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I Clash a Bologna nel 1980, tra verità e leggenda

Il libro ‘Bologna 1980 - Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia’ spiega che cosa accadde prima, durante e dopo quello show leggendario. Ecco il racconto di quel 1° giugno punk

Joe Strummer a Bologna nel 1980

Foto dal libro 'Bologna 1980 - Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia'

Il primo gruppo a esibirsi sul palco di Piazza Maggiore il primo giugno 1980 si chiama Café Caracas. Vengono da Firenze, anche se hanno forti legami con la scena bolognese. Suonano una sorta di punk/wave/pop con influenze reggae che sembra trarre ispirazione dai Police, dal suono del mod revival UK e probabilmente anche dagli stessi Clash. In repertorio hanno una cover in stile punk/reggae di Tintarella di Luna. Nella band militano un certo Ghigo Renzulli alla chitarra e un tale Raffaele Riefoli, detto Raf, alla voce. 
Ecco come lo stesso Raf ricorda quella performance in un’intervista di qualche anno fa:

A dir la verità noi vivemmo malissimo quella esibizione. Siccome sotto il palco c’erano 2 o 3 mila fan arrivati da tutta l’Europa dei Crass, che erano lì col chiaro intento di contestare i Clash, rei a loro parere di essersi venduti allo show business e di non esser più la band anarchica e anticonformista per eccellenza così come volevano far credere, appena siamo saliti noi Café Caracas sul palco hanno cominciato a contestare noi, che ci siamo presi di tutto, dagli sputi agli ortaggi, ci lanciarono di tutto. Quando invece sul palco entrarono i Clash, sulle note di London Calling, tutta piazza Maggiore cominciò a saltare compresi i punk.

Le orde di punk crassiani a cui fa riferimento il cantante dei Café Caracas non erano altro che la frangia anarco-punk della scena locale, radunatasi attorno ai RAF Punk per contestare il concerto: non erano certo in tremila, ma un gruppo composto da poche decine di persone. In realtà, indipendentemente dalla protesta anti-Clash/Ritmicittà e secondo i racconti di molti tra i presenti, i Café Caracas vengono accolti dal pubblico di Piazza Maggiore con il trattamento che spesso all’epoca veniva riservato alle band di supporto in Italia, ovvero con una buona dose di ostilità, alcune bottigliate e, novità introdotta proprio dal punk, una valanga di sputi. Luigi Bonanni dei Centocelle City Rockers ricorda addirittura che un suo amico punk romano, particolarmente irritato dai Café Caracas, arrivò a sfilarsi un anfibio per lanciarlo verso la band… per poi ovviamente salire lui stesso sul palco per recuperare la preziosa calzatura, così, come se niente fosse: welcome to a brave new (punk) world!

Dopo di loro, si esibiscono gli inglesi Whirlwind, band del giro Chiswick, l’etichetta su cui nel 1976 Joe Strummer con i suoi 101ers aveva esordito su 45 giri. Fondata nel 1975, la Chiswick era una di quelle etichette che avevano fatto da anello di congiunzione tra il pub rock, la new wave e il punk. Considerata una delle prime label UK ad essere animata da un vero spirito indipendente, la Chiswick aveva sposato la causa di un suono secco e minimale, legato alle radici del rock and roll. Un sound che il punk avrebbe riportato alla luce per poi condurlo alle estreme conseguenze. Non per niente, per la Chiswick avrebbero inciso, tra i tanti, sia gli alfieri del pub rock Dr. Feelgood che le nuove star del punk The Damned. In tutto questo, l’etichetta aveva anticipato di almeno un anno il lavoro per molti versi simile della Stiff Records, a sua volta casa di Elvis Costello, Nick Lowe oltre che degli Adverts, Ian Dury e degli stessi Damned.

