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I 20 migliori album usciti nel 1970

Finisce l'epoca del flower power, inizia il dominio di hard e progressive. Il 1970 è per la musica rock un anno di transizione durante il quale escono dischi di una varietà irripetibile. Abbiamo scelto i migliori  

I Pink Floyd

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Il 3 gennaio 1970 i Beatles si incontrano per l’ultima volta in studio per completare Let It Be. Tre mesi dopo si scioglieranno definitivamente per lo sgomento dei fan e di tutto il mondo, creando immediatamente un’importante cesura fra i ’60 e i ’70. Il dominio incontrastato del rock potente e depravato e del progressive, la decadenza del mondo hippie che aveva visto il suo apice (commerciale) a Woodstock l’anno prima non hanno ancora influito del tutto sul panorama musicale dell’epoca. Il 1970 è un anno a cavallo fra due ere, caratterizzato da grande libertà e una varietà musicale e artistica.

Abbiamo faticosamente selezionato 20 titoli fondamentali, ma avremmo potutto includere nella lista 20 dischi altrettanto importanti, o quasi.

“The Madcap Laughs” Syd Barrett (gennaio 1970)

Il primo grande leader dei Pink Floyd scrive il debutto solista già ampiamente fuori di sé per l’uso di acidi che ne ha minato la salute mentale. Questo disco, figlio di tre session di registrazione molto diverse fra loro, non nasconde nulla di questa condizione, anche per merito/colpa di Roger Waters e David Gilmour, che lo aiutano a ultimare l’album. Il merito degli altri due Floyd è quello di convincere l’EMI della bontà del progetto, la colpa è la scelta di offrire al pubblico un Barrett nudo, incapace di nascondere il suo stato. Il capolavoro del folk psichedelico è il trionfo dell’imperfezione e della fragilità mentale, le storte filastrocche di Syd Barrett si tingono di folk, boogie e beat rimanendo sempre inafferrabili e fuori (dal) tempo.

“Bridge Over Troubled Water” Simon and Garfunkel (gennaio 1970)

Possono due persone che si odiano a morte creare uno dei dischi più dolci, eterei e spirituali della nostra epoca? Evidentemente sì, perché questa è la storia dei due autori che arrivano a Bridge Over Troubled Water stanchi della loro relazione. Nonostante una carriera costellata di successi come Sound of Silence, Mrs. Robinson e America, i due arrivano esausti all’ultima prova. Con Art Garfunkel impegnato nella sua carriera cinematografica, Paul Simon rimane a scrivere l’album, tormentato dalla sua presunta mancanza d’ispirazione – il famoso brano Cecilia, presente in questo album, è dedicato a Santa Cecilia, santa protettrice dei musicisti. Descrive perfettamente il clima questa famosa dichiarazione di Paul Simon: “Molte volte sul palco, quando mi sedevo al lato e Artie cominciava a cantarla (Bridge Over Troubled Water, ndr), la gente cominciava a battere i piedi e applaudire, quando finiva pensavo ‘Quella è la mia canzone, grazie mille, l’ho scritta io’. Non avrei mai pensato nulla del genere agli inizi”. Nonostante il clima tetro e l’inevitabile rottura, l’ultimo dei loro cinque album, il loro testamento artistico, è forse il loro apice.

“Moondance” Van Morrison (gennaio 1970)

Moondance arriva dopo il meraviglioso Astral Weeks e conferma la straordinaria fase creativa del cantautore nordirlandese, a cui si aggiunge anche un ritrovato riscontro nelle vendite. Rispetto al disco precedente, Van Morrison lascia da parte le divagazioni più libere per uno stile più melodico e composto e un ritorno alle sue infuenze r&b. Alla fine del decennio il lato A dell’album è stato definito da Rolling Stone il migliore della storia del rock. Queste e altre curiosità sull’album e l’omonimo brano potete trovarle qui qui.

