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I 20 migliori album doppi della storia del rock

Oggi come 50 anni fa, registrare un doppio è un azzardo. Dai Pink Floyd ai Sonic Youth, da Bob Dylan a Prince, ecco chi ha vinto la scommessa: dischi straordinari da riscoprire in questo periodo di isolamento

La percentuale di persone che ascoltano un album in streaming dall’inizio alla fine è largamente minoritaria rispetto a chi sente singole canzoni o playlist. E se in questi giorni in cui alcuni di noi hanno più tempo a disposizione tornassimo ad ascoltare gli album? Se ne approfittassimo per ascoltare i doppi?

Oggi come cinquant’anni fa, pubblicare un doppio registrato in studio è un azzardo. Nel corso della storia l’hanno fatto pochi artisti rispetto al totale di chi pubblica musica. È un gesto audace, spesso fatto ispirandosi a due modelli radicalmente diversi: il concept coerente che racchiude un mondo e a volte racconta una storia, come Tommy degli Who o The Wall dei Pink Floyd, e il disco dove s’accatastano in modo a volte disordinato idee diversissime, come il cosiddetto bianco dei Beatles o Electric Ladyland di Jimi Hendrix.

Qui sotto trovate i 20 migliori album doppi della storia del rock. Abbiamo selezionato solo dischi registrati in studio, quindi niente live come At Fillmore East degli Allman Brothers e nemmeno misti come Rattle and Hum degli U2. Non abbiamo preso in considerazione colonne sonore e compilation anche se inedite. E ci siamo concentrati solo sui dischi usciti come doppi nel formato più popolare dell’epoca. Ecco perché non troverete album usciti su un solo CD, ma su 2 LP come ad esempio BloodSugarSexMagik dei Red Hot Chili Peppers.

Ecco la nostra lista. In realtà ce ne sarebbero molti altri, da Something/Anything? di Todd Rundgren a Kiss Me Kiss Me Kiss Me dei Cure passando per Layla and Other Assorted Love Songs di Derek & The Dominos, Don Juan’s Reckless Daughter di Joni Mitchell, English Settlement degli XTC, Double Nickels on the Dime dei Minutemen.

“Blonde on Blonde” Bob Dylan (1966)

Pubblicato nel giugno 1966, è il padre di tutti i doppi. Nessun grande nome all’epoca ne aveva pubblicato uno. È il disco del “selvaggio suono mercuriale”, come lo definì l’autore. Dentro c’erano canzoni d’amore pazzesche e rock acidi e in più la lunga Sad Eyed Lady of the Lowlands che – shock! – copriva un’intera facciata. “Mi fece capire quanto profondi e concreti erano gli incroci fra i generi musicali”, ha detto una dei tanti fan di Blonde On Blonde, Eric Clapton.

“Freak Out!” The Mothers of Inventions (1966)

Un mese dopo Dylan, ecco Frank Zappa. Da noi Freak Out! arrivò come disco singolo, ma negli Stati Uniti uscì come doppio ed era un attacco a “Mister America” che “cerca di nascondere il vuoto che ha dentro”. Il sound denuncia l’epoca in cui è stato inciso, ma la varietà e la qualità degli spunti, l’anticonformismo, l’idea ancora in fase d’incubazione di fare musica totale che superasse il rock, tutto questo faceva girare la testa.

“Electric Ladyland” Jimi Hendrix (1968)

Pubblicato nell’ottobre 1968, un mese prima del White Album dei Beatles, è il modello per tutti i doppi di musicisti che non intendono mettere freni alla loro creatività. “Dentro ci ho messo la metà delle cose che volevo esprimere”, ha detto Jimi Hendrix che usò il disco per far capire al mondo che non era solo il selvaggio fenomeno della chitarra, come lo descrivevano, ma un musicista vero. È anche il padre di tutti i dischi incisi in un ampio lasso di tempo, in vari studi, nel caos di una continua festa rock’n’roll e risuonando le parti più e più volte, in modo estenuante. L’Experience non basta più, e difatti transitano dagli studi decine di musicisti.

“The Beatles” The Beatles (1968)

Il cosiddetto album bianco, per via della copertina, è forse l’esempio più alto di doppio vario e un po’ disordinato, ma pieno di cose interessanti. Giles Martin ha detto scherzosamente che il padre, il produttore George Martin che fino a quel momento aveva guidato il quartetto nelle registrazioni, “aveva perso la classe”. I Beatles presero il comando e incisero capolavori come Blackbird, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun e, sì, pure Ob-la-di Ob-la-da. Si vedono più chiaramente che in passato le individualità dei quattro che emergono.

“Tommy” The Who (1969)

Il doppio come concept, anzi come opera rock: la storia di Tommy, ragazzo sordo, muto e cieco, è un po’ la storia dell’autore e chitarrista Pete Townshend, all’epoca uno dei maggiori autori del rock anglosassone. Sono sue le idee e la scrittura. Le interpretazioni vocali piene di pathos e aggressive sono di Roger Daltrey e la band è in perfetto equilibrio fra bella scrittura e performance piene di foga. C’è chi gli preferisce Quadrophenia, altro doppio e altro concept fuori dall’ordinario degli Who.