I Whirlwind erano una discreta band del catalogo Chiswick: si inserivano appieno nel recupero della tradizione rockabilly UK dei vari Bill Fury, Johnny Kidd and the Pirates e Vince Taylor & the Playboys. Il revival del rockabilly della fine dei 70/inizio 80 era un altro dei tanti effetti collaterali del punk e della new wave, come dimostravano le giacche edwardiane da teddy boy amate da Malcolm Mclaren e Johnny Rotten, le cover di Eddie Cochran di Sid Vicious e il ritorno di popolarità dei Pirates che, anche se privi del frontman Johnny Kidd, erano ancora una presenza fissa nel circuito live punk/wave inglese. Gli stessi Clash avevano omaggiato la storia del rock and roll britannico con la loro cover di Brand New Cadillac, proprio di Vince Taylor and the Playboys, piazzata appena dietro la title-track tra i solchi di London Calling. Tutto questo però non è sufficiente a risparmiare agli onesti Whirlwind l’indifferenza, condita da qualche manifestazione di chiaro fastidio, da parte degli elementi più belligeranti, del pubblico accorso in Piazza Maggiore. Tuttavia, il loro ruolo durante la serata non sarebbe finito qui, come vedremo.

Il poster del concerto. Dal libro ‘Bologna 1980 – Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia’

Ora però il tempo degli opening act è finito. È arrivato il momento dei Clash, l’evento conclusivo del festival e il motivo per cui una folla di diverse migliaia di persone provenienti da tutta Italia si è radunata in Piazza Maggiore. Il problema però è che la band londinese sembra metterci più del dovuto a prendere la via del palco. Le casse dell’impianto diffondono dub reggae, da sempre grande passione dei Clash: la band è in procinto di pubblicare un nuovo singolo – Bankrobber – impregnato di influenze giamaicane, quindi la scelta rientra pienamente nella weltanschauung clashiana. Il ritmo ondeggiante della musica sembra pensato apposta per tenere sotto controllo i bollenti spiriti del pubblico, poco prima che si scateni la tempesta del concerto.

Non tutti apprezzano il genere però e soprattutto il ritardo della band – che inizia a farsi consistente – causa una palpabile insofferenza tra la folla: il reggae, unito alla snervante attesa, comincia a sortire l’effetto contrario a quello desiderato. Tra il sempre più agitato pubblico cominciano a serpeggiare alcune delle voci fantasiose che andranno ad arricchire la corposa aneddotica legata a questo concerto. Per esempio, alcuni sostengono che il ritardo sia dovuto all’intenzione di Joe Strummer di salire sul palco con la sua ‘famosa’ maglietta rossa, raffigurante il logo della Rote Armee Fraktion tedesca sovrastata dalla scritta Brigade Rosse (sic). La t-shirt incriminata era stata indossata da Strummer in occasione dell’apparizione dei Clash al festival londinese Rock Against Racism del 1978: parte della performance della band è immortalata in una scena del docu/film Rude Boy, uscito proprio nel marzo 1980. In un’altra scena della pellicola, il frontman dei Clash conversa con il protagonista mentre lava la t-shirt in questione e spiega il significato della scritta.

Ovviamente, in un momento in cui il Paese stava vivendo la fase più acuta della stagione del brigatismo rosso e della violenza politica, la cosa non era passata inosservata agli occhi dei fan e dei giornalisti italiani. Il PCI aveva fatto della netta opposizione alla lotta armata una delle proprie linee guida durante gli anni di piombo: un esplicito riferimento alle Brigate Rosse sul palco di un festival organizzato dall’amministrazione della città simbolo della sinistra parlamentare italiana sarebbe stato oggetto di polemiche infinite e di sicure strumentalizzazioni da parte degli avversari politici del partito. Secondo le voci di cui sopra quindi, nel backstage sarebbe in atto un’animata discussione tra Strummer e membri dell’organizzazione locale che vorrebbero convincerlo a non indossare la famigerata t-shirt. In realtà, come si evince dalle immagini di quella serata, Joe Strummer non ha mai indossato quella maglietta sul palco di Bologna. Anche il fatto che avesse intenzione di farlo e che sia stato dissuaso solo all’ultimo momento dagli organizzatori, come sostenuto anche da alcune ricostruzioni giornalistiche, è stato più volte smentito.

