I 25 migliori album internazionali usciti nel 2021 | Rolling Stone Italia
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I 25 migliori album internazionali usciti nel 2021

Un’ottima annata: le colonne sonore del lockdown di Nick Cave e di Floating Points, la black music totale di Little Simz, il rétro d’autore di St. Vincent e Silk Sonic, i glitch dei Low e molto altro

Artwork: Stefania Magli

25. “Donda” Kanye West

È diventato così facile parlare male di Kanye West che quasi non ci siamo resi conto della reale bellezza di Donda. Il disco che Ye dedica alla madre, 27 brani (che diventano 32 nella versione deluxe) per quasi due ore di musica, è un ottovolante per l’ascoltatore, ma nei suoi punti di massima altezza sfiora picchi clamorosi di estasi artistica. Uno dei dischi più intimi di Ye (i temi affrontano il rapporto con la madre, il matrimonio finito con Kim, gli eccessi umorali, il rapporto con Dio) che, spesso spogliato da ogni arrangiamento, troviamo solo con Auto-Tune e organo ad affrontare i suoi peggiori demoni lungo la strada della redenzione. Tra struggenti momenti di ascensione spirituale e cadute negli inferi del rap, prevalgono fortunatamente i primi, permettendoci il privilegio di ascoltare nuova musica bellissima dell’artista più influente di questo millennio. M.B.

24. “Spare Ribs” Sleaford Mods

Una manciata di singoli da alta rotazione e un’irresistibile attitudine punk/hip hop: gli Sleaford Mods firmano uno dei loro album più accessibili ma allo stesso tempo sparano a zero contro il governo britannico dell’era Brexit. Ancora una volta le ritmiche minimali di Andrew Fearn si intrecciano alla perfezione coi testi di Jason Williamson, per un disco in cui rabbia e ironia, rap e groove, spigolosità e melodia convergono in brani avvincenti e memorabili. La band l’ha spiegato qui, canzone per canzone. M.C.

23. “Sound Ancestors” Madlib

Prendi Madlib, uno dei producer più influenti della scena black americana degli ultimi vent’anni, e mettilo a conversare musicalmente con Kieran Hebden, in arte Four Tet, uno dei producer più influenti della scena elettronica degli ultimi vent’anni. Il risultato è Sound Ancestors, una tessitura di generi per palati fini, un misto di campionamenti e strumenti analogici, registrato da Madlib e arrangiato/editato da Four Tet. Un lavoro d’amore e artigianato. M.B.

22. “Nine” Sault

Rutilante e trascinante, Nine è il quinto album pubblicato in due anni dal misterioso collettivo londinese e mantiene altissimo il livello qualitativo di ogni singolo brano. Muovendosi agevolmente tra ritmi afro, flow hip hop, dance e appetibilità pop, le 10 tracce raccontano di emarginazione, violenza e ghetti, ma anche di orgoglio black, resistenza e pura bellezza. Un disco di conferma, ma che apre anche nuove strade amabilmente melodiche al futuro di una band oggi imprescindibile. Non lo si trova sulle piattaforme: come promesso fin dal principio, l’hanno pubblicato e poi cancellato dopo 99 giorni. M.C.

21. “Collapsed In Sunbeams” Arlo Parks

L’album d’esordio di Arlo Parks di fatto è come se fosse un’opera seconda, avendo già pubblicato nel 2019 due EP di culto, Super Sad Generation e Sophie, che ad appena 19 anni d’età l’hanno resa una delle artiste più amate dai nostri artisti più amati. Collapsed in Sunbeams non ha deluso le aspettative: ha perfezionato ulteriormente le atmosfere intimiste e malinconiche che già la caratterizzavano, fino a farne un vero e proprio marchio di fabbrica. È probabile che da qui al prossimo anno vanterà una lunga serie di epigoni e imitatrici. M.B.T.

20. “New Long Leg” Dry Cleaning

L’album perfetto per gli appassionati di alternative ‘90/’00. Un po’ Breeders, un po’ Prinzhorn Dance School, vicini agli Young Marble Giants, ma con derive elettriche à la Sonic Youth, la band londinese si inserisce nell’hype post punk superandolo in scioltezza grazie alla sua elegantissima attitudine apatica e distaccata. Merito non solo del cantato-non-cantato di Florence Shaw, ma anche dei continui rimescolamenti ritmici che crescono di ascolto in ascolto. L’intervista. M.C.

