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I canti sui balconi non li abbiamo inventati noi

La ricerca di un musicologo della Loyola University Maryland spiega che qualcosa di simile avveniva nel Rinascimento, ai tempi della peste

Jacopo Mastrangelo suona il tema di 'C'era una volta in America' di Ennio Morricone affacciato su Piazza Navona, a Roma

Uno dei primi canti sui balconi ad averci colpito è quello in cui si sente Abbracciame di Andrea Sannino. Una donna intona la canzone da una finestra, altre persone affacciate dagli appartamenti dei palazzi circostanti si uniscono al coro dando l’illusione che quelle note possano riempire lo spazio fra i palazzi e le persone.

Nel giro di un mese, canti sui balconi come quello si sono trasformati da manifestazioni spontaneistiche ad appuntamenti fissi e in alcuni casi bizzarri, quando non organizzati a fini promozionali o da programmi televisivi d’intrattenimento, con la conduttrice che dirige compiaciuta dallo studio.

Prima che il fenomeno scemasse e come qualunque altro nell’era dei cancelletti diventasse oggetto di tweet insofferenti, è stato molto amato e anche criticato. Il maestro Morricone, ad esempio ha spiegato all’Huffington Post che la musica ha per lui un valore assoluto e importantissimo, ma non in questo momento: «Non è che in una situazione del genere mi metto ad ascoltarla così da potermi consolare per quello che accade». Due settimane dopo, è girato molto il video di un giovane chitarrista che suona una versione elettrica di C’era una volta in America su una Piazza Navona deserta, a Roma.

Le immagini degli italiani che cantano e suonano sui balconi, dal canto della Verbena intonato nella contrada dell’Oca di Siena al trombettista che suona O mia bela Madunina, hanno fatto il giro del mondo. Hanno spinto Bono degli U2 a scrivere un pezzo per dirci che cantare è un atto di resistenza e sono diventate un meme, dando il via alla produzione di video fake con gli italiani in quarantena che cantano varie canzoni pop tra cui Roar di Katy Perry (la pop star o il suo social media manager ci ha creduto e lo stesso hanno fatto i Black Sabbath).

A quanto pare, però, i canti sui balconi e alle finestre non li abbiamo inventati noi. Una ricerca di Remi Chiu, musicologo della Loyola University Maryland, spiega che qualcosa di simile avveniva nel Rinascimento, ai tempi della peste. Pubblicato nel 2017, ben prima cioè che l’argomento diventasse di moda, Plague and Music in the Renaissance (Cambridge University Press) descrive la pratica musicale, all’epoca di carattere per lo più religioso, come una strategia di sopravvivenza, con conseguenze tangibili per la salute e il benessere psichico della popolazione.

Cantare e fare musica aiuta a scacciare pensieri disfattisti e si trasforma nel Rinascimento in un atto di resistenza da parte degli europei colpiti a più riprese dalla peste. «Quando fai musica» ha detto Chiu al Guardian «ti attieni alle sue regole, con la testa e il corpo. Quando fai musica assieme ad altre persone, persino quando balli o fai la Macarena con i vicini di casa, entri a far parte di un gruppo e contribuisci a un obiettivo più grande».

Il libro di Chiu si apre con una citazione, la descrizione delle strade deserte di Milano e del silenzio rotto solo dai canti. Non è del 2020, ma del 1577. Oggi è Il cielo è sempre più blu, nel Rinascimento erano i canti religiosi, ma l’obiettivo è lo stesso: sentirsi parte di una comunità e provare conforto. Trovare un antidoto alla paura.