In piazza però c’è anche chi, specie tra i punk bolognesi che hanno contestato il concerto, vede in questo ritardo un’ulteriore prova del fatto che i Clash siano ormai diventati delle rockstar bizzose e del tutto indifferenti nei confronti dei disagi che i loro capricci possono causare al pubblico e a chi lavora per loro: tutto il contrario di punk rock band insomma, che invece dovrebbe essere una diretta espressione dei bisogni e delle istanze del proprio milieu sociale. In molti comincia anche a serpeggiare la paura che, per qualche oscuro motivo, l’intero concerto possa saltare. Del resto, in Italia si viene da una lunga stagione in cui le cose sono andate spesso storte per la musica dal vivo: non sarebbe poi troppo sorprendente se anche questo tanto atteso show venisse compromesso da qualche problema. Come se non bastasse inizia anche a piovere, tanto per aumentare il senso di disagio che si sta diffondendo tra la folla.

Mentre in piazza la lunga attesa sembra giustificare ogni tipo di funesto presagio e riempie le prime file di ansia e frustrazione, nel backstage si cerca di affrontare il vero motivo del ritardo: il batterista dei Clash, Nicky ‘Topper’ Headon, sembra scomparso nel nulla.

Topper Headon. Foto dal libro ‘Bologna 1980 – Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia’

L’organizzazione della parte continentale del 16 Tons tour prevede che la squadra dei tecnici e della produzione viaggi insieme, mentre ciascun membro della band può spostarsi da una città all’altra autonomamente, in auto o con vari altri mezzi. Infatti, seppure un po’ alla spicciolata, tre dei quattro Clash – Joe Strummer, Mick Jones e Paul Simonon – hanno già raggiunto il centro di Bologna da qualche ora: arrivano tutti da Nizza, dove avevano suonato la sera prima e dove avevano salutato il loro batterista per l’ultima volta. Da quando il resto band e il proprio entourage sono arrivati a Bologna però di Topper non s’è vista neppure l’ombra. Le ultime notizie lo danno in viaggio per Bologna, in macchina insieme a Ray Jordan, addetto alla sicurezza dei Clash. Con i mezzi di comunicazione dell’epoca però è impossibile capire a che punto del tragitto si trovino i due: questo ovviamente amplifica le preoccupazioni di tutti coloro che si trovano dietro al palco.

I minuti passano inesorabili, i concerti delle band di supporto sono finiti da tempo e l’orario previsto per l’inizio del set dei Clash è già passato da un po’. I responsabili dell’organizzazione incalzano affinché il concerto inizi subito, mentre il disappunto del pubblico cresce sempre di più: di dove sia Headon però non si sa ancora niente. Durante l’attesa la notizia del ritardo di Topper supera lo sbarramento del backstage e trapela tra la folla radunatasi a ridosso del palco stimolando ulteriori congetture: si va dai ‘soliti’ motivi di droga fino a un fermo da parte della autorità di frontiera francesi o italiane. A fornire un punto di vista sicuramente più informato ci pensa The Baker, storico roadie dei Clash e drum tech per lo stesso Topper:

Per prima cosa lasciatemi dire che il ritardo di Topper non aveva nulla a che fare con le droghe (a differenza di quanto insinuato). L’addetto alla sicurezza della band (Ray Jordan) che lo stava conducendo da Nizza a Bologna in macchina, si era perso (in quegli anni non c’erano i cellulari o il GPS), quindi nessuno sapeva dove fosse Topper o se gli fosse successo qualcosa… Io avevo già fatto il soundcheck della batteria e tutta la strumentazione era stata accordata, testata e preparata per il concerto. Aspettammo Topper fino all’ultimo momento: a un certo punto iniziammo a pensare che gli doveva essere capitato qualcosa di grave.

