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I capolavori dimenticati della factory di Battiato

Nei primi anni '80 Battiato assembla un team di lavoro col quale cercherà di rivoluzionare la scena italiana e fare pop d’avanguardia. Ecco le produzioni meno note e da riscoprire

Franco Battiato

Foto: Adriano Alecchi/Mondadori via Getty Images

Quarant’anni fa, nel 1980, usciva un disco che in un certo senso ha rappresentato una crepa all’interno del sistema pop italiano. Quell’album si chiama Patriots, è stato il primo timido successo commerciale di Franco Battiato, conteneva alcuni grandi brani come il classicone Prospettiva Nevski. Se è vero che solo nell’anno successivo Battiato troverà la quadra e farà il botto con La voce del padrone, un disco che è ancora tra i più venduti di sempre in Italia, vero è anche che in Patriots comincia a definirsi un team di lavoro che, per circa quattro anni, mieterà successi e sarà richiestissimo. Tra questi Filippo Destrieri alle tastiere, Paolo Donnarumma al basso, Alfredo Golino alla batteria, ma soprattutto Giusto Pio al violino (e factotum tra arrangiamenti e scrittura) e Alberto Radius alla chitarra (ex Formula 3 e produttore in seconda), i quali già dal Cinghiale bianco avevano affiancato Battiato per un’avventura che nessuno si aspettava, loro compresi. Ci sono anche il produttore Angelo Carrara, padre di un sound riconoscibilissimo e metawave, le apparizioni di Lino Capra Vaccina (cofondatore dei mitologici Aktuala), così come Francesco Messina, coautore di e con Battiato nonché geniale ideatore delle grandiose grafiche di copertina dei dischi.

Questa Battiato Factory produrrà album non solo dell’allampanato cantautore, ma anche di personaggi fondamentali della musica italiana come Alice, Giuni Russo, lo stesso Giusto Pio. Sono questi i nomi più famosi del periodo d’oro del team, capaci di mettere d’accordo tanto il successo di critica quanto quello commerciale, ma ci sono anche altri interpreti e autori nell’orbita del cantautore siciliano che pubblicarono del pop d’avanguardia e che poco sono ricordati nonostante i loro meriti. Ecco dunque sei lavori che col senno di poi sono delle gemme da riscoprire assolutamente.

“Gente di Dublino” Alberto Radius (1982)

Il grande Radius, conclusa l’esperienza con i Formula 3 e con il supergruppo Il Volo (backing band di Battisti per tutto il ’74 e fino al ’75, loro lo zampino sonoro in Anima latina), dal 1972 deliziava l’Italia con dischi solisti pieni di trovate e di un’originalità che lo metteva fuori dal normale cantautorato essendo anche produttore (non solo di se stesso: tra i tanti, Faust’O, Battiato e gente della sua scuderia come Giuni Russo). La sua anima sperimentale e rock è presente fin dalle origini, ma in questo disco è temperata dall’anima avant pop di Battiato. Sonorità più dirette, algide, colorate di post punk, testi che come da citazione joyciana del titolo girano intorno al binomio paralisi-fuga. Sono esistenziali, malinconici (come la traccia d’apertura Lombardia, un brano che riavvolge il nastro dei ricordi del chitarrista-cantante) e a volte politici e beffardi come l’ancora attualissima Non metteteci la bomba che con la frase “personaggi da operetta / siamo matti tutti quanti” sembra rivolgersi a noi qui e ora. Una leggenda narra che i testi siano scritti tutti da Battiato che non si accredita e lascia la paternità a Oscar Avogadro e al fido Francesco Messina (tranne Labirinto scritta da Tommaso Tramonti ovverosia il maestro spirituale di Battiato sotto falso nome).

Ad ogni modo, è il disco in cui Radius cerca una sua personale via al suono che lui stesso ha messo a punto per Battiato, con risultati a nostro parere eccellenti tanto da poter dire che nessun altro album solista di Radius è così compatto dall’inizio alla fine. Interessante anche l’uso delle citazioni, altro stilema di Battiato, in questo caso applicate prevalentemente alla musica (Lombardia ad esempio sfoggia un riff che è preso di peso dai Led Zeppelin senza alcun timore che sia riconosciuto). Purtroppo Gente di Dublino non avrà un grande seguito, forse proprio per la caratteristica di allontanare Radius da un certo approccio più ruvido e quindi da quello che il pubblico si aspettava (ma la metamorfosi era già iniziata con il precedente Leggende, che nonostante la qualità si perde un po’ per la strada del pop classico).