“Third” Soft Machine (1970)

Il terzo album dei Soft Machine è il capolavoro jazz-rock dadaista della scena di Canterbury. Registrato dal vivo in studio tra gennaio e maggio 1970, Third è un doppio album particolare: contiene quattro brani, uno per LP, composti separatamente dai musicisti del trio (Robert Wyatt, Hugh Hopper e Mike Ratledge), a cui si aggiungono una sezione di fiati e un violino. Tra Bitches Brew di Miles Davis, la music beat, la psichedelia e il jazz, Third è un disco totale.

“Tago Mago” Can (1971)

La ricetta del secondo album dei Can, è ricca di ingredienti: il minimalismo di Terry Riley e Steve Reich, Stockhausen, il jazz, un castello di proprietà di un collezionista d’arte, un busker giapponese, l’occultista Aleister Crowley. Il risultato, Tago Mago, è stato descritto dalla band come “un disco magico, con un’aria di mistero e segreti proibiti”. È diviso in due parti: nella prima ci sono i brani più convenzionali e strutturati, nella seconda composizioni a forma libera. Un disco fondamentale per tutto il rock sperimentale.

“Exile on Main St.” Rolling Stones (1972)

Sfatto e sgangherato è il suono di quest’album inciso dagli Stones fra gli Olympic Studios di Londra, la residenza di Mick Jagger e soprattutto una villa chiamata Nellcôte presa in affitto a Villefranche-sur-Mer sulla Costa Azzurra, per fuggire dall’esoso fisco inglese. Sono gli Stones più sporchi e laidi che vi possa capitare d’ascoltare. È il 1972, ma dentro c’è già un po’ di punk se punk è anche noncuranza per la qualità del suono e per la bellezza formale. È il funerale stonato (in tutti i sensi) degli anni ’60.

“Goodbye Yellow Brick Road” Elton John (1973)

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“Tutte le 17 canzoni di Goodbye Yellow Brick Road sono state composte in due o tre giorni al Pink Flamingo Hotel di Kingston su un piano elettrico”, ha detto Elton John del suo album più famoso e rappresentativo. Più di 30 milioni di copie vendute, otto dischi di platino negli Stati Uniti, una scaletta piena di classici (Candle in the Wind, Bennie & The Jets, Saturday Night’s Alright, la title track) per l’apice della collaborazione con il paroliere Bernie Taupin, che qui scrive un quasi-concept dedicato alla fine dell’innocenza e alla nostalgia per una vita più semplice.

“The Lamb Lies Down on Broadway” Genesis (1974)

Non c’è nessun altro album come questo, non nella discografia dei Genesis e nemmeno in quella di Peter Gabriel che era allora, e per l’ultima volta, alla guida della band. Il concept racconta le avventure di Rael, giovane Nuyorican impegnato in un viaggio alla ricerca di sé stesso. Non è più tempo per voli di fantasia, qui ci sono la strada di West Side Story e le visioni di El Topo di Jodorowsky.

“Physical Graffiti” Led Zeppelin (1975)

L’ultimo grande disco degli Zeppelin è un doppio che raccoglie i frutti di varie session. Esce nel 1975, ma alcuni di questi pezzi risalgono al 1970. C’è tanto rock-blues, ci sono riff sempre sorprendenti, c’è lo sguardo verso oriente di Kashmir, c’è il folk. All’epoca Rolling Stone, facendo riferimento ai classici di Who, Stones e Beatles, scrisse che Physical Graffiti era “il Tommy, il Beggar’s Banquet e il Sgt. Pepper dei Led Zeppelin, tutti in uno”.

“Songs in the Key of Life” Stevie Wonder (1976)

Funk, jazz, afrobeat, un minuetto per quartetto d’archi e una serie infinita di melodie meravigliose: c’è tutto in Songs in the Key of Life, il classico di Stevie Wonder del 1976. Il titolo gli è apparso in sogno, in un periodo in cui cercava un modo per ripartire dopo Fulfillingness’ First Finale e la tentazione del ritiro dalle scene. “Mi sono sfidato a scrivere quante più cose diverse possibili, di parlare di tutti gli argomenti possibili, così da rappresentare il significato del titolo”, ha detto. La sfida si è presto tradotta in due anni e mezzo di session, in quattro studi di registrazione diversi, a cui hanno partecipato più di 130 persone, tra cui Herbie Hancock e George Benson. Secondo la leggenda Wonder ha registrato circa 200 canzoni, tra cui le 17 scelte per la scaletta del doppio album.