Nel frattempo, sempre secondo The Baker, nei camerini arrivano voci di scontri tra gruppi di punk contrapposti che starebbero avvenendo sotto al palco: probabilmente ci si riferisce alla protesta da parte della falange anarco-punk locale e al blitz dei Centocelle City Rockers che, intenzionati a sostenere i Clash e a mettere in mostra l’enorme striscione recante il nome della loro crew, hanno spinto i punk crassiani lontano dalle primissime file.

Dietro al palco, anche alla luce dei segnali di nervosismo provenienti dal pubblico, gli organizzatori continuano a fare pressione affinché il concerto inizi prima possibile. In questo andirivieni di suggestioni tra il backstage e la piazza, la tensione cresce spasmodica. Ovviamente l’ansia sale anche tra i membri della band: bisogna trovare una soluzione e subito. L’unica cosa da fare è iniziare il concerto con un batterista improvvisato che sostituisca, si spera solo temporaneamente, Topper Headon. Viene paventata l’ipotesi che sia proprio il tecnico della batteria The Baker a ricoprire questo ruolo. Ecco come il backliner dei Clash ricorda quei momenti:

Il clima iniziava a farsi pesante, non solo davanti al palco, ma anche nei camerini. Improvvisamente Mick Jones si rivolse a me dicendomi: ‘Barry, devi essere tu a salire sul palco con noi e suonare qualche pezzo almeno fino a che non arriva Topper!’  Ora, con la mia tecnica approssimativa, io avevo tenuto il tempo per la band alcune volte durante il soundcheck o alle prove, in caso gli altri fossero già sul posto prima di Topper. I ragazzi sapevano che potevo suonare una versione raffazzonata dell’intro di Jail Guitar Doors e magari potevo tenere il tempo su qualcuno dei pezzi più tranquilli. Ma suonare dal vivo di fronte a migliaia di fans? Questo era qualcosa che non mi sarei mai aspettato potesse succedere: qui si parla di tutto un altro paio di maniche! Io non ero un batterista! Potevo affrontare skinheads incazzati sul palco e gli orrori dei posti di blocco di frontiera, ma nelle mie mansioni non era prevista anche questa cosa!.

Mi venne un tuffo al cuore e il mio stomaco si riempì di farfalle… mi sentivo male e avrei voluto vomitare! “Io?” esclamai “non credo proprio di potercela fare!”. “Sì che puoi!”, risposero in coro tutti i presenti nel camerino. “L’hai già fatto – andrà tutto bene”. Joe era risolutamente sincero e convincente nel suo tentativo di persuadermi. Nel frattempo, Paul trovava il tutto molto divertente. Io non condividevo assolutamente la loro spavalda convinzione e passai il quarto d’ora successivo a tentare di prepararmi fisicamente e mentalmente. Come avevo fatto a pensare che un’eventualità come questa non si sarebbe mai presentata? Maledicevo me stesso ed ebbi un silenzioso, discreto crollo nervoso.

oto dal libro ‘Bologna 1980 – Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia’