19. “Afrique Victime” Mdou Moctar

«Afrique Victime ci ricorda cos’è la libertà nel rock», scrivevamo a giugno nella recensione dell’ultimo album di Mdou Moctar, musicista Tuareg che ha registrato le chitarre più interessanti e avventurose del 2021. Afrique Victime non è un disco da nostalgici, ma un viaggio dentro vortici psichedelici, strutture libere e originali, melodie ipnotiche. È il punto d’incontro tra certi suoni di Clapton e Hendrix e le atmosfere dei Tinariwen, con testi che parlano dell’unità del popolo africano. Incredibile che dietro ci sia un musicista che ha detto di non sapere «cosa sia esattamente il rock». A.C.

18. “30” Adele

30 punta a diventare un classico – anzi, probabilmente lo è già – raccontando il divorzio di Adele. O come dice lei: divorce, baby. La fine di un amore, i problemi che sorgono in una famiglia che si spezza, il rapporto con il figlio. I trent’anni, per Adele, sono iniziati così. E lei ha messo il cuore sul piatto. 30 è il disco di una donna che ha passato un periodo orribile senza perdere la sua passione e soprattutto il suo senso dell’umorismo. L’ultima traccia del disco si chiama Love Is a Game. Losing, come diceva qualcuno. F.F.

17. “Happier Than Ever” Billie Eilish

Dopo aver dovuto rinunciare al suo tour mondiale causa pandemia, Billie Eilish si è dedicata a molteplici progetti: un libro, un documentario, un podcast, e ultimo ma non ultimo l’album Happier Than Ever. Il rischio era che avesse messo troppa carne al fuoco per riuscire ad eguagliare i suoi precedenti successi, ma così non è: pur mantenendo quella sottile vena inquietante che l’ha sempre caratterizzata, Billie matura nei testi, nelle sonorità, nelle dinamiche, nel look, rassicurandoci sul fatto che non è l’ennesima ragazzina prodigio sulla via dell’autodistruzione. Meno male. Qui la nostra digital cover. M.B.T.

16. “Projector” Geese

Introdotto da un’apertura tirata e ferina – come lo spirito post punk impone – Projector è l’esordio del quintetto di Brooklyn Geese, una raccolta indie che non rinuncia all’ammiccamento pop e alle soluzioni più arty. Incamerata la lezione dei Television, che torna specialmente in certi riff di chitarre reiterati e efficaci, l’album si svela attraverso accelerazioni e rallentamenti, punk-funk mellifuo e ispirazioni psych. Il debutto promettente di una band che, attraverso un marcato eclettismo, prova a definire il proprio sound. M.C.

15. “Ignorance” The Weather Station

ignorance

La batteria corre costante, inarrestabile, dettando non solo il ritmo del quinto album di Tamara Lindeman, ma anche un superamento della prima parte della sua carriera. Ed è proprio in questa accelerazione che sta il senso di Ignorance, un disco capace di convincere i fedeli al folk della prima ora e i nuovi accoliti della forma canzone pop-rock. Dieci brani in cui la cantautrice canadese si sposta agevolmente dalla sensibilità malinconica al dinamismo più ballabile, tenendo solidamente fra le sue mani il proprio futuro creativo. M.C.

14. “Heaux Tales” Jazmine Sullivan

Su Heaux Tales, Jazmine ha dichiarato: «Ho voluto dare voce ad ogni donna. Meritiamo rispetto sia quando siamo CEO di un’azienda sia quando siamo stripper». Il disco suona infatti come un compendio di femminismo e consapevolezza in cui viene continuamente riaffermato l’essere donna nella sua totalità, con particolare attenzione al riappropriarsi del corpo e della sessualità. Musicalmente siamo dentro al meglio dell’R&B americano, il luogo ideale per la fantastica voce cantata di Jazmine e per quel suo approccio sensuale ed erotico al rappato. Un disco femminista su due grandi motrici dell’umanità: il sesso e l’amore. Qui l’intervista. M.B.

13. “Call Me If You Get Lost” Tyler, The Creator

Tyler si affida al formato mixtape per avere una ulteriore occasione di fare ciò che più ama: fare quello che gli pare. Allontanatosi dalla pesantezza del concetto di album, il nostro si sbizzarrisce in scelte sonore disparate dentro e fuori dalla black music, approfittando della leggerezza del formato mixtape per avventurarsi ovunque la sua curiosità lo trasporti. Ci sono momenti giocosi, divertenti, altri più rap e folli, atmosfere R&B con campionamenti d’epoca e strumenti analogici, tutto filtrato da una strana lente di un amore impossibile che Tyler posa sui testi dell’intero lavoro. Tra il fil rouge degli interventi di DJ Drama e una bella squadra di ospiti, Call Me If You Get Lost riesce ad essere uno dei migliori dischi dell’anno cercando di non essere un disco. Geniale. M.B.

