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I Brockhampton hanno cambiato il rap, ora possono chiudere in bellezza

Un po' Wu-Tang Clan e un po' NSYNC, hanno costruito ponti fra stili e identità. Nel nuovo 'Roadrunner', forse il loro penultimo disco, dimostrano di essere in grado di raccontare anche un dolore vero

Brockhampton

Foto press

Nell’ultimo decennio il rap è stato uno dei generi che ha subito le trasformazioni più profonde e intense. Prima degli anni ’10, il rap era generalmente una mitragliata di liriche violentissime e sbruffone su un’estetica fatta di macchinone, collane d’oro e donne seminude. Un mondo che continua ad esistere, ma che definiamo con terminologia differente, con parole come machismo, maschilismo, mascolinità tossica.

A rivoluzionare quell’universo sono stati due differenti movimenti, da un lato l’affermazione di artiste come Nicky Minaj, Cardi B, Iggy Azalea, apripista per l’ottenimento di spazi per le donne nel mondo del rap, dall’altro un cambiamento di paradigma all’interno della compagine maschile grazie a progetti come la Odd Future, la crew di Tyler, The Creator, Frank Ocean, Earl Sweatshirt capace di tirare una linea netta di separazione con il passato a favore di una generazione millennial più aperta a sperimentare con nuove estetiche, narrative, identità, suoni e racconti. La Odd Future portò letteralmente colore in una scena appiattita, flirtando apertamente con ogni stimolo.

Il seme piantato dalla crew di Tyler è stato da subito esempio per i rapper più giovani come Kevin Abstract che, da lì a poco, ha formato i Brockhampton, un collettivo multietnico di artisti, designer, creativi, accelerando e spingendosi oltre gli insegnamenti dei fratelli maggiori. I Brockhampton si sono affermati rappresentando questo concetto fresco di apertura e possibilità, inglobando la cultura americana nera quanto quella bianca e portando a contrasto il mondo dell’hip hop classico con quello del pop e del pop-punk da MTV, aprendosi a tematiche più ampie, contemporanee e minoritarie, come la rappresentanza gay nel rap americano (Abstract è apertamente omosessuale).

Roadrunner: New Light, New Machine è il nuovo disco del collettivo guidato da Kevin Abstract. Difficile parlare di disco della maturità per un collettivo di ventenni, ma al sesto lavoro ufficiale in studio i Brockhampton sembrano essere in grado di bilanciare gli stimoli provenienti dai vari membri. Dopo l’affascinante trilogia d’esordio Saturation e il grande successo di pubblico e classifica di lavori come Iridescence e Ginger, non stupisce che Roadrunner sia stato annunciato come il primo dei due lavori che la band pubblicherà nel 2021, nonché l’ultimo prima di un presunto iato o, chissà, scioglimento a favore delle singole carriere artistiche. Per una band nata quasi per gioco da un messaggio postato da Kevin Abstract in un fan forum su Kanye West (a cui qualcuno aveva risposto, con una certa lungimiranza, «potrebbe uscire una cosa fica»), questa presunta fine potrebbe avere una sua logica intrinseca: i ragazzi – come progetto collettivo comune – hanno dato tutto quello che potevamo.

Nell’attesa di scoprire il proprio futuro, i Brockhampton ci portano un disco da 13 tracce (grazie per non aver fatto il classico disco rap sbrodolato e diluito da 20 pezzi per fare i numeroni sui distributori digitali) a fuoco, in cui sono sintetizzati al meglio una serie di generi (classic hip hop, lo-fi hip hop, millennial pop, smooth R&B) che la band ha da sempre indagato e che ora padroneggia con cura. Questa ampiezza dello spettro sonoro riesce a scorrere attraverso l’album sia entusiasmando l’ascoltatore più duro con lo street rap di Chain On (con JPEGMafia), il West Coast mood di Don’t Shoot Up the Party o Windows (con SoGone SoFlexy) e lo smooth rap di When I Ball prodotto da Chad Hugo (Neptunes, N.E.R.D.), sia ad emozionare, in maniera completamente differente e antitetica, chi è alla ricerca di brani più intensi come The Light, The Light Pt. II e Old News.