A tirare fuori dall’imbarazzo il povero Baker ci pensa il batterista dei Whirlwind, George Butler, l’altro possibile sostituto a cui, in quelle fasi concitate, lo stesso Joe Strummer si era rivolto nel disperato tentativo di salvare la situazione. In realtà in quel periodo Butler stava già sostituendo il batterista ufficiale dei Whirlwind, Gary Hassett, ammalatosi poco dopo il tour inglese del gruppo in supporto ai Blondie nel gennaio 1980. A testimonianza del fatto che le cose non succedono mai per caso, bisogna dire che il buon George non era proprio l’ultimo degli sprovveduti, au contraire: Butler era un veterano della famigerata scena di Ladbroke Grove, ovvero di quella congrega di freak incazzati o se preferite di hippie super-politicizzati che con il loro approccio anarchico e ribelle e il loro suono grezzo, primitivo e libero avevano acceso una delle prime scintille pre-punk nella capitale inglese. Si parla di band come Deviants e Pink Fairies e di personaggi come Mick Farren: gente che, sei o sette anni prima di Malcolm McLaren e Bernie Rhodes, aveva avuto l’intuizione di mescolare il linguaggio delle avanguardie artistiche, l’anarchia e il rock and roll per inoculare una coscienza politica nella scena musicale inglese. È grazie a band come queste che si inizia a concepire l’appartenenza alla scena underground – e le pratiche Do It Yourself a essa legate – non solo come una condizione imposta dalla scarsa visibilità del proprio operato, ma come una precisa scelta di campo in opposizione al mainstream: si tratta di concetti e di un approccio di cui poi si sarebbe nutrita l’etica del punk e dei suoi mille sottogeneri. Si può dire che Butler, che avrebbe militato sia nei Deviants che nei Pink Fairies durante la sua esperienza di batterista, avesse già masticato un po’ di Revolution Rock prima di quella inaspettata circostanza. Nonostante la situazione d’emergenza quindi – e soprattutto in barba al fatto che il nostro non avesse mai suonato un brano dei Clash in vita sua – la band londinese poteva imbattersi in personaggi assai meno accreditati di George Butler per sostituire temporaneamente Topper Headon.

E così, alle 22.20 circa, arriva finalmente il momento tanto atteso. Frettolosamente annunciati dal giornalista Michael Pergolani, accolto anche lui da una raffica di sputi e da lanci di oggettistica di varia natura, i Clash – o meglio tre quarti dei Clash più George Butler – si catapultano sul palco con la caotica energia che li ha sempre contraddistinti.

Per prima cosa Joe Strummer si sente in dovere di scusarsi con il pubblico per la lunga attesa: «Scusate se vi abbiamo fatto aspettare, è stato un lungo viaggio in macchina». Subito dopo, il riff di Clash City Rockers inonda l’aria della piazza che risponde immediatamente dando sfogo a tutta la pressione accumulata fino a quel momento. Dopo Clash City Rockers è il turno di Brand New Cadillac, incendiario standard del rockabilly made in UK con cui Butler si trova abbastanza a suo agio come testimoniano le registrazioni pirata del concerto. Ecco il ricordo di quei primi momenti del concerto condiviso da uno spettatore sulla rivista online Slowcult.com:

Il pubblico, travolto dal treno in corsa di Clash City Rockers, inizia a pogare ed ondeggiare vertiginosamente: trascinati da questo mare umano in tempesta, ci spostavamo rapidamente da un estremo all’altro del palco, perché era impossibile restare fermi. Dopo un paio di brani decidemmo di retrocedere di un paio di file, per poter assistere un po’ più tranquillamente (?) al concerto. Finalmente fu possibile concentrarci su ciò che avveniva sul palco: Mick Jones corre e salta in lungo ed il largo imbracciando la sua Gibson Melody Maker, Paul Simonon, gigante col suo basso Fender all’altezza delle ginocchia, ondeggia dol- cemente ed appare più statuario e dinoccolato; Joe Strummer, con la sua voce al vetriolo, urla al mondo ai suoi piedi le sue storie di periferie urbane, accompagnandosi con la sua Telecaster decorata da adesivi colorati e stelle a cinque punte.

Prima di lanciarsi in Safe European Home però, nel suo inglese rigorosamente cockney, Strummer decide di condividere con il pubblico il vero motivo del ritardo:

Scusate! Se riuscite a capirmi, abbiamo perso il nostro batterista da qualche parte sulla strada dalla Francia. Forse ce la farà ad arrivare, speriamo, ma fino a quel momento abbiamo Mr. George!

