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I 20 dischi solisti prog fondamentali in Italia

Negli anni ’70 non ci sono stati solo i grandi gruppi. Artisti come Franco Battiato e Alan Sorrenti hanno ampliato gli orizzonti del progressive contaminandolo con elettronica, musica contemporanea, avanguardia, world music

Franco Battiato nel 1981

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

Negli anni ’70 l’influenza del prog rock inglese sull’Italia non è recepita solo dai gruppi. Una folta schiera di solisti fa propria la filosofia del prog e sperimenta con suoni e generi in un gran numero di opere perfettamente inquadrabili in tale contesto. Alcuni di loro hanno già una carriera alle spalle e saranno fulminati dalle ampie possibilità che il prog offre, altri sono esordienti che iniziano a far musica proprio con lo scopo di seguire i dettami dell’assoluta libertà sonora, senza preoccuparsi di orecchiabilità, singoli da classifica o immagine più o meno vincente.

A differenza delle grandi band italiane dei ’70, impegnate per la maggior parte in una rivisitazione più o meno originale del suono sinfonico di Genesis/Yes/ELP, i solisti si concedono più libertà di spaziare. Il risultato sono dischi che prendono spunto da stili che vanno oltre il connubio rock + classica + jazz + folk, ma si spingono a toccare l’elettronica, la musica contemporanea, le sperimentazioni vocali, il minimalismo, la world music. Soprattutto si assiste alla nascita di una schiera di giovani cantautori (Alan Sorrenti, Mauro Pelosi, Juri Camisasca, Francesco Currà, Alberto Camerini…) decisamente originali e fuori da ogni schema. Coloro che pensano che prog sia unicamente sinonimo di rock sinfonico qui ne troveranno poco. Troveranno invece musica spesso e volentieri aperta e mai doma nel suo tentativo di mischiare l’immischiabile.

La lista che segue (in rigoroso ordine di uscita) è un tentativo di affondare le mani nel mare magnum di uscite soliste di stampo progressivo, focalizzando i venti più maturi tentativi. Ma per chi sarà interessato c’è un oceano da scoprire, oceano che non si è certo prosciugato nei ’70 ma che ancora oggi conta un buon numero di solisti più o meno giovani e più o meno progressivi. Ma questa è un’altra storia e andrà raccontata un’altra volta.

“Volo magico N. 1” Claudio Rocchi (1971)

Claudio Rocchi è l’hippy-guru della prima metà degli anni ’70, colui che per primo in Italia si fa carico di trasmettere ai giovani i dettami del movimento nato negli USA nella seconda metà del decennio precedente. Pace, amore libero, uso della droga quale mezzo di espansione della coscienza, fratellanza, empatia, lotta alle convenzioni borghesi e molto altro. Tale messaggio riveste magnificamente il secondo album del cantautore milanese, con la lunga suite omonima a coprire la prima facciata, infarcita di arazzi di Mellotron, chitarre acustiche e buone vibrazioni figlie della psichedelia inglese e americana. Nel lato B si segnala invece il piccolo capolavoro La realtà non esiste, due minuti di pura poesia nonché di alta filosofia.

“Mu” Riccardo Cocciante (1972)

Prima di imboccare la strade per il successo, Cocciante esordisce con un concept album (dalla coloratissima copertina apribile in più parti) dedicato al mito del continente scomparso Mu. Il disco ne ricama la storia, dalla nascita all’inabissamento, un po’ come fanno nello stesso anno i Trip con il loro Atlantide. I brani, legati tra loro in un’alternanza tra momenti sinfonici e altri più rock, dimostrano tutte le capacità di Cocciante nel misurarsi in composizioni assai complesse, con una ricca strumentazione fatta di sintetizzatori, sitar, flauti e strumenti etnici sull’impianto di chitarra-basso-batteria. La voce è ancora acerba, ma già si esprime con tutte le peculiarità che diventeranno un marchio di fabbrica.