“Medio Occidente” Francesco Messica (1983)

Quando si dice il genio: Messina si è sempre presentato in modo dimesso, quasi timido. Poi però ti senti le cose che ha fatto nei ’70 per la Cramps, senti questo Medio Occidente e rimani di sasso: Messina non è solo “il compagno di Alice”. Vuoi vedere che il vero maestro è lui e Battiato l’allievo? Nessuno nel 1983 ha descritto così bene il 2020. Prima di James Ferraro, prima dell’elettronica HD, Messina aveva già individuato il problema di una società opulenta e senza punti di riferimento, che a un certo punto diventa la soluzione stessa per addizione, per eccesso. Ecco che infatti le musiche di questo disco possono essere a volte paragonati a muzak per ascensori intelligenti. Nel libro Ogni tanto passava una nave – Viaggi e soste con Franco Battiato l’autore scrive questo a proposito del disco: «Tra una copertina e l’altra, mi arrivò anche la straordinaria concessione di pubblicare un album tutto mio. (…) Mi ero ripromesso di tenere anche un occhio sulla produzione di Mike Oldfield che con inusuali brani strumentali era finito in cima alle classifiche di mezzo mondo. Ma poi, come sempre, emerge il fatto che ognuno sa fare quel che sa fare. Infatti non andai oltre il genere che avevo sempre praticato: cose molto rarefatte, quasi atmosferiche. Chiesi a Battiato e a molti altri amici di partecipare. Franco mise la sua voce e saggi consigli pesi e misure e molti amici come Giusto Pio, Stefano Cerri, Roberto e Giada Cacciapaglia, Alberto Radius, Filippo Destrieri, Michele Fedrigotti, Mino Di Martino diedero il loro contributo nelle varie tracce. Risultato: apprezzamento & delusione generale da parte dei grandi capi Polygram. Tradotto in parole semplici: congratulazioni per la qualità di quello che avevo registrato, ma preoccupazione per la poca commerciabilità di quell’album. Dato che, come tutti i designer per bene, ero stato educato a un grande senso di rispetto per i committenti, accettai le loro osservazioni e cominciai a inserire qualche ritmica e qualche melodia in più. Nuovo risultato: né carne né pesce…».

La realtà dei fatti è che invece, in questo mix tra ambient, proto new age, pop evanescente, minimalismo ed esotismi di serie, Messina ha di fatto inventato prima del tempo la vaporwave, che appunto si basa su quei difetti che l’ autore riscontra nel disco. Che, possiamo dirlo, è una pietra miliare: se non ci credete, ascoltate Plaza Tonal, Uffici del 126° piano o Comunicazioni interne, che già nei titoli si proiettano nell’ipermoderno con quei suoni digitali e levigati. Immancabile in ogni collezione di dischi che si rispetti, anche se all’epoca passò inosservato. Non servirà infatti il singolo Harem (con la voce di Battiato e l’ apporto di Roberto Cacciapaglia) a far risalire le quotazioni, in quanto, al solito, troppo avanti per i tempi.

“Milva e dintorni” Milva (1982)

Ma questo disco non è famoso essendo di Milva ? No. Famoso è più che altro il singolo, lo struggente Alexander Platz, un rifacimento di Battiato del brano di Alfredo Cohen Valery, compianto artista militante omosessuale col quale aveva collaborato per il controverso disco Come barchette dentro un tram. Valery era dedicata alla transessuale Valerie Treccarelli: Battiato rimaneggia il testo e proietta il discorso trans nel contesto del muro di Berlino, ottenendo un pathos esplosivo, certo. Ma se poi a qualcuno chiedi il resto dell’ellepi ti guarda con gli occhi vuoti. E invece è un raffinato cocktail tra serio, faceto, ironia, surrealismo, sentimento, noia e passione. Milva si affida al golden team in un momento di particolare sperimentazione della sua carriera, reduce dalla produzione del greco Vangelis e ferma nella decisione di gettarsi tra le braccia dell’equivalente italiano, a quei tempi, ovvero Battiato. Che coproduce e firma tutti i brani con Giusto Pio: da segnalare L’aereoplano, brano punk-pop quasi da trip di lsd, Poggibonsi con le sue rimembranze di guerra e grotteschi giochi di parole (“Poggibonsi è stata evacuata/ e Gerusalemme liberata”) e l’epica e militante Tempi moderni dal testo crudo, indigesto e particolarmente lungimirante (“non finirà la voglia di scappare/ dai campi di sterminio che questa civiltà produce / senza tregua né pudore/ mentre la gente dorme”). Oltre a questo ci sono deliziosi brani lenti come Non sono Butterfly in cui l’amore è sviscerato nelle sue contraddizioni e complessità con una leggerezza quasi sublime. Insomma, Milva e dintorni è un disco da avere: bizzarro e coraggioso soprattutto per la cantante, che accetta la sfida di rinnovarsi completamente e di mettere in discussione il suo personaggio. Sfida che bisserà estremizzando il tutto con l’altro disco a cura di Battiato, quello Svegliando l’amante che dorme del 1989 altro documento di classe innata e di folle intellettualismo applicato al pop.