“Ladies of the Canyon” Joni Mitchell (marzo 1970)

Joni Mitchell raggiunge l’apice del suo periodo acustico con Ladies of The Canyon, il suo primo vero capolavoro. Trainato da Woodstock (anche su Déjà Vu di CSN&Y) e Big Yellow Taxi, l’album consacra la cantautrice che nel ’71 raggiungerà un nuovo picco della carriera con il meraviglioso Blue. Gli arrangiamenti essenziali esaltano le incredibili doti canore di Joni Mitchell che canta di piccoli episodi quotidiani, facendone rappresentazione dello spirito della sua epoca. “Sei un rifugiato, da una ricca famiglia, hai rinunciato all’oro e alle fabbriche, per vedere chi nel mondo potresti essere” (Rainy Night House).

“Déjà Vu” Crosby, Stills, Nash & Young (marzo 1970)

Con l’ingresso di Neil Young, il trio mantiene le premesse dello splendido esordio, con l’aggiunta ovviamente della chitarra, della voce e dell’ispirazione di uno dei più grandi autori e interpreti del tempo. Il titolo descrive perfettamente l’operazione dei quattro che prendono la tradizione bianca americana e la aggiornano. Un disco fuori dal tempo e senza tempo, che esalta le doti dei quattro, che scrivono alcuni dei brani più ispirati della loro carriera, su tutte Country Girl di Young, l’inno hippie di Crosby Almost Cut My Hair e la dolce Our House di Nash.

“Let It Be” The Beatles (maggio 1970)

La critica musicale ha molto dibattuto su Let It Be, le dichiarazioni dei Beatles e la produzione non hanno aiutato. È stato accantonato (in favore di Abbey Road), ripudiato (da parte di George Martin), odiato anche da McCartney, all’epoca scioccato a tal punto dal lavoro di Phil Spector da pubblicare anni dopo la controversa versione Naked. Nonostante queste orribili esperienze, stiamo parlando dei Beatles e possiamo forse azzardare che alcune delle dichiarazioni fossero influenzate dal risentimento reciproco. Lennon disse: «Avevo Yoko e non me ne fregava più niente di niente. Ed ero anche sempre fatto». Nonostante sia uno dei dischi più deboli dei Fab 4, immaginate un mondo senza Across the Universe, Let It Be, Get Back e The Long and Winding Road?

“In Rock” Deep Purple (giugno 1970)

Il primo album dei Deep Purple con Ian Gillan alla voce e Roger Glover al basso (la nota Mark II, per i fan della band) dà subito i risultati sperati. In Rock, con la celeberrima e coattissima copertina dei cinque membri ritratti nel Monte Rushmore, è considerato uno dei tre album padri dell’hard rock insieme a Led Zeppelin II (1969) e Paranoid dei Black Sabbath. Nonostante il brano più famoso dell’album sia Child in Time, una delle ballate (hard) rock più rappresentative di sempre, è l’aggressività dell’album (Speed King, Bloodsucker, Flight of The Rat) a farlo entrare alla storia e a inaugurare una nuova fase musicale.

“John Barleycorn Must Die” Traffic (giugno 1970)

Il quarto album in quattro anni per la band guidata dal ventiduenne Steve Winwood, già popolarissimo da minorenne grazie allo Spencer Davis Group (quelli di I’m a Man e Gimme Some Lovin’ per capirci), e dall’eccelso batterista Jim Capaldi viene generalmente considerato il loro capolavoro. La critica ha definito i Traffic folk, jazz, progressive, senza mai riuscire a definirne con precisione lo stile. Difficile trovare riferimenti immediati, il folk si confonde con il soul, le divagazioni jazzistiche strumentali si avvicinano alla nascente corrente progressiva. Questo esempio di splendida contaminazione stilistica, rappresentata perfettamente dalla rilettura del traditional che dà nome al disco, sarà di grande ispirazione ed esempio per la musica inglese.