La stragrande maggioranza del pubblico di Piazza Maggiore è ancora del tutto ignara delle disavventure di Topper e probabilmente non ha capito granché dell’annuncio di Strummer: tuttavia, molti si sono già accorti che qualcosa non torna nell’alchimia della band, nonostante i tre davanti stiano facendo di tutto per dare al pubblico di Bologna un concerto all’altezza della fama che i Clash si stanno costruendo giorno dopo giorno. Inoltre, anche se siamo ancora in anni in cui le poche immagini disponibili dei propri beniamini sono una rarità da preservare gelosamente (e comunque non sempre consentono di ricostruirne bene la fisionomia), qualcuno si è anche reso conto che quello seduto dietro la batteria non somiglia neanche un po’ – neppure fisicamente – al vero drummer dei Clash.

Del resto, se c’è una cosa difficile da mistificare questa è proprio l’alchimia che rende unico il suono di una band che suona insieme tutti i giorni da anni. Inoltre, anche per un batterista che avesse avuto maggiore dimestichezza con il materiale dei Clash rispetto a Butler, sarebbe stato quasi impossibile non far sentire la mancanza di Topper Headon, uno dei più grandi batteristi della sua generazione nonché l’elemento che da quando si era unito al gruppo nella primavera del 1977 aveva fatto compiere un salto quantico al suono dei Clash, sia in studio che, soprattutto, in termini di resa live. ‘Una band vale tanto quanto il suo batterista’ recita un truismo del rock e nel caso dei Clash del 1980 questo detto suona particolarmente appropriato: se i Clash erano diventati in poco tempo una live band leggendaria lo dovevano in gran parte al contributo del loro drummer attuale. Lo stile secco ed essenziale di Terry Chimes aveva funzionato perfettamente per il fulminante assalto ramonesiano dell’esordio della band londinese, ma gran parte di quello che i Clash avevano fatto dopo la registrazione di quel debutto era imperniato sulla potenza, la precisione e la versatilità del nuovo arrivato Topper Headon: basta ascoltare singoli come Complete Control, (White Man) In Hammersmith Palais, il micidiale trittico iniziale di Give ‘Em Enough Rope o qualsiasi brano di London Calling per rendersene conto. Come dimostreranno gli eventi, l’estromissione di Headon dalla band nel 1982 e la conseguente rottura di questo equilibrio porteranno al rapido declino di una delle rock band più formidabili di sempre. ‘Ain’t never coming back’, come diceva il refrain di Brand New Cadillac: alcune volte non si può tornare indietro.

Tanto per ribadire quanto sopra, in assenza di Headon il concerto di Bologna stenta a decollare, anche se Butler offre una prova tutto sommato dignitosa. The Baker ricorda la difficoltà di quei primi momenti:

George salì sul palco, tenendo un basso profilo e limitandosi a accompagnare la band con un tempo regolare durante i primi 4/5 pezzi: io ero posizionato a lato della pedana della batteria e cercavo di dargli suggerimenti visivi sui brani. Tutto sommato era una performance blanda, con non troppa energia da parte della band e del pubblico.

Diversi classici della band – Jimmy Jazz, la stessa London Calling, Guns of Brixton, Train in Vain – scorrono così, suonati il meglio possibile vista la situazione. Di Topper però non si vede ancora neanche l’ombra… Quello che nessuno sa è che, mentre i suoi bandmates ce la stanno mettendo tutta per cercare di imbastire un concerto che non faccia rimpiangere troppo la sua assenza, Topper è in realtà finalmente riuscito a raggiungere Piazza Maggiore. Per il batterista e il suo sodale Ray Jordan però i problemi non sono ancora finiti. Come spiegare – senza conoscere una parola di italiano – agli ignari esponenti delle forze dell’ordine e del servizio di sicurezza messi a controllare l’accesso al backstage che quello che sta suonando è solo un sostituto e che è assolutamente necessario che Headon raggiunga il palco prima possibile?

Come racconta lo stesso batterista, presentarsi con un ‘I’m Topper!’ sembra non bastare come parola d’ordine per superare l’ostacolo della sicurezza. Neppure gli scampoli di francese imparati durante le date in Francia (‘Je suis le batteur! Je suis le batteur!’) sono sufficienti ad aprire la via del palco per il nostro. Secondo la ricostruzione dello stesso Topper Headon, il batterista riesce finalmente a intrufolarsi all’interno dell’area palco solo approfittando della distrazione di un membro del servizio d’ordine impegnato a discutere con Ray Jordan.