“La stagione per morire” Mauro Pelosi (1972)

Il giovane Mauro Pelosi (23 anni) è un cantautore romano che racconta di tutte le avversità della sua generazione, spesso con fare disilluso, quando non totalmente depressivo. Nelle storie di Pelosi si specchiano i figli del dopoguerra che per la prima volta cercano di ribellarsi al potere costituito da famiglia e società, trovando spesso alti muri e gravose difficoltà. Ne La stagione per morire il nostro affronta il tutto in una serie di storie malate e senza speranza, fino alla catarsi oscura di Suicidio, con lo spettrale Mellotron del leader del Balletto di Bronzo, Gianni Leone. Le canzoni di Mauro Pelosi sono malinconiche e amare, ma allo stesso tempo nascondono una grande rabbia e vitalità messa in scena da un ricco apparato sonoro, senza timore di dare in pasto al pubblico dolore puro invece che finte rassicurazioni.

“Aria” Alan Sorrenti (1972)

Aria è la punta di diamante di questa lista, oltre che album cardine di tutto il movimento prog italiano degli anni ’70. Sorrenti (di madre gallese e padre napoletano) mischia gli esperimenti sulla voce di Tim Buckely e Peter Hammill (Van Der Graaf Generator) con un folk psichedelico-sinfonico di alta levatura. La suite omonima è uno dei capolavori del prog: un viaggio visionario all’interno di una stanza che si snoda tra grandi aperture e momenti più intimi. Parti vocali letteralmente impossibili lasciano spazio ad altre di grande dolcezza e poesia. La seconda facciata ospita la delicata Vorrei incontrarti, salvo poi divenire sempre più tortuosa, con nuovi esperimenti musical-vocali che non fanno rimpiangere l’autore di Starsailor. Incredibile pensare che il creatore di questo album è lo stesso che solo pochi anni canterà Figli delle stelle.

“Sulle corde di Aries” Franco Battiato (1973)

Battiato giunge al terzo album dopo avere gettato alle ortiche la sua carriera di cantante melodico negli anni ’60 e due dischi allucinati come i capolavori del 1972 Fetus e Pollution. Al culmine di un periodo difficile che lo porterà vicino a pensieri suicidi, sente di avere bisogno di una musica che lo rinnovi, che sia terapeutica e lo mondi dalle scorie negative. Nasce così Sulle corde di Aries, il suo lavoro più intenso e luminoso degli anni ’70, con strali di sintetizzatori immersi in un tessuto acustico di stampo mediterraneo fatto di mandole, tabla, vibrafoni, chitarre, oboe. Il disco fa già intravedere il Battiato futuro, il misticismo, la profondità del suo pensiero. La suite Sequenze e frequenze sulla prima facciata sono 16 minuti di sogno che parte da ricordi di infanzia e poi si immerge in un mare acustico-elettronico nel quale purificare mente e corpo.

“Il grande mare che avremmo traversato” Ivano Fossati (1973)

Ivano Fossati inizia la sua carriera artistica con i Delirium, band genovese di cui è cantante e flautista. Con loro incide l’ottimo album Dolce acqua e porta sul palco di Sanremo una ciurma di figli dei fiori a intonare la hit Jesahel. All’indomani di questo successo Fossati abbandona il gruppo e si mette in proprio. Il grande mare che avremmo traversato è il suo primo disco solista, un concept che già fa intravedere tutte  la raffinatezze che in futuro il genovese sarà in grado di mettere in campo. Il prog acustico e classicheggiante dei Delirium qui si ampia, con Fossati (e il suo flauto tulliano) che arricchisce di atmosfere brasiliane e jazz una serie di canzoni che profumano di salsedine e di avventura.

“Orfeo 9” Tito Schipa Jr. (1973)

È la prima rock opera italiana, composta dal figlio del celebre tenore Tito Schipa e già in scena dal 1970. Orfeo 9 racconta di un moderno Orfeo (il “9” è aggiunto in onore della beatlesiana Revolution 9) che perde la sua Euridice a causa di un “venditore di felicità” (droga) interpretato da un istrionico Renato Zero agli esordi. Nel 1972 Orfeo 9 diventa anche un film (prodotto dalla Rai ma trasmesso solo nel 1975) e l’anno dopo un album doppio. Influenzato da musical come Hair, si distingue per una più caleidoscopica visione musicale nel quale trova spazio tutto e il contrario di tutto: dal prog sinfonico al blues, con musicisti e interpreti vocali d’eccezione (lo stesso Schipa Jr. nella parte del protagonista, il già citato Zero, Edoardo Nevola, Loredana Bertè).