“Sud Africa”, “Oppio”, “Plaisir d’amour” Sibilla (1982-1983)

La pupilla meno fortunata del team era probabilmente quella con una maggiore originalità d’insieme. Se dovessi paragonarla a qualche cantante italiana, brancolerei nel buio. La sua voce unica ha echi mediorientali, ma anche una sorta di delicatezza di cartavetrata, con canzoni molto esplicite riguardo a stati alterati di coscienza, seduzioni neanche troppo velate, viaggi misteriosi e cose del genere. È originaria dello Zimbabwe e il suo primo 45 giri si chiama appunto Sud Africa, una specie di autobiografia in musica (Sibilla è coautrice dei suoi brani insieme a Battiato e Pio), stampato solo in poche copie per permetterle di partecipare al festival di Sanremo (essendo una debuttante necessitava almeno di un disco pubblicato). La musica si adegua a questi immaginari esotici con una certa libertà, assente nelle altre produzioni di Battiato, e l’esplicita Oppio ( “a quei tempi l’oppio ci costava meno di una birra”, recitava malinconicamente il testo) non è da meno. Una cavalcata (firmata tra l’altro anche dalla scrittrice svizzera Fleur Jaeggy) tra nomadismo e tappeti volanti: peccato che sarà ricordata solo per essere stata eliminata immediatamente dal festival a causa di un guasto tecnico che portò la nostra cantante a stonare brutalmente.

Il brano quindi non avrà successo ma Sibilla non si darà per vinta e con la Battiato Factory registrerà un altro singolo, Plaisir d’amour, un rifacimento in salsa eurosynth della classica romanza di Jean Pierre Claris de Florian e Johann Paul Aegidius Schwarzendorf (ripresa anche dagli Aphrodite’s Child del succitato Vangelis, ma soprattutto dall’Elvis di I Can’t Help Falling in Love With You), che poi Battiato registrerà in una sua versione orchestrale nel disco Come un cammello in una grondaia. Il lato B Sex Appeal for Europe è un apparente inno all’Europa unita, ma grattando la superficie si evince una sottile presa per il culo: “drink vodka cola for your delight” o “God’s away on holidays, hip hip hurrà! Pay godfathers night and day”. Sibilla non arriverà mai a incidere un album e sparirà presto dalle scene, ma se contiamo anche gli altri due allucinati lati B dei rispettivi singoli arriviamo a un EP con sei brani di sicuro interesse, qualcosa di completamente alieno sia alla discografia d’epoca sia di oggi. Strano che nessuno si sa fatto avanti per stampare un greatest hits, attendiamo fiduciosi lanciando un appello.

“Alla periferia dell’impero” Mino De Martino (1984)

Intervistando Mino De Martino per un talk al Macro di Roma, miha raccontato questo aneddoto: lui nella stanza col megadirettore della EMI e Battiato che contratta incalzandolo. «Allora vuoi 5 milioni?». E Mino: «Beh si va bene». «O forse ne preferisci 10?». E Mino: «Beh, 10 milioni sono meglio!» . Il percorso del disco quindi inizia a gonfie vele, nella fiducia più assoluta; poi però la promozione si perde per strada, il tempo passa, Mino viene mandato a Sanremo troppo tardi perché nel frattempo l’esperienza di un singolo è diventato album. Ma non un album qualsiasi, è uno dei più ispirati della discografia italiana di sempre: in questo Mino stesso si definisce «un perdente di successo», perché la perfezione di Alla periferia dell’impero stupisce, come stupisce il fatto che non sia stato il disco più venduto del 1984, al di la delle motivazioni suddette.