“Fun House” The Stooges (luglio 1970)

Gli Stooges in questa classifica scrivono una storia unica e diversa. Mentre il mondo si divide fra hippie, cantautori e primi virtuosi hard rock, c’è una band che grazie a Iggy Pop, cantante folle e sopra le righe, a uno stile musicale rozzo e rumoroso e al superamento di ogni cliché riporta il rock alla sua origine primordiale ed eversiva. Il secondo capitolo della loro storia lascia parzialmente alle spalle le influenze psichedeliche per acuire violenza e sessualità. Il nichilismo, l’anarchia politica, l’autodistruzione saranno il punto di riferimento per il punk, ma anche per il glam rock più turpe (vedi il sax di Steven Mackay). L’album è decisamente troppo avanti con i tempi e in un’epoca ancora dominata dagli slogan pacifisti la sua violenza suburbana non trova spazio. L’urlo che apre T.V. Eye e il delirio sonoro di L.A. Blues ne sono un perfetto esempio. Non a caso Iggy Pop attirerà l’attenzione di Velvet Underground prima e David Bowie poi.

“Cosmo’s Factory” Creedence Clearwater Revival (luglio 1970)

Già citati nella nostra classifica del 1969, autori di sette album in sei anni di carriera, i Creedence Clearwater Revival dedicano il disco alla loro sala prove, factory e loft in cui si erano praticamente tumulati all’epoca. Se proprio si dovesse scegliere un album rappresentativo del loro inconfondibile rock all’americana sarebbe questo, il più vario ed enciclopedico. Nel panorama californiano dell’epoca i CCR rappresentano un unicum, molto lontani dalla moda psichedelica scelgono la tradizione, con una particolare ossessione per la Louisiana. Rock’n’roll, country, swamp blues, Cosmo’s Factory come e più dei precedenti è una piccola grande antologia di musica americana.

“Paranoid” Black Sabbath (settembre 1970)

Una delle band più influenti della storia del rock raggiunge il picco artistico con il suo secondo album (il primo Black Sabbath, forse ancora più influente, è uscito lo stesso anno) che influenzerà l’heavy metal e tanti dei suoi sottogeneri. Se War Pigs, Paranoid e Iron Man sono i brani che vengono alla mente, suggeriamo di riascoltare la psichedelica Planet Caravan, l’arrembante Fairies Wear Boots e la tetra Electric Funeral.

“After the Gold Rush” Neil Young (settembre 1970)

Dopo l’enorme successo di Déjà Vu, Neil Young abbandona in fretta e furia Crosby, Stills e Nash, lasciandoli interdetti. Non ci vuole molto per capire che è la scelta giusta: After the Gold Rush è uno dei grandi capolavori di Neil Young, l’anticipatore dello stile e dei temi che avrebbero visto il successo mondiale con Harvest. Neil Young parla di droga, politica, clima, relazioni in uno stile scarno e confessionale, ma sarà la feroce Southern Man, attacco durissimo all’America bianca e razzista, ad attirare l’attenzione dei media, che invece non capirono immediatamente la portata artistica dell’album, che è stato ed è il punto di riferimento assoluto per chiunque si sia avvicinato alla canzone folk negli ultimi cinquant’anni.

“Curtis” Curtis Mayfield (settembre 1970)

Curtis Mayfield arriva al primo album solista dopo aver scalato le classifiche americane con gli Impressions (It’s Alright, Keep on Pushing, People Get Ready, Choice of Colors sono le hit più note). La critica, abituata al suono soft e commerciale, non ne coglie appieno l’importanza. Per esempio John Wendell di Rolling Stone (eh già) si dice deluso dalla svolta ritmica e dalla mancanza di melodia dell’album. Con il passare del tempo Curtis ha convinto tutti, raggiungendo una grandissima fama anche grazie al brano più rappresentativo dell’intera carriera di Mayfield, Move On Up, manifesto del Chicago soul, molto più che una semplice musica, ma il simbolo dell’empowerment della comunità afroamericana.

“Abraxas” Carlos Santana (settembre 1970)

Assurto all’onore delle cronache da semi-sconosciuto dopo la notissima esibizione a Woodstock con gli incendiari 11 minuti di Soul Sacrifice, Santana raggiunge la notorietà mondiale grazie alla tripletta leggendaria Oye Como Va, Black Magic Woman e Samba Pa Ti, al fantastico groove dei percussionisti e alla chitarra mistica di Carlos. Non raggiungeranno mai più queste vette, ma saranno per sempre la massima espressione dell’hard rock sensuale latino.

