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I 20 migliori dischi internazionali del 2020

Springsteen che torna con la E Street Band, Taylor Swift in formato indie folk, il capolavoro di Fiona Apple, il rock di Strokes e Fontaines D.C.: gli album dell'anno secondo i giornalisti di Rolling Stone

Artwork di Stefania Magli

E chi se lo aspettava un anno così? Mesi senza concerti, coi big internazionali riluttanti a pubblicare dischi non avendo la possibilità di promuoverli adeguatamente, con la grande musica sostituita prima da concertini online improvvisati, poi da livestream da milioni di euro.

In un anno del genere si rischiava una riduzione drastica delle uscite discografiche. E invece sono stati 12 mesi pieni di musica, con decine di uscite interessanti. Non c’è stato un fenomeno egemonico e va bene così. È stato un anno all’insegna della varietà. Un tempo s’ascoltava musica restando entro un perimetro delimitato da uno stile, una moda, una tribù. Oggi si spazia liberamente mescolando tradizione e innovazione, indie e major, vecchie canzoni e nuovi suoni.

Come lo racconti un anno così? Abbiamo chiesto ai nostri collaboratori di indicare i 10 dischi che secondo il loro giudizio hanno segnato il 2020 (in fondo all’articolo trovate i nomi di chi ha votato). Non solo i preferiti, ma anche quelli più rilevanti, i più influenti sulla cultura popolare, quelli d’impatto, i migliori in termini di produzione, scrittura e arrangiamenti, i più innovativi all’interno del canone pop. Abbiamo sommato le preferenze e ottenuto la classifica dei 20 album internazionali dell’anno. Eccoli, dal ventesimo al primo.

20. “Gigaton” Pearl Jam

La rivoluzione synth annunciata da Dance of the Clairvoyants non è giunta a compimento, ma le sonorità più rassicuranti di Gigaton non hanno tolto poi molto a quello che probabilmente è il miglior lavoro dei Pearl Jam del nuovo millennio. Un calderone in cui hanno infilato tutte le loro anime tenute insieme da una coerenza e da un attivismo che hanno fatto scuola. Senza dare la sensazione di procedere per inerzia. Pensare che i Pearl Jam sono gli ultimi veri sopravvissuti del Seattle sound può mettere tristezza, ma averli ancora al nostro fianco in un momento così ci fa sentire meno soli. Qui il racconto delle session fatto dal produttore Josh Evans. (Luca Garrò)

19. “Inner Song” Kelly Lee Owens

Le aspettative sono state rispettate: dopo l’acclamato esordio del 2017, Kelly Lee Owens è tornata con Inner Song, album che si apre con una cover strumentale dei Radiohead e che riesce a catapultare chi lo ascolta in territori sonori eterei, a tratti sorprendenti. Pop e techno si mischiano, si confondono e ci portano nella dimensione sognante della Owens, dove la sua voce si sente finalmente forte e chiara. Non solo la sua, c’è pure quella di John Cale in quel gioiellino di Corner of My Sky. L’intervista. (Filippo Ferrari)

18. “Punisher” Phoebe Bridgers

Il 2020 è stato anche l’anno di Phoebe Bridgers. Cantautrice introspettiva, pop star autoironica e irriverente (seguitela sui social), talento ammirato da Conor Oberst e persino da Lars Ulrich. Punisher è il suo secondo disco. Apparentemente sembra un more of the same dell’esordio, ma dietro agli arrangiamenti emo folk ci sono melodie più studiate, testi surreali, una scrittura più affilata, strumenti inaspettati (l’optigan, la celesta, l’hang) e almeno due canzoni davvero grandiose: l’introspettiva Garden Song e la ritmata e nostalgica Kyoto, ambientata in una versione immaginaria della città giapponese dove ci sono ancora le cabine telefoniche. L’intervista e la recensione. (Andrea Coclite)

17. “Women in Music Pt. III” Haim

È Henry Solomon, ma uno s’immagina che il sax che apre il terzo album delle sorelle Haim sia suonato da Lisa Simpson. Se non fosse così rigida, la bimbetta sarebbe un perfetto quarto membro per questo gruppo che mette assieme giocosità ed efficienza tecnica, echi funk e suono West Coast, gravità e balordaggine, tradizione e progressismo. Specie in questo disco nato da esperienze anche dolorose (le raccontano qui), eppure leggero, melodioso, francamente un po’ lungo, ma pieno di parti strumentali canticchiabili e reference giuste per delle trentenni che imbracciano gli strumenti nel 2020. Le sorelle hanno posato per Rolling Stone calando i pantaloni e mostrando il motto “Women make the best rock music” scritto sulle mutande. Non è vero, ma rende l’idea. (Claudio Todesco)

