Home Musica

I 50 anni di ‘Layla and Other Assorted Love Songs’, la fiaba tragica di Eric Clapton

L'ossessione per Patti Boyd, la moglie di George Harrison. Le dipendenze. Un testo persiano su un uomo che impazzisce per un amore impossibile. Mappa sentimentale del disco dei Derek and the Dominos

Eric Clapton, Bobby Whitlock, Jim Gordon, Carl Radle: i Derek and the Dominos nel 1970

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Miami, Florida, 1970. Eric Clapton ha suppergiù 25 anni ed è già un dio della chitarra. Ha fondato e mollato gruppi fondamentali della storia del rock, ma qualcosa, un dolore che viene da lontano, lo rende sempre più insicuro e allo stesso tempo sembra proteggerlo. Si attacca al tragico poiché è abituato a quella visione della vita. Per scappare via, come al suo solito, da qualcosa di enormemente più grande della sua personalità, ma non da qualcosa di più grande del suo talento, forma i Derek and The Dominos. È come se volesse fare a pezzi Eric Clapton. La sua insicurezza deriva dall’episodio centrale della sua vita: non è stato accettato dalla vera madre, in maniera crudele, come testimonia il documentario Life in 12 Bars. Questa insicurezza viene riversata in maniera autolesionistica e tragica nelle sue storie sentimentali. Riconosce il dolore e il tragico perché da lì lui viene e nel tragico finisce, è l’unica cosa che paradossalmente riesce a gestire.

Innamorarsi non fa parte della sua visione della vita. Quella di Eric Clapton per Pattie Boyd, ai tempi moglie del suo migliore amico George Harrison, non è amore, è ossessione. Questa ossessione diventerà la spina dorsale dell’album dei Derek and The Dominos di cui ricorrono i 50 anni, Layla and Other Assorted Love Songs. Boyd non lascia Harrison ed è un altro rifiuto nella vita di Clapton. L’ossessione deriva dalla sua perenne dipendenza da qualcosa o qualcuno. Da piccolo dipendente dallo zucchero, crescendo da droga, alcol, donne. Ma la dipendenza, in questo caso da Pattie Boyd, non è che un modo per cercare di riempire vuoti e dolori derivati dall’infanzia.

Quando Clapton legge una delle storie d’amore più tragiche, contraddittorie e conflittuali che siano state raccontate, quella fra Majnun e Layla adattata dallo scrittore persiano Nazami da un’antica fiaba, la usa come specchio in cui riflettere il suo dolore. «Majnun, estenuato dall’amore, offre a Layla la sua stessa vita. Layla rifiuta, vuole qualcos’altro. Tutto ciò che mi rimane in questo mondo, dice Majnun, è un semplice ago: lo uso per estrarmi le spine, quando l’amore mi spinge a strisciare sui rovi del deserto. Quel dono accetta Layla. “Era proprio questo ciò che volevo da te” dice. “Se tu sei sincero in amore, a cosa ti serve quest’ago? Se nella ricerca di un’amante come me, o animo afflitto, una spina si infila nel tuo piede, non è lecito toglierla con un ago. Liberarsene non è atto di un amante fedele. È una spina preziosissima, quella: fa da guida sul sentiero dell’unione. Estrarla con l’ago è una colpa. Tutto in realtà è una colpa per l’amante: egli non può che bere il suo proprio sangue».

Clapton identifica il suo dolore e la sua ossessione per Pattie in queste parole. Non si toglierà mai la spina. Layla, la canzone, è un grido estenuante, attraverso la chitarra, un grido di dolore. L’attacco è di un’aggressività impressionante per una canzone d’amore. Il riff riproduce l’ossessione che Clapton prova per la donna del suo migliore amico, fino a che non arriva il pianoforte, una supplica rabbiosa alla donna che vorrebbe con sé e che non riesce a ottenere. Non riesce a farsi una ragione del perché tutto questo dolore, questo amore non venga ricambiato.

Poi a un certo punto, si ferma, si toglie il dolore di dosso, forse si toglie la spina per un po’, e parte un pianoforte che si accavalla a una chitarra che per una strana coincidenza ricorda il suono emesso dai delfini, il signature whistle. E a ben vedere sulla copertina appare un delfino, con un volto di una donna bionda (che ricorda Pattie) e un bouquet di fiori bianchi. Così il suono finale di Layla, con questi pianoforti che si sovrappongono, i cori, le chitarre, sembra evocare l’idea che il delfino sia simbolo delle forze del bene contro il male, simbolo dell’evoluzione spirituale poiché ogni forma di meditazione comincia con il controllo del respiro. Il delfino è il simbolo del respiro, del legame tra la materia e lo spirito. Incarna il ciclo vitale di morte e rinascita. È come se, suonando Layla, Clapton fosse morto e rinato.

Tutte le canzoni dell’album, nato anche dalla collaborazione e dall’amicizia con Duane Allman, girano intorno a questo dolore, a questo consapevole ennesimo fallimento, perché se ti attacchi al dolore nel dolore finisci di nuovo. In Bell Bottom Blues, che a differenza di Layla parte in maniera dolcissima e lacerante, raggiunge un punto cruciale quando Clapton scrive “dammi un altro giorno” e non banalmente “dammi un’altra possibilità”. Un solo giorno per dimostrare che non può vivere senza di lei. In tutte le canzoni del disco Clapton non fa altro che chiedere in ginocchio, che è l’espressione che usa di più, è quasi uno strisciare continuo, un dire in maniera incessante “io non mi tolgo la spina, però tu devi venire con me”.

Nell’album c’è un omaggio al caro amico Hendrix con un’interpretazione di Little Wing, che viene pubblicata poche settimane dopo la morte di Jimi che sconvolgerà Clapton. Come verrà sconvolto un anno dopo dalla morte di Duane Allman, diventato inseparabile durante la lavorazione dell’album. Come diventerà tragico il rifiuto di Pattie di seguirlo, nonostante lui gli abbia donato un disco incredibilmente intenso, ma non abbastanza da convincerla a separarsi da George. In Life in 12 Bars Clapton parla di questo momento (la consegna, l’ascolto da parte di Pattie) e spiega che tutto questo dolore e questo implorare espresso nelle canzoni di Layla and Other Assorted Love Songs «non ha funzionato». Clapton toglie la spina e cerca di morire “dissanguato”, attraverso eroina e alcol.

Questo disco è forse l’espressione musicale migliore di Clapton, ma non perché fosse all’apice del suo talento. Pensava invece fosse l’apice del suo dolore, delle sue insicurezze, del suo sentirsi fallito. In effetti lo era. Il suo talento invece è stato ed è più grande di qualsiasi debolezza. Il suo talento è stato l’aiuto che da bambino non aveva avuto. Tutto questo è Layla and Other Assorted Love Songs: la dipendenza di un bambino dai dolci, la dipendenza di un uomo da una donna, la dipendenza di uomo da qualcosa che nonostante la visione della morte lo faccia sentire vivo.

Nazami ha scritto che «Layla è un frammento di paradiso», quel paradiso che Clapton sa benissimo che non gli appartiene. Anni dopo un dolore ancora più grande della sua ferita iniziale andrà a levargli tutte le spine, azzerando ogni forma di sofferenza. Layla and Other Assorted Love Songs rappresenta l’inizio del processo di guarigione. Nell’album c’è solo dolore. Anni dopo Eric Clapton capirà che solo la musica può salvarlo, ma è da qui che ha iniziato a imparare che le spine fanno solo sanguinare.

Altre notizie su:  Derek and the Dominos Eric Clapton