Quando finalmente la figura di Topper si staglia a lato del palco, i Clash stanno suonando Spanish Bombs: alla vista di Headon tutti tirano un sospiro di sollievo. Sempre secondo il batterista dei Clash, è lo stesso Joe Strummer a correre al lato del palco per afferrarlo e trascinarlo dentro l’azione prima possibile, per paura che qualcuno che non avesse ancora capito che quel piccolo punk scheletrico era il vero batterista dei Clash lo potesse allontanarlo nuovamente.

George Butler racconta addirittura che il cambio della guardia tra i batteristi avvenne nel bel mezzo di una canzone (probabilmente la stessa Spanish Bombs): questo però non ci è dato di saperlo visto che non ci sono riprese video disponibili dell’avvicendamento tra i due. Quello che conta è che, dopo le ultime battute di Spanish Bombs, l’eroico Butler viene congedato con un «Anyway George, thanks a bunch!» che più cockney non si può da parte di Joe Strummer. Finalmente l’arrivo di Topper viene annunciato al pubblico di Piazza Maggiore, ma non senza una punta di sarcasmo da parte di Mick Jones che scherza «tranquilli, tra un paio di canzoni cambieremo batterista ancora una volta». Il pubblico risponde all’arrivo del batterista con un’ovazione che non lascia troppi dubbi rispetto al sollievo provato.

Dopo pochi secondi di ambientamento per Topper, è lo stesso Mick Jones ad annunciare (White Man) In Hammersmith Palais. Il pezzo viene lanciato con un 1-2-3-4! particolarmente rabbioso, che sembra quasi voler sputare fuori tutta la tensione accumulata nella prima parte del concerto e annunciare un nuovo inizio. E infatti Hammersmith Palais viene eseguita con una potenza e un’energia particolari: è come se i Clash volessero ripartire da zero con tutta la forza e la convinzione possibile, inebriati dalla possibilità di poter finalmente dimostrare quello che sono in grado di fare a quella piazza che li aveva attesi così a lungo. Questo senso di liberazione ed eccitazione viene trasmesso al pubblico che si lascia andare definitivamente. Secondo il ricordo di Steno, anche diversi tra i contestatori – che si sono dispersi nella folla per socializzare con gli altri punk – si uniscono al pogo delle prime file. È da qui che il concerto entra in quella dimensione leggendaria per cui è ricordato ancora oggi:

Lo show ripartì in quarta, con la band che si nutriva della forza e dell’energia sprigionata da Topper. Il pubblico rispose allo stesso modo – impazzirono! Le frustrazioni represse sia dalla band che dalla folla vennero finalmente sfogate e a me venne la pelle d’oca.

Per la gioia di tutti i presenti poco dopo smette anche di piovere, quasi che il ritorno del batterista prodigo avesse riportato il sereno anche tra le nuvole. Infatti la macchina Clash adesso gira a pieno regime grazie alla spinta del motore Headon. Sulla coda di Hammersmith Palais parte immediatamente una versione stellare di Jail Guitar Doors, con una piccola modifica alle liriche tanto per ironizzare nuovamente sull’accaduto. Durante la sua strofa del brano – cantato principalmente da Mick Jones – si sente la voce di Strummer dire qualcosa del tipo – ‘We didn’t have a drummer. Where’s Topper Headon? Oh I’m glad he’s back!’ (‘Non avevamo un batterista. Dov’è Topper Headon? Sono contento che sia tornato!’).

Poi è il turno di Somebody Got Murdered, un brano nuovo: si tratta di un’anticipazione da Sandinista, il triplo album che uscirà solo sei mesi dopo il concerto di Piazza Maggiore. È uno dei brani più punk del disco e a Bologna viene suonato con la freschezza che caratterizza una band desiderosa di far conoscere il suo nuovo materiale al proprio pubblico.

