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I concerti con gli ologrammi sono una aberrazione?

Da Tupac a Whitney Houston, i cari estinti pop tornano in 3D. Produrre tournée di questo tipo non è facile né tecnicamente, né legalmente. E soprattutto solleva domande etiche

L'ologramma di Michael Jackson ai Billboard Music Awards del 2014 a Las Vegas, Nevada

Foto: Kevin Winter/Billboard Awards 2014/Getty Images for DCP

Era il lontano 2012 quando Snoop Dogg convocò sul palco un ospite a sorpresa per il suo set al Coachella: il suo ex compagno di etichetta Tupac Shakur, morto nel 1996 e tornato su questa terra sotto forma di ologramma. L’effetto era parecchio realistico, tanto che pare che molti spettatori, un po’ alterati dai bagordi del festival, pensarono che si trattasse del vero Pac (leggenda vuole che non sia mai morto davvero, ma che abbia semplicemente cambiato vita dandosi alla macchia per sfuggire ai suoi nemici). Cantò due delle sue principali hit, 2 of Amerikaz Most Wanted e Hail Mary, dopodiché scomparve nel nulla. Due anni dopo fu il turno di Michael Jackson, riesumato in forma di ologramma per i Billboard Music Awards; anche in questo caso si trattava di un’apparizione one shot. Ma il concetto si era ormai insinuato nella mente dei fan, e soprattutto degli eredi dei diritti d’immagine di molti altri artisti deceduti: se è apparentemente così facile riportare in scena chi non c’è più da tempo, perché mai non farlo?

E infatti, qualcuno l’ha fatto eccome. È di pochi giorni fa l’annuncio dell’unica tappa italiana del tour dell’ologramma di Whitney Houston, An Evening with Whitney, che sbarcherà a Milano il 23 marzo prossimo. Non è il primo ad arrivare in Italia, in realtà: lo ha preceduto di qualche mese l’ologramma di Maria Callas, che ha fatto tappa a Padova lo scorso novembre, prodotto dallo stesso gigante degli effetti speciali, la società americana Base Hologram.

È abbastanza raro che questo genere di allestimenti vengano portati in tournée, in realtà, soprattutto per questioni logistiche: è difficile e costoso spostare le attrezzature necessarie a riprodurre un’immagine 3D abbastanza realistica da ingannare l’occhio, così come trovare una location adatta allo scopo. Inoltre, è ancora più complesso avere la garanzia che il pubblico pagherà per vedere il fantasma virtuale del proprio idolo, per quanto la somiglianza possa essere impressionante. Finora i pochi che hanno effettivamente macinato parecchi chilometri, oltre a quelli di Callas e Houston, sono stati quelli di Roy Orbison (che a quanto pare ha guadagnato circa un milione e seicentomila dollari in sedici tappe, tant’è che ha replicato l’esperienza con Buddy Holly come co-headliner), di Frank Zappa (poco meno di un milione di incassi) e perfino di un nome relativamente di nicchia come Ronnie James Dio, che è on the road da poco.

Poi ci sono quelli che hanno delle vere e proprie residency, come quello di Billie Holiday, in scena quasi tutte le sere in un teatro di Hollywood. E si vocifera che sia in produzione anche il tour dell’ologramma di Amy Winehouse: lo ha annunciato il padre nel 2019, spiegando che si tratterà di un concerto di due ore in cui una versione virtuale di Amy sarà affiancata da una band reale.

Produrre un ologramma, in realtà, è parecchio complesso. A determinarne il realismo, e quindi la buona riuscita, è soprattutto la staticità delle performance dal vivo: paradossalmente, più un artista si muoveva in scena, più è difficile riprodurlo in versione 3D. Per quanto riguarda la voce, invece, ormai esistono software incredibilmente sofisticati, capaci di fare interagire queste figure eteree con il pubblico in maniera quasi perfetta, ad esempio facendo pronunciare a Tupac il famoso saluto “What’s up, Coachella?”, anche se il Coachella non esisteva neppure quando era in vita.

Dal punto di vista legale, invece, la questione dei diritti d’immagine – ovvero, di chi deve dare il permesso per questo tipo di iniziativa, e quanto deve essere pagato – varia da Paese a Paese: in America, addirittura da Stato a Stato. Nella gran parte d’Europa, invece, non c’è una legislazione specifica sull’argomento. In generale dovrebbero essere gli eredi ad avere l’ultima parola, ma non c’è alcun tipo di garanzia sul fatto che rispettino le volontà del defunto in materia, o anche solo che abbiano idea di cosa pensava sull’argomento. Amy Winehouse e Whitney Houston, passate entrambe a miglior vita prima della comparsa di Tupac al Coachella, sarebbero state felici di tornare sul palco in forma di immagine 3D? Difficile a dirsi. Ancora più difficile nel caso di Billie Holiday o Buddy Holly, morti negli anni ’50, quando nell’immaginario collettivo questo tipo di tecnologia andava ben oltre la fantascienza.

Detto questo, non è certo la tecnologia che va demonizzata, perché apre le porte a una serie di applicazioni estremamente interessanti, alcune già in essere. Esistono circhi che usano ologrammi di animali esotici anziché gli animali reali; esistono spettacoli che riportano in vita i dinosauri, con scopi didattici ed effetti spettacolari; a Chicago hanno perfino riportato tra noi Martin Luther King per pronunciare nuovamente il suo celeberrimo discorso “I have a dream”. Di recente c’è stato anche l’ologramma di tha Supreme sul palco di X Factor, che gli ha permesso di esibirsi vestendo i panni dell’avatar a cartoni animati che ormai tutti abbiamo imparato a conoscere e apprezzare. Il punto, quando si tratta di musica (ma vale anche per il cinema, per il teatro, per la danza), è più che altro interrogarsi sull’eventuale rispetto delle volontà del singolo artista. E non è detto che in futuro, nel testamento delle star, verranno inserite clausole specifiche in materia.

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