16. “Sawayama” Rina Sawayama

Ogni canzone di Rina Sawayama suona come la musica che si ascolterebbe a una festa insopportabilmente cool, ma comunque divertentissima. Per alcuni ricorda una prima Lady Gaga, per altri suona semplicemente come il disco di una persona che ha ascoltato Aaliyah, Blackout di Britney Spears, gli ‘NSync, gli Evanescence e pure i Korn. Detta così può far paura, vero. Invece Sawayama si tuffa di testa nei primi anni 2000 per renderli più personali che mai. E farci divertire. L’intervista. (F.F.)

15. “græ” Moses Sumney

Græ è un disco sull’isolamento prima dell’isolamento, è il futuro del soul, è un inno al diritto a essere tante cose diverse in un mondo ossessionato dalle definizioni. È anche il disco della svolta per Moses Sumney, un autore brillante con una voce grandiosa e una curiosità inesauribile (ce lo ha raccontato qui). Dentro c’è la Motown, l’ambient, il passato della musica nera americana e allo stesso tempo il suo futuro, storie di astronauti e bambini che gridano nella notte, riflessioni su cosa sia la mascolinità o l’identità di uomini e donne di colore. In più, ci sono le collaborazioni di Daniel Lopatin, Thundercat, Shabaka Hutchings e James Blake. (A.C.)

14. “After Hours” The Weeknd

Nel 2021 The Weeknd sarà da una parte un grande protagonista (è assegnato a lui l’half-time show del Super Bowl), dall’altra un grande escluso (inspiegabilmente, non ha ricevuto alcuna nomination ai Grammy Awards per questo suo album). Un dualismo che rispecchia perfettamente il contenuto di After Hours, a tratti spiazzante con le sue vene dark e i suoi continui rimandi agli anni ’80. Soprattutto, un’opera difficile da digerire in anni frenetici come gli ultimi, in cui la vita media di un disco spesso è brevissima per saturazione del mercato: questo è un lavoro che va ascoltato più volte per essere assimilato. Forse lo capiremo meglio nel 2022. L’intervista. (Marta Blumi Tripodi)

13. “Magic Oneohtrix Point Never” Oneohtrix Point Never

La magia di questo lavoro è la capacità di navigare all’interno degli angoli più variegati dei talenti artistici di OPN, uno dei produttori e delle menti più interessanti del panorama musicale mondiale. Etereo, celebrale, emozionale. Una serie di contrasti in giustapposizione. All’interno ci sono collaborazioni affascinanti come No Nightmares con The Weeknd, il brano che qualsiasi artista pop avrebbe voluto scrivere, Long Road Home con vocals di Caroline Polacheck e Shifting con Arca. C’è il noise, l’ambient, il presente/futuro. Un bel bignami per conoscere OPN. (Mattia Barro)

12. “Cenizas” Nicolas Jaar

Dimenticatevi il ballo, Nicolas Jaar è qui ora per condurci in un viaggio mistico. Cenizas ha il suono di un pellegrinaggio al centro del sé, una peregrinazione immaginifica all’interno dell’umano e dell’oltre-umano. Le coordinate sono disperse, la mappa con il tragitto è stata pasticciata. L’atmosfera è diradata, rarefatta, sconosciuta. Nicolas Jaar è il nostro Virgilio e altro non ci resta che farci condurre in questo altrove. (M.B.)

11. “Suite for Max Brown” Jeff Parker

“Tutti si muovono come se avessero un posto dove andare / Costruisci un nido e guarda il mondo muoversi lentamente”. Si apre così, con una melodia rallentata e un coro dolce, il nuovo album di Jeff Parker, chitarrista dei Tortoise. Si intitola Suite for Max Brown ed è il disco gemello di The New Breed, anche questa volta dedicato a un membro della sua famiglia, la madre Maxine Brown. È jazz contaminato, con improvvisazioni costruite come “reazioni” spontanee a beat e sample, rielaborazioni di John Coltrane, cavalcate fusion, melodie sognanti, campionamenti di Otis Redding, chitarre e molto altro ancora. Dopo Universal Beings di Makaya McCraven e The Oracle di Angel Bat Dawid, è l’ennesimo grande album uscito con International Anthem. (A.C.)