Il concerto continua con brani pescati da tutta la discografia della band e sp rati con una forza impressionante: Koka Kola, 48 Hours, Protex Blue, Working for the Clampdown, Stay Free, le cover di Police and Thieves e I Fought the Law. Il finale della scaletta ‘regolare’ è affidato alla furibonda tripletta English Civil War, I’m So Bored with the USA e Complete Control. Pochi secondi dopo però la band torna sul palco per i bis e dopo il reggae di Armagideon Time è tempo per un’altra sequenza adrenalinica con Tommy Gun, Garageland e Janie Jones suonate in rapidissima successione. L’encore è chiuso da una rabbiosa versione di London’s Burning.

A questo punto, dopo quest’ennesima scarica di energia, sembra davvero tutto finito e il pubblico, in parte ancora scosso, inizia lentamente a defluire dall’area del concerto. Del tutto inaspettatamente però, quando in piazza sono rimaste solo poche migliaia di persone, i Clash tornano sul palco ancora una volta e suonano altri due brani: Capital Radio One seguita e poi la prima canzone pubblicata dalla band, White Riot, aperta a Bologna da un’intro di batteria funambolica di Topper e suonata con una violenza e una velocità molto più vicine all’hardcore che al punk 77. Il nuovo bis di Strummer & Co. sorprende quasi tutti, tanto che solo pochissime registrazioni della serata lo includono: per una volta anche gli smaliziati bootlegger italiani sono stati colti in contropiede, o quasi.

Peraltro, questo doppio encore è un evento raro per il 16 Tons Tour e costituisce un’altra caratteristica particolare della data bolognese. Inoltre, White Riot era un brano che i Clash eseguivano molto raramente dal vivo in quel momento, come testimoniano le scalette del resto del tour. È probabile che la band volesse regalare al pubblico di Bologna qualcosa di più rispetto alla set list regolare, quasi per farsi perdonare l’accidentato inizio del concerto.

Perfino l’uscita di scena della band è oggetto di aneddoti e curiosità: secondo alcuni, mentre si sfilava la chitarra dal collo per abbandonare il palco, un Mick Jones particolarmente su di giri si sarebbe mandato al tappeto da solo, colpendosi alla testa con la sua Gibson Les Paul. Un’altra leggenda-verità che ammanta questo concerto di un’aura speciale.

Quando le note di White Riot smettono di echeggiare nella piazza, il pubblico capisce che adesso è davvero tutto finito: è ora il momento di assimilare quanto accaduto. Come vedremo nel capitolo dedicato alle testimonianze di chi c’era, la sensazione di aver assistito a qualcosa di storico si fa largo in molti già da subito.

Dopo un’ora e quaranta minuti questo concerto, così sofferto e vissuto così intensamente da tutte le parti coinvolte, è davvero finito. I Clash ne avrebbero fatti altri in Italia a partire da quello di Torino due giorni dopo. Tuttavia, sarà questa prima performance a lasciare il segno più profondo, sia nella memoria collettiva del rock italiano che, forse, nei ricordi della band e del suo entourage. Ovviamente, l’incidente di Topper non mancò di creare qualche polemica interna. Come ricorda The Baker:

Dopo il concerto nei camerini ci furono chiarimenti, recriminazioni e sospiri di sollievo da parte di tutti (me compreso). È stata l’unica volta in sette anni che si è verificata una cosa del genere.

Ma non fu solo l’affaire Headon a rendere unica la data di Bologna:

Fu uno dei concerti più intensamente coinvolgenti e decisamente gratificanti che la band abbia mai suonato e (i Clash) furono davvero grati ai fan bolognesi per la loro la pazienza e la lealtà che avevano dimostrato.

Testo tratto dal libro ‘Bologna 1980 – Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia’ a cura di Ferruccio Quercetti e Oderso Rubini (Goodfellas Edizioni, 239 pagine, 25 euro)

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