12. “Mercy” Natalie Bergman

Se le chiese fossero piene di gente come Natalie Bergman saremmo tutti credenti e praticanti. Mai s’era vista tanta figaggine indie al servizio della parola del Signore. Americana, già parte col fratello Elliot del duo Wild Belle, dopo la morte in un incidente stradale del padre e della matrigna s’è chiusa in un monastero nel New Mexico. Ne è uscita con un’idea spiazzante di musica assieme devota e pop, candida e bianchissima. Mercy è un’opera fuori dal tempo dove il gospel confluisce nell’indie pop e al posto d’essere interpretato da una voce nera possente è intonato in un registro alto, con effetto straniante assicurato. C.T.

11. “Crawler” Idles

Se Ultra Mono è stato il disco del successo, Crawler è quello della consacrazione. Gli Idles spingono i confini della loro musica oltre l’oscurità interiore, espandendo il proprio spettro sonoro al di là del post punk da instant marketing e aprendosi alla ballata, al grindcore, alla darkwave. La batteria pesta inarrestabile, il basso ruggisce profondissimo, ma sono (ancora una volta) le chitarre a urlare stridenti e la voce di Joe Talbot a irradiare rabbia ed energia. Un concept album musicalmente esplosivo e politicizzato. M.C.

10. “Sour” Olivia Rodrigo

Il disco pop dell’anno che contiene la canzone pop dell’anno (non ce ne vogliano gli altri). Classe 2003, Olivia Rodrigo è riuscita a mettere insieme storytelling classico e sound contemporaneo. Si ispira alle mode di fine anni ’90, ma allo stesso tempo ha creato il suo percorso in un modo completamente nuovo. Sour è solo l’inizio della sua storia, in cui cavalca le turbolenze adolescenziali e caos emotivi. God, it’s brutal out there. F.F.

9. “Outside Child” Allison Russell

Il disco di Americana dell’anno l’ha fatto questa outsider di 39 anni cresciuta per le strade di Montreal che ha trasformato la sua storia d’abusi e dolore e povertà in musica potente. La sua voce ha del miracoloso, eppure è sempre stata lì, solo che pochi l’avevano notata: è stata nei Po’ Girl, poi col marito JT Nero nei Birds of Chicago, e ancora con Rhiannon Giddens nel progetto Our Native Daughters. Con questa dozzina scarsa di canzoni interpretate in inglese e in parte in francese e musicate secondo i canoni della migliore musica delle radici s’è fatta amare da tutti mettendo in connessione la sua vicenda personale e quella dei suoi antenati. Una delle storie di redenzione personale più vere e belle del 2021.

8. “The Nearer the Fountain, More Pure the Stream Flows” Damon Albarn

Forse è la prima volta che un disco di Damon Albarn passa così in sordina. Ed è un peccato perché il secondo album solista di Albarn è un’altra gemma della sua sfaccettata carriera. Sulla falsariga di Everyday Robots, The Nearer The Fountain è un disco dai paesaggi malinconici, il luogo ideale per la voce e la scrittura del musicista britannico. L’esperienza all’ascolto si rivela come un lento procedere nelle oscurità interiori illuminati solamente dal piccolo lume della voce di Albarn. Non un disco per tutti i momenti della giornata, ma per precisi e particolari momenti di riflessione e ricerca interiore. M.B.

7. “Hey What” Low

Ideale prosecuzione dell’acclamato Double Negative del 2018, Hey What è l’esaltazione e il perfezionamento di una cifra stilistica assolutamente unica, quella che congiunge la composizione appassionata e ieratica dei Low alla frantumazione rumorosa del suono. Un’elegia del glitch, spuria da formalismi e intrisa di una tragicità ispiratissima, che marchia in maniera determinante un articolato percorso artistico. Ballate meravigliose esasperate dal gracchiare della vita. M.C.

6. “Daddy’s Home” St. Vincent

Messe da parte le tutine in lattine da dominatrice di Masseduction, St. Vincent s’è reinventata. Di nuovo. E di nuovo ha fatto centro perché il talento, la fantasia, la bravura, la visione di Annie Clarke in Daddy’s Home hanno pochi pari nella scena pop contemporanea. Questa volta s’è calata nei panni di un’eroina dal trucco sfatto di un film Cassavetes ambientato nella New York di metà anni ’70. E così è la musica: piena di soul e funk, sexy e melodica, rotonda e flessuosa, tutta suonata alla vecchia e piena di rimandi ai dischi a cavallo fra musica bianca e nera usciti in quel decennio. E con dentro canzoni-canzoni, roba sempre più rara di questi tempi. «Quella New York mi ricorda il nostro presente», ha raccontato. «Ora come allora siamo dentro un edificio distrutto da un incendio a chiederci: e adesso?».