10. “The Ascension” Sufjan Stevens

Sufjan Stevens è il miglior cantautore della sua generazione. Non che ci fosse bisogno di un’ulteriore dimostrazione, ma The Ascension nella sua scrittura strepitosa su arrangiamenti elettronici DIY ne è l’ennesima conferma. La drammaticità del contemporaneo, la politicizzazione del quotidiano, l’eterea visione divina. The Ascension è pura epica lo-fi. Difficile, ma tremendamente appagante. (M.B.)

9. “Song for Our Daughter” Laura Marling

Questo disco piccolo e pieno di calore è arrivato al momento giusto, quando le cose si stavano mettendo male e tutti quanti avevamo bisogno di una forma di consolazione. Lei, inglese che studia psicanalisi e registra nel seminterrato di casa e poi spedisce le registrazioni al super musicista Rob Moose, s’è convinta a pubblicarlo dopo aver ricevuto i messaggi di alcune fan che traggono conforto dalla sua musica. Si capisce: questi 10 pezzi di folk contemporaneo sembrano scritti apposta per questo strano tempo sospeso. Sono delicati e s’allacciano a una lunga tradizione di cantautorato inglese e americano, ma sono suonano scontati e parlano della «necessità di integrare le parti di sé dissociate da un’esperienza traumatica». L’intervista. (C.T.)

8. “Future Nostalgia” Dua Lipa

Oltre a essere il disco che ha fatto capire al mondo chi è Dua Lipa, Future Nostalgia è stato a tutti gli effetti il disco che ha trasformato in party le nostre quarantene. Uscito in pieno lockdown, è un tentativo incredibilmente divertente, omogeneo e ambizioso di trovare uno spazio per la musica disco nel 2020. Spoiler: missione compiuta. (F.F.)

7. “RTJ4” Run the Jewels

Un album figlio del suo tempo, partorito in anticipo di qualche giorno per poter fornire la colonna sonora perfetta al movimento #BlackLivesMatter che protestava per la morte di George Floyd. El-P, visionario rapper/produttore bianco di New York, e Killer Mike, geniale rapper nero di Atlanta (figlio di un poliziotto, tra l’altro) raccontano le contraddizioni sociali e razziali dell’America di ieri e di oggi con un’ironia caustica e fulminante, e senza mai dimenticare che lo stile, la tecnica e il sound sono importanti tanto quanto il messaggio. Contemporaneo e visionario, resta attuale anche dopo la cacciata di Trump. Lo raccontano qui. (M.B.T.)

6. “Letter to You” Bruce Springsteen

Che gli dici, a Letter to You? Che non sta al passo con le mode, che non sperimenta, che sarebbe potuto uscire tale e quale (almeno) quindici anni fa? Ma è questo il punto: mentre il mondo va a fuoco, Springsteen è tornato a fare Springsteen. E cioè: si è affidato solo alla E Street Band e ha registrato un album (questo) vecchio stile, quasi interamente “dal vivo”, con dentro una dose tirata a lucidissimo di lacrime, sudore e sangue. Magari non si guarda intorno, non racconta la pandemia, ma non è neanche nostalgia fine a sé stessa: è solo la sua voce che, come sempre, ci dice che andrà tutto bene. E noi, persino sull’orlo del baratro, siamo tentati di crederle. La digital cover di Rolling Stone. (Patrizio Ruviglioni)

5. “Folklore” Taylor Swift

Che Taylor Swift fosse un’eccellente songwriter country prestata al mondo della musica leggera era cosa nota. Dopo l’uscita di Folklore – e del successivo Evermore, un secondo album pubblicato a sorpresa lo scorso 11 dicembre, che lo accompagna e lo completa – è diventata una verità innegabile. Chissà se Taylor tornerà mai più sui suoi passi da diva del pop; ci auguriamo di no. La collaborazione con Aaron Dressner dei National, che ha co-firmato entrambi i lavori, ha tolto inutili strati di lustrini rivelando un’artista complessa ed essenziale allo stesso tempo. Ciliegina sulla torta, i due brani creati a quattro mani con Bon Iver: Exile e Evermore. (M.B.T.)

4. “A Hero’s Death” Fontaines D.C.

Le chitarre non hanno più senso nel rock? Chiedetelo ai dubliners Fontaines D.C., che con lo strumento simbolo del vecchio rock ‘n’ roll hanno dimostrato di poter dare vita a una nuova wave figlia dei nostri tempi. Negli ultimi due anni la band ha saputo cantare la propria Dublino come Lou Reed aveva fatto con New York, il tutto con un mix di rabbia controllata e di un songwriting che, seppur debitore degli ascolti giovanili del gruppo, è già diventato termine di paragone per i coetanei. A Hero’s Death possiede tanto la disillusione del post punk, quanto la maturità e l’introspezione. L’intervista. (L.G.)