È un disco soprattutto politico, che rimette in gioco gli aspetti psicologico/esistenziali dei sopravvissuti agli anni di piombo smascherando una bieca e viscida classe politica. In Garconierre l’incipit del “ti spacco il culo bimba” proferito da un viscido politico perbenista sembra lucidamente prevedere le tristezze da maniaci della Seconda repubblica, non tanto per i fatti narrati – sempre accaduti da quando esiste il mondo – ma per la nonchalance con le quali si attuano alla luce del sole senza vergogna alcuna. In Domani viene messo alla luce il sostanziale immobilismo dei wannabe, che parlano parlano ma non sono in grado di smuovere la loro vita quotidiana, figurati fare la rivoluzione. E in 1984 finalmente mette in chiaro che “non sarà come descrive Orwell / sarà più o meno come l’anno scorso” smontando teorie cospirative tanto oggi in voga a favore dell’azione diretta senza stronzate di contorno. Oppure la mitica Basta con la musica giovane nella quale ci si schiera contro la finzione del mercato che sfrutta le tendenze giovanili solo per questioni di denaro, e quindi mantiene in schiavitù le stesse forze creative che, in quanto giovani, dovrebbero essere libere.

Al disco partecipa tutta la Factory in stato di grazia, con una potenza invidiabile: molti dicono che dietro all’insuccesso ci sia stato forse il busillis delle sonorità, troppo ancorate al passato della Battiato Factory. In effetti è vero, il 1984 segna l’anno del declino delle pubblicazioni di e con Battiato, ma qui la produzione segna una maggiore cura nei dettagli, più levigatezza, come avessero in mano un cesello. Insomma il disco di Di Martino è quasi lo stato dell’arte del team. E in un certo senso ne è l’epitaffio, che oggi, alle nostre orecchie, arriva più attuale che mai considerate certe produzioni itpop odierne che molto gli devono nelle sonorità.

“Rodolfo Valentino/ Oceano Indiano” Farida (1984)

Farida è un personaggio particolare nella storia della canzone italiana: mezza egiziana, ma catanese al 100% quindi compaesana di Battiato, divenne popolare negli anni ’60 con delle cover straniere italianizzate, poi diventa braccio destro di Renato Zero, con il quale collaborerà nel tour di Erozero e che gli produrrà nell’ 81 il Q-disc Complicità, ma non riesce a emergere. Nel 1983 tenta il tutto per tutto per un rilancio alla grande e si mette nelle mani del dream team di Battiato. Da questa storia nasce un singolo, Rodolfo Valentino, scritto da Battiato sotto falso nome (Ku) , da Giusto Pio e dal solito Messina: una storia d’amore postmoderna ma anche abbastanza inquietante, a partire dalla musica elettronico/apocalittica fino ai testi con sottofondi da complesso di Elettra (“quando ti vesti hai gli stessi atteggiamenti di mio padre alla tua età / tra noi un’attrazione fisica”). Farida sfoggia una vocalità potente, in un certo senso sopra le righe, e osa parecchio: volendo fare paragoni, sia per stile, look che per attitudine ricorda una Grace Jones de nonatri. Il lato B, la ariosa e lussureggiante Oceano Indiano è una canzone “estiva” chiaramente sui generis come da tradizione Battiato, in cui l’ infelicità e l’inquietudine la fanno da padroni (“penso che prenderò il treno che porta a Santiago del Cile / penso che salirò dal culmine del Fujiyama”). Qui Farida canta in un modo quasi schizofrenico passando da soavità ad asperità vocali quasi stile techno pop giapponese d’avanguardia di zona Jun Togawa.

Farida concluderà con questo disco la sua carriera di cantante, ma Giusto Pio recupererà Rodolfo Valentino nel suo disco solista Restoration in versione strumentale. Il motivo del ritiro? L’ insuccesso di pubblico, dovuto alla proposta abbastanza estrema per i tempi. Effettivamente è un brano che sembra nato come un esperimento di Battiato per vedere quanto si possa spostare oltre l’attenzione e il gradimento delle masse. Beh, a tutt’oggi Rodolfo Valentino sembra ancora lontana dall’essere “consumabile”: forse dovremmo aspettare direttamente il 3000 per vederla in classifica?

Il lavoro della Battiato Factory non finisce qui: lavorerà anche per conto terzi, ad esempio per Finardi, il cui Dal blu (con l’ interessante appendice del live Strade, in cui i grandi classici del cantautore vengono rivisti appunto in chiave “battiatiana”) vede un pesante apporto di Messina, Battiato e via dicendo. Ma più che altro ha definito un suono, che possiamo ascoltare anche in altre prove discografiche in cui si tenta di emularne le gesta (Scortati di Garbo è evidentemente influenzato dalle produzioni di Battiato). E in fondo, la fascinazione non si è mai spenta se ancora oggi cantiamo distrattamente “un’estate al mare” sotto la doccia. La Battiato Factory è stata la dimostrazione che il successo non si ottiene da soli, ma lavorando insieme e che con gli insuccessi (di qualità, s’intende) si rimane nella storia della musica. Meditate o voi neo pop star italiote, la voce è ancora del padrone.

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