Roadrunner si muove fluidamente, con agilità e armonia, tra barre street e melanconici hook spaccacuore, come nella migliore tradizione Brockhampton, un dondolio perpetuo tra Wu-Tang Clan e NSYNC, tra Odd Future e Blink-182, come esplicitato ironicamente da Kevin Abstract nel verso “ho conosciuto gli NSYNC prima di Cash Could Rule Me“, riferimento a C.R.E.A.M., brano dei Wu-Tang Clan campionato all’interno di questo stesso album in Chain On).

Come raccontato da Abstract, scavando all’interno di se stessi i Brockhampton sono passati dall’essere una band malinconica senza un apparente motivo a un progetto con un’emotività forte e condivisa, riuscendo finalmente a verbalizzare il buio oltre lo stato di tristezza superficiale. Un’indagine che ben rappresentata la crescita di questi ventenni e che risulterà certamente utile come terapia indiretta per il loro pubblico della Gen Z. I temi più caldi del disco passano, in particolare, attraverso i testi di Joba (forse l’artista che esce meglio da questo lavoro) e dello stesso Abstract, il talento più evidente del team. Joba affronta apertamente il suicidio di suo padre, la malattia mentale, la depressione, portando un’ombra di cruda oscurità al lavoro come nell’intro spoken word di The Light. Kevin Abstract invece affronta le difficoltà di essere un giovane nero omosessuale nella società americana portando sul tavolo il tumultuoso rapporto con la madre (“mia madre è omofobica”, cantava in Miserable America contenuta nel suo disco solista American Boyfriend: A Suburban Love Story) e i continui problemi con società e polizia (magnifico il passaggio “in questi giorni non ho la patente e prendo la Jeep solo se la guida il mio ragazzo che, tra l’altro, è del colore giusto per piacere alla polizia”). Sulla scelta di continuare a focalizzare gran parte della sua narrativa sulla propria omosessualità, Abstract ha dichiarato al Guardian che «c’è una mancanza di rappresentazione di queste tematiche nel rap e ho sentito di dover essere aperto».

Roadrunner è stato presentato interamente sabato scroso con un livestream trasmesso dai celebri Shangri-La Studios di Rick Rubin a Malibu, dove i sette artisti si sono alternati al microfono per un’ora e mezza di performance in cui si sono potuti apprezzare alcuni momenti esteticamente significativi come l’esibizione con band di You’ve Got a Friend di Carole King da parte di Bearface a cavallo di un puledro bianco o quella di The Light Pt. II con Joba e Abstract seduti sotto la luce di una croce cristiana ad illuminare il buio della sera. Perché, oltre a un energetico gruppo di rapper, i Brockhampton rimangono un collettivo largo (immaginatevi tredici ventenni intenti a rilanciarsi idee a vicenda) di creativi, designer, artisti che per la produzione di Roadrunner hanno ricominciato a vivere sotto lo stesso tetto come durante i tempi magici di Saturation. Un’energia perpetua continuamente presente, che i ragazzi ora sono diventati maturi per gestire.

I Brockhampton sono quindi giunti al termine? Probabilmente, ma nel miglior modo possibile: per sublimazione artistica. Il collettivo americano ha segnato il mondo del rap, sconvolgendolo da dentro, spingendone avanti i limiti estetici e umani. Nella loro fluidità hanno costruito ponti tra generi musicali e identità importanti per le generazioni future. Ora non resta che attendere l’ultimo disco in carriera per augurare loro il meglio per il futuro. In fondo è raro vedere una comunità di amici e fratelli farcela così bene, con così tanta qualità, con così tanta forza.

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