3. “The New Abnormal” The Strokes

Forse è un’illusione nostra, che ci attacchiamo a qualsiasi cosa odori di passato perché ci ricorda quella normalità che ci manca tanto. Questo, o il fatto che gli Strokes sono tornati con un disco che, anche se non fosse uscito in pieno lockdown, avrebbe fatto sorridere lo stesso chi è cresciuto con Is This It (2001), e da dieci anni gli chiedeva un lavoro così. Missione compiuta: Julian Casablancas e soci ormai sono un classico, e hanno messo da parte velleità soliste ed egoismi con una manciata di pezzi freschi e sinceri, fra vecchi riff e nuovi sintetizzatori (qui la recensione). Dicevamo: la nostalgia, o un’ispirazione latitante da tempo. Delle due, l’una. O forse entrambe, ma è anche bello così. (P.R.)

2. “Rough and Rowdy Ways” Bob Dylan

Prima dell’arrivo del Covid, niente e nessuno aveva osato mettersi tra Bob Dylan e il suo Neverending Tour. Ci avevano provato un’infezione cardiaca capace di uccidere centinaia di tori nel 1997 e persino la commissione del Nobel, qualche anno dopo, invitandolo a uno di quegli eventi mondani evitati come la peste. La verità è che Bob aveva bisogno di quel mantra, di quella reiterazione meccanica tanto quanto il suo pubblico. Perché non fermarsi mai, in qualche modo, consente di non fare i conti con se stessi. Così, quando ognuno di noi si trovava a tu per tu con i propri demoni e con la paura per una possibile estinzione di massa, ecco che His Bobness torna dopo un silenzio che sembrava infinito per dirci, per la prima volta dai tempi del Greenwich Village, di essere fatto della nostra stessa materia. Di essere dalla nostra parte. Di essere, in fin dei conti, un uomo come noi. Pare di avvertire un filo diretto tra questo Dylan e quello di Time Out of Mind, scaturito proprio da un altro momento in cui la morte aveva bussato alla sua porta. Grazie a Dio, anche questa volta Bob aveva chiuso a doppia mandata. La recensione. (L.G.)

1. “Fetch the Bolt Cutters” Fiona Apple

Sì, Fetch the Bolt Cutters di Fiona Apple è un capolavoro” titolavamo in aprile. Otto mesi dopo non abbiamo cambiato idea. Il quinto disco di Fiona Apple in 25 anni di carriera è originale, pieno d’idee e suoni unici, registrato con talento e cura artigianale. Fatto in casa e rifinito nell’arco di anni senza nulla togliere alla forza espressiva delle performance. La prima cosa che colpisce è il suono: costruito con pochi colori primari e timbri che pare di toccare tanto sono materici, soprattutto un pianoforte martellante e percussioni costruite anche con oggetti trovati. Questo primitivismo favoloso sta fuori da ogni canone della discografia contemporanea, è roba che solo una maverick come Apple poteva inventare. E poi ci sono le storie: donne in crisi, infelicemente sposate, depresse, vittime di molestie, piene di rabbia. Sono raccontate senza alcun vittimismo. Anzi, Fetch the Bolt Cutters è un’esperienza liberatoria, piena d’immaginazione e un pizzico d’ironia.

Tutto torna nella scrittura e nelle performance che mettono assieme lampi di follia creativa, testi a volte minimali basati sulla ripetizione di poche parole e una molteplicità di voci assunte da Fiona, a cui s’affiancano cori che danno all’album un tocco fanciullesco e indisciplinato. In un mondo di perfettine, di prime della classe, di cantanti che tentano d’inseguire un ideale di bellezza condiviso dalla massa, Fiona Apple fa spettacolo della propria unicità. E chi se ne frega di quelle che alle nostre orecchie abituate a suoni messi in griglia suonano come sbavature e imperfezioni: sono spettacolari pure quelle. (C.T.)

Hanno votato Graziella Balestrieri, Mattia Barro, Michele Bisceglia, Carlo Bordone, Giulia Cavaliere, Andrea Coclite, Giovanni De Stefano, Filippo Ferrari, Luca Garrò, Alessandro Giberti, Paolo Madeddu, Alfredo Marziano, Raffaella Oliva, Patrizio Ruviglioni, Claudio Todesco, Marta Blumi Tripodi, Andrea Valentini, Edoardo Vitale, Fabio Zuffanti.

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