“Atom Heart Mother” Pink Floyd (ottobre 1970)

È curiosa la parabola di Atom Heart Mother, disco non amato particolarmente dai suoi autori e conosciuto universalmente per la mirabile copertina, primo album dei Pink Floyd a raggiungere la vetta delle chart inglesi. È un’opera di classe sopraffina, divisa in cinque episodi, ovvero tre meravigliose canzoni pop aperte dalla classicheggiante Atom Heart Mother e chiuse dalla suite di musica concreta Alan’s Psychedelic Breakfast. L’album rappresenta la più ardita sperimentazione da parte di una delle band più amate e popolari della storia della musica che, visto il suo straordinario successo, apriva un’epoca in cui osare sembrava naturale.

“Led Zeppelin III” Led Zeppelin (ottobre 1970)

I dominatori rock del decennio che si è appena aperto, già entrati nella leggenda con i primi due album, addolciscono la formula dopo essersi presi una breve pausa nelle campagne gallesi. Aggiornato il sound con ballate folk inglesi e deviazioni psichedeliche e pastorali, i Led Zeppelin pubblicano il più incompreso della loro leggendaria quadrilogia. La celeberrima cavalcata Immigrant Song e il rock-blues di Since I’ve Been Loving You entrano nei classici della band, Tangerine, Gallows Pole, Bron-Y-Aur Stomp danno l’immagine di una band in crescita, alla ricerca di un rinnovamento stilistico individuale e collettivo.

“Tea for the Tillerman” Cat Stevens (novembre 1970)

Il capolavoro di Cat Stevens, più di recente all’onore delle cronache per la conversione all’Islam, è una gemma folk-pop. Stevens riesce a parlare con schiettezza e dolcezza di temi esistenziali antichi e profondissimi. Father and Son e Wild World sono due classici intramontabili, con testi che nella loro semplicità mostrano una saggezza quasi popolare, caratteristica di tutti i brani dell’album. È il disco con cui un’intera generazione ha imparato a suonare la chitarra.

“Starsailor” Tim Buckley (novembre 1970)

Nel 1970 Tim Buckley già gode di un culto piuttosto grande pur non avendo avuto grande successo nelle classifiche americane e internazionali. La svolta verso un nuovo stile del precedente Lorca è confermata in Starsailor, disco meraviglioso ed eclettico, fusione jazz-folk cantautorale insuperata. Un disco ancora oggi ostico e inaccessibile, lontanissimo dalla forma canzone. Le doti canore di Tim Buckley, che erediterà il figlio, il più famoso Jeff, emergono ancora di più in queste canzoni free form, fra cambi di registro e deliri che si placano solo per Song to the Siren e gli esercizi da chansonnier di Moulin Rouge.

“Bryter Layter” Nick Drake (novembre 1970)

Prima del più radicale e minimale Pink Moon, Nick Drake rende più accessibile il suo stile con uno degli album più eleganti della sua epoca (e di tutti i tempi?). Per gli arrangiamenti si scomodano Fairport Convention, John Cale (The Velvet Underground) e Robert Kirby. Bryter Layter, il cui titolo riprende la frase tipica del meteo “brighter later” (più tardi schiarite), è il secondo capitolo di una carriera breve, incompresa e meravigliosa

“John Lennon / Plastic Ono Band” John Lennon (dicembre 1970)

Nel suo primo vero album solista John Lennon abbandona le velleità sperimentali per tornare a una dimensione più autentica e nelle sue corde. Tornano il rock’n’roll e il folk, ritornano i temi cari: la madre, il suo abbandono e la sua morte, e così anche le richieste d’aiuto (ricordate Help?). Il ritorno a se stesso si deve anche alle sedute con lo psichiatra Arthur Janov. Mother, Hold On, God e Working Class Hero sono tra i brani più belli della sua carriera.

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