente scopra il magnifico catalogo di Prestwood”, dice lei.

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