“The Wall” Pink Floyd (1979)

L’opera più ambiziosa dei Pink Floyd è frutto delle idee, della creatività, della storia personale di Roger Waters che presentò agli altri musicisti due cicli di canzoni incise da solo, in versione demo: il road trip onirico su un uomo in crisi di mezza età (da cui nascerà il dimenticato disco solista The Pros and Cons of Hitch Hiking) e il delirio di una rock star che costruisce attorno a sé un muro. Scelsero il secondo e risollevarono le proprie finanze disastrate. Resta uno dei grandi doppi della storia, imprescindibile, pieno di canzoni che tiravano fuori l’anima più rock della band, mettendo fine (momentaneamente) ai trip sognanti amati da David Gilmour.

“London Calling” The Clash (1979)

Registrato nel 1979, l’anno di Y del Pop Group e di Entertainment dei Gang of Four, London Calling è il più bel disco dei Clash e ha cambiato per sempre la percezione globale del punk, che da genere musicale codificato diventerà un atteggiamento, un modo di stare al mondo. Influenzato da reggae, ska, jazz, disco, pop e rockabilly, London Calling è una pietra miliare di tutta la storia del rock, e un disco senza difetti.

“Metal Box/Second Edition” Public Image Ltd. (1979)

Dopo l’implosione dei Sex Pistols, John Lydon ha fondato una nuova band, i Public Image Ltd. che, dopo un primo album più convenzionale, nel 1979 pubblica un disco venduto in una scatola di metallo identica a quelle delle “pizze” dei film in 16mm. Si intitola Metal Box – o Second Edition, come nell’edizione americana – ed è un classico del post punk più sperimentale. “Volevo una mentalità diversa”, ha detto Lydon. “Volevo sfidare la gente. Non avevamo limiti di struttura: con i Pistols la mentalità era strofa-ritornello-strofa-ritornello-fine. Era tutto breve, nitido e dolce. I PiL? Non c’erano limiti”.

“The River” Bruce Springsteen (1980)

Fino a quel momento, Bruce Springsteen aveva cantato l’individuo: la sua fuga, i suoi amori, le sue contraddizioni, le sua paure. In The River metteva l’individuo all’interno di un nucleo famigliare. Non per scappare, ma per restarci. All’epoca Springsteen era un autore a dir poco prolifico e questa colorata descrizione della tensione tra individuo e collettività diede vita a un doppio. È il disco in cui il suono della E Street Band diventa un po’ meno scuro e potente, per farsi più giocoso e celebrativo. Arriveranno gli stadi.

“Zen Arcade” Hüsker Dü (1984)

Registrato in meno di 85 ore e rigorosamente in presa diretta, Zen Arcade degli Hüsker Dü è un concept, un romanzo di formazione disturbante e spaventoso. È anche una delle vette assolute dell’hardcore, una “punk-opera” che racconta storie di adolescenza devastata tra esplosioni di violenza, rumore bianco, ballate scarne e spunti psichedelici.

“Sign O’ the Times” Prince (1987)

Dopo aver abbandonato il progetto Dream Factory con i Revolution, Prince si rinchiude in casa e riprende il controllo totale della sua musica. Scrive, suona e registra 18 canzoni, il materiale più ricco ed eterogeneo mai prodotto fino a quel momento, che formeranno la scaletta di Sign o’ the Times. È un disco sensuale, politico e provocatorio, pieno di splendide canzoni d’amore – Adore su tutte – e idee innovative. “Qualcuno ha detto che in Sign O’ the Times c’erano grandi canzoni e alcuni esperimenti”, ha detto Prince a Rolling Stone. “Odio la parola ‘esperimenti’, suona come qualcosa che non ho finito. In realtà, è così che si fa un doppio album interessante”.

“Daydream Nation” Sonic Youth (1988)

L’album bianco, il Blonde On Blonde, l’Electric Ladyland del rock alternativo. Quando i Sonic Youth lo pubblicano, nell’ottobre 1988, sono un culto per pochi. La scelta di fare un doppio è audace, ma la scrittura a tratti più tradizionale, il suono perfettamente sintonizzato con lo spirito dei tempi, la presenza di un inno come Teen Age Riot e le performance avventurose, volte a catturare le tipiche jam del quartetto, rendono Daydream Nation la punta più avanzata dell’underground che si spinge in direzione mainstream. Verranno messi sotto contratto da una major, i Nirvana e molti altri gruppi seguiranno il loro esempio e arriverà il boom del 1991.

“Mellon Collie and the Infinite Sadness” The Smashing Pumpkins (1995)

“Volevamo catturare lo spirito dei tempi, non ci preoccupava fare un disco perfetto. Avremmo potuto, ci avrebbero dato il budget per fare il disco perfetto. Ma noi volevamo catturare qualcosa che osservavamo e sentivamo”, ha detto Billy Corgan di Mellon Collie and the Infinite Sadness, doppio album pubblicato dagli Smashing Pumpkins nel 1995. Dopo il successo del precedente Siamese Dream, la band era libera di fare quello che voleva, e ha approfittato della disponibilità dell’etichetta per registrare 28 canzoni su “una generazione incasinata in un’epoca incasinata”. È uno dei dischi più importanti degli anni ’90, e l’ultima grande prova della formazione originale della band.

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