Rolling Stone Italia

I 50 anni di ‘Let It Bleed’, l’album in cui i Rolling Stones sono diventati americani immaginari

Mezzo secolo fa, la band di Jagger e Richards pubblicava il suo capolavoro influenzato dal blues di Robert Johnson e dal country di Gram Parsons. L’album, oggi ristampato, è la colonna sonora della transizione dagli anni ’60 ai ’70

Foto: Ethan Russell/ABKCO

Lascia che sanguini, Let It Bleed. Un disco dal titolo profetico – fu pubblicato il 5 dicembre 1969, il giorno prima dell’uccisione di uno spettatore al festival di Altamont, evento voluto dai Rolling Stones in risposta a Woodstock – non poteva che esaltare la fama che il gruppo di Jagger e Richards aveva guadagnato un anno prima, con Sympathy for the Devil. In realtà, quel brano non aveva nulla di demoniaco, ma scrivere una canzone dal punto di vista di Lucifero fu sufficiente per essere etichettati come satanici. Nello stesso Let It Bleed, nel brano Monkey Man, Jagger ci scherzava su: “Spero non ci consideriate troppo messianici, o magari un po’ troppo satanici”.

Let It Bleed è il secondo disco di un poker di album pubblicati dal 1968 al 1972, considerati da tutti (o quasi) il vertice assoluto della band inglese: Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers ed Exile on Main St. Ancor più del precedente, l’album è fortemente influenzato della amicizia tra Keith Richards e Gram Parsons, ex Byrds e futuro Flying Burrito Brothers, l’artista americano che più di ogni altro ha sdoganato la musica country nel mondo del rock. Richards impazziva per lui e con lui condivideva musica e droga (Parsons sarebbe morto di overdose nel 1973). Brani come Country Honk, versione country di Honky Tonk Women (“In realtà, è la versione originale, prima che arrivasse Mick Taylor e la rivoltasse come un calzino”, raccontò Keith Richards), la title track e You Got the Silver non sarebbero stati possibili senza la sua influenza.


Let It Bleed è anche l’ultimo disco degli Stones con Brian Jones. Ormai debilitato dall’uso di droghe, appare nella sola You Got the Silver, che ironicamente era dedicata ad Anita Pallenberg, la fidanzata che Richards gli aveva soffiato. È il primo album con Mick Taylor, chiamato a sostituire proprio Jones, licenziato a giugno e morto il mese dopo, e il primo in cui Richard canta un canzone da solo (You Got the Silver).

Più di ogni altra cosa, Let It Bleed è la colonna sonora perfetta del periodo storico in cui fu inciso. Ne riflette il clima, le disillusioni, le paure. Gimme Shelter è uno dei brani più poderosi ed eccitanti mai incisi dagli Stones, il grido di terrore di chi vive nell’epoca dei bombardamenti in Vietnam, delle cariche di polizia, delle stragi come quella di Cielo Drive che stanno mandando in malora il sogno hippie. Di chi insomma, vede arrivare l’Apocalisse e cerca disperatamente un rifugio. A rendere il brano ancora più epico c’è l’interpretazione vocale di Merry Clayton.

Anche la bellissima ballata You Can’t Always Get What You Want, che Jagger aveva scritto da solo un anno prima, descrive il periodo storico. Il protagonista è un manifestante deluso e sconfitto dal crollo dei suoi ideali: “Sono andato alla dimostrazione per ottenere la mia giusta dose di abusi cantando ‘sfogheremo la nostra frustrazione se non lo facciamo faremo saltare una miccia da 50 ampère’”. Il passaggio da pace & amore al terrorismo bombarolo si stava compiendo. Lascia che sanguini.


La saggezza del ritornello di You Can’t Always Get What You Want riporta a terra quanti pensavano di poter cambiare il mondo: “Non puoi sempre ottenere quel che vuoi”. La presenza del London Bach Choir dà al pezzo un sapore spirituale e ‘cosmico’. La canzone verrà inclusa in molti film, a cominciare dalla scena del funerale di Il grande freddo, storia nostalgica di quella generazione ormai diventata adulta e cinica (curiosità: la batteria è suonata dal produttore Jimmy Miller perché Charlie Watts non riusciva a tenere il ritmo).

Altro capolavoro della produzione degli Stones è Midnight Rambler, un blues che inizia lento e poi accelera in una danza sabbatica. Dal vivo è stato per anni un cavallo di battaglia del gruppo, a cominciare dalla versione contenuta in Get Yer Ya-Ya’s Out! dell’anno seguente. A ispirare le gesta del “vagabondo di mezzanotte” è il serial killer Albert DeSalvo, lo strangolatore di Boston che nella prima metà degli anni ’60 aveva gettato nel terrore la città americana uccidendo 13 donne. Solo gli Stones potevano impadronirsi di quella storia in modo magistrale e renderla contemporanea. Approfittando della scarsa osservanza del diritto di autore tipica dell’epoca, gli Stones si accreditano l’ennesimo capolavoro del disco, il blues Love in Vain, che in realtà era una composizione di Robert Johnson, il bluesman che secondo la leggenda aveva venduto l’anima al diavolo (tanto per restare in tema). Su disco, la canzone era accreditata a Woody Payne. Anni dopo gli Stones furono costretti a riconoscere l’autentica paternità.


Non c’erano mai stati tanti ospiti in un disco degli Stones e, non a caso, sono quasi tutti americani, da Ry Cooder a Nicky Hopkins, da Al Kooper a Jack Nitzsche e poi ancora Bobby Keys, Byron Berline e Leon Russell. D’altro canto, gli Stones erano ormai inglesi solo per i documenti, perché erano diventati quello che avevano sempre voluto essere: degli americani immaginari.

Cinquant’anni dopo la pubblicazione, Let It Bleed è la fotografia perfetta di un momento storico di transizione e uno dei lavori più eccitanti e consapevoli degli Stones. Dopo aver evocato e descritto il male del mondo, si ritireranno in un sogno tossico fatto di droga e donne, allontanandosi dalla realtà che non canteranno mai più in modo così lucido. Non puoi sempre avere ciò che vuoi, ma se ci provi, a volte, otterrai quello di cui hai bisogno. Basta accontentarsi.


Iscriviti