5. “An Evening with Silk Sonic” Silk Sonic

Bruno Mars è sensualità patinata allo stato puro, Anderson .Paak dinamismo e autoironia. Il loro sodalizio, nato sui palchi di mezzo mondo quando il secondo apriva il tour del primo, è all’insegna della comune passione per il soul anni ’70 e ’80: nella loro serata ideale (che purtroppo non è infinita, l’album dura poco più di mezz’ora) ogni brano è un chiaro riferimento a qualche gruppo o artista iconico dell’epoca, dagli O’Jays ai Dramatics, dai Temptations a Isaac Hayes. E i loro ispiratori sarebbero fieri del risultato. M.B.T.

4. “Montero” Lil Nas X

Faccia di tolla e una gran voglia di far discutere: il primo disco di Lil Nas X era tra i più attesi di quest’anno. Il diario di un ventenne che fino a due anni fa non era nessuno, e che ora ha conquistato il mondo. Quaranta minuti di melodie giustissime, a metà tra pop, hip hop, r’n’b. Ad amalgamare il tutto la sua voce, marchio di fabbrica di un disco difficilmente catalogabile, così come piace tanto fare ai musicisti della Gen Z. Ma soprattutto, Montero riesce a dimostrare che, oltre al fattore LOL, ai video, a Instagram, c’è di più. È un disco che diverte, ma che racconta pure quanto sia stato difficile crescere da ragazzo gay, tra solitudine, bullismo, rapporti complessi con la famiglia. Con lui Doja Cat, Elton John, Megan Thee Stallion e anche Miley Cyrus nel brano che chiude il disco e in cui canta: «Never forget me, and everything I’ve done». Visti i precedenti, sarà difficile. F.F.

3. “Sometimes I Might Be Introvert” Little Simz

Orgoglio black, attivismo, coscienza politica. Sono i tre pilastri su cui si fonda il nuovo disco della rapper britannica di origini nigeriane (qui la nostra intervista). Sulla scia di pilastri come Erykah Badu e Lauryn Hill, sospinta dalla wokeness di chi è cresciuto a cavallo tra la generazione millennial e la Z, Little Simz è un prodigio di tecnica, flow e consapevolezza. Sometimes I Might Be Introvert è un viaggio intercontinentale nei suoni più ampi della black culture, impreziosito da interludi spoken word di Emma Corrin, attrice queer celebre per il ruolo di Lady Diana nella quarta stagione di The Crowd che le è valso un Golden Globe. M.B.

2. “Carnage” Nick Cave & Warren Ellis

Struggente, malinconico, eppure mai ovvio o artefatto, Carnage è l’album del dolore nella memoria e ha una caratteristica comune solo alle grandi opere: pur essendo un lavoro profondamente intimo, è capace di comunicare in maniera potente a ciascuno dei suoi ascoltatori. Merito non solo dei testi accorati di Nick Cave, delle sue declamazioni impetuose, ma anche dell’eccezionale sodalizio con Warren Ellis, oggi più che mai cesellatore di un suono grave ma a un passo dal sogno, cristallino e allo stesso tempo travolgente. M.C.

1. “Promises” Floating Points, Pharaoh Sanders & The London Symphony Orchestra

Certi dischi riescono a spegnere il mondo. A portarci in un’altra realtà, a dimenticare tutto quello che c’è là fuori e galleggiare altrove. È successo alla fine di marzo, quando Promises ci ha fatto spegnere gli smartphone e disattivare le notifiche per trasportarci in un mantra di 45 minuti per sassofono, elettronica e orchestra. Il disco è il frutto della collaborazione tra un grande produttore (Floating Points), una leggenda del jazz (Pharoah Sanders) e la London Symphony Orchestra, e si sviluppa su una frase musicale semplicissima, sette note. Su quell’arpeggio Sanders costruisce una delle performance più emozionanti della sua carriera, tra crescendo spezzati, piccoli sussurri, grida impetuose. Promises è un disco minimalista basato sulla ripetizione, ascoltarlo ha un effetto narcotizzante e liberatorio, come se quelle sette note fossero una formula magica per annullare ogni rumore di fondo. È stato anche un successo a sorpresa, con vendite da record su Bandcamp e l’accoglienza trionfale di critica e pubblico. Più di tutto, però, Promises rappresenta come è cambiato il nostro rapporto con la musica nell’era dell’isolamento, un periodo in cui il disco perfetto è come uno Xanax con una puntina di LSD. A.C.

Schede di Mattia Barro, Michele Casella, Andrea Coclite, Filippo Ferrari, Claudio Todesco, Marta Blumi Tripodi.