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I Calexico fradici di pioggia sotto la casa di Ennio Morricone a Roma

Joey Burns racconta per Rolling Stone Italia il legame del gruppo americano col compositore romano. C’entrano il deserto, le trombe e una chitarra lasciata vicino a una stufa

I Calexico, ovvero John Convertino e Joey Burns

Foto: Jairo Zavala Ruiz

Pioveva e faceva un gran freddo la sera in cui io, John Conventino e il nostro amico Carlo Martelli ce ne siamo andati in giro per il centro di Roma. Ce ne stavamo lì ad assorbire l’atmosfera quando per caso abbiamo cominciato a parlare del Maestro. Eravamo nei pressi del Foro, non lontani dall’appartamento in cui viveva. Qualcuno ha detto: «Non sarebbe grandioso fare un salto e magari salutarlo?». Ci siamo diretti verso casa sua con l’idea di rendere omaggio all’uomo che tanta vita e creatività ha infuso nei mondi dell’improvvisazione e delle musiche da film.

Il Deserto di Sonora, il posto da cui veniamo, era decisamente lontano. Lì un giorno di pioggia non è una rarità, è proprio un segno. Un po’ come nella musica di Morricone, laggiù c’è spazio per le sfumature, per sussurrare alcuni degli aspetti più sottili della musica e prestare ascolto ai segni.

Morricone era un compositore e uno storyteller sperimentale, e questa cosa la adoro. Ascolto la sua musica e ancora mi colpisce il modo unico in cui combinava gli strumenti. Forse la sua voce orchestrale ha a che fare col fatto che iniziò suonando la tromba, e questa cosa ha creato una connessione col modo in cui usiamo lo strumento nel gruppo, o forse ha a che vedere con la capacità di evocare luoghi e stati d’animo tipica della sua musica.

Fatto sta che ce ne stavamo lì sotto la pioggia a rendere omaggio al Maestro. Avendo lavorato in RCA per molti anni, Carlo ci raccontò una bellissima storia. Molti anni fa, nel corso di una seduta di registrazione, era stata chiamata una pausa e tutti i musicisti avevano lasciato lo studio. Il chitarrista aveva inavvertitamente lasciato lo strumento vicino a una stufa. Una volta tornato, si era accorto che si era scordato. Non aveva avuto il tempo di riaccordarlo perché l’orchestra aveva attaccato subito a suonare. Quando era venuto il turno della chitarra elettrica, Morricone aveva sentito quel suono strano, aveva fatto cenno all’orchestra di fermarsi e si era rivolto al chitarrista pregandolo di «non cambiare nulla».

Amo quest’episodio. La dice lunga su chi è Ennio Morricone e su che cosa rende speciale la sua musica. Immagino avesse una capacità d’ascolto fuori dall’ordinario. A te, Maestro, coi nostri cappelli fradici di pioggia e nel cuore tanta riconoscenza.

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