“Anima latina” Lucio Battisti (1974)

Ovvero come tentare (non riuscendovi) di distruggere una carriera. Dopo avere inanellato una hit dietro l’altra Battisti mette in dubbio tutto, compresa la sua immagine di cantante di successo. E mette alla prova il pubblico con un album denso e sperimentale, dove l’influenza della musica latina, derivante da un viaggio in Brasile con Mogol, è solo il pretesto per la costruzione di un’opera totalmente progressiva, che attinge a piene mani da Gentle Giant e Tangerine Dream. La voce e le classiche melodie battistiane sono spesso solo un bisbiglio nascosto tra le pieghe della musica (il canto è infatti mixato a volume basso su richiesta dell’autore) e i confini si perdono. Un Battisti trasfigurato che sembra anticipare quello, ancora più estremo, del periodo panelliano.

“La finestra dentro” Juri Camisasca (1974)

Uno degli album più fuori mai pubblicati. Il milanese Roberto Camisasca, detto Juri, è un ragazzo di 20 anni che Franco Battiato ha conosciuto durante il servizio militare. Colpito e affascinato dalle canzoni che il giovane compone, dopo qualche tempo Franco lo porta alla Bla… Bla, la casa discografica che in quel momento pubblica i suoi dischi, per fargli incidere La finestra dentro. L’album è un coacervo di canzoni sghembe e allucinate che sembrano scaturite da un incontro tra Syd Barrett e Franz Kafka. “Nel mio corpo ci son delle fognature / Tutti quanti le chiamano vene / Ma dentro ci sono dei topi che corrono”, è solo l’incipit del primo brano, Un galantuomo. Tutto il resto del disco continua tra riferimenti a La metamorfosi, incubi orwelliani e il delirio finale de Il regno dell’Eden, nel quale il buon Juri diventa addirittura Dio.

“Rosso napoletano” Toni Esposito (1974)

Esposito è uno dei più importanti percussionisti italiani, passato dalla collaborazione con artisti più o meno famosi (Alan Sorrenti, Pino Daniele) alla cima delle classifiche grazie a successi come Kalimba de luna. Nel suo primo album arriva a percuotere ogni tipo di suppellettile (padelle, ecc) ma anche a misurarsi con la composizione di cinque brani, tra i quali spicca la suite omonima che copre la prima facciata, di raffinato jazz rock al confine con la world music. La Napoli di Toni Esposito non è quella colorata e caotica, è una Napoli trasfigurata che ispira un suono onirico e fluttuante, vicino al Miles Davis più astratto.

“La Luna” Angelo Branduardi (1975)

Un anno prima del successo di Alla fiera dell’est, che lo consacrerà beniamino di grandi e piccini, Branduardi dà alle stampe il suo secondo album, un’opera molto vicina a certo folk progressivo inglese (Gli alberi sono alti, Tanti anni fa), ma anche pregna di atmosfere notturne e rarefatte (la title track, Notturno) a volte al confine con un caldo jazz rock. La Luna passerà inosservato, ma si farà poi ricordare per la presenza di Confessioni  di un malandrino, intensa ballata a base di chitarre acustiche incrociate (sulla falsariga dei Genesis) il cui testo è tratto da una poesia del russo Sergej Aleksandrovič Esenin.

“Sonanze” Roberto Cacciapaglia (1975)

Roberto Cacciapaglia esordisce come tastierista nello storico Pollution di Franco Battiato. Con il siciliano condividerà il tour dell’album, salvo poi decidere di mettersi in proprio per concepire il suo primo album. Fresco di studi al conservatorio, cerca una musica che sposi l’elettronica dei cosiddetti Corrieri cosmici tedeschi (Tangerine Dream, Klaus Schulze) con la classica. Un esperimento già tentato da Schulze nel suo Irrlicht (1972), dove un’orchestra veniva letteralmente fatta schiantare contro una massa gigantesca di suono elettronico. Cacciapaglia è più raffinato e nei 10 movimenti che formano il suo Sonanze si lascia andare a paesaggi più descrittivi e melodici. L’elettronica qui non serve a schiacciare l’ascoltatore, ma piuttosto per esprimere una serie di stati d’animo. Cosa che il compositore continuerà a fare nella sua lunga e fortunata carriera.

“Cenerentola e il pane quotidiano” Alberto Camerini (1976)

È il primo disco del cantautore e chitarrista (presente su una miriade di album dell’epoca) di origine brasiliana, destinato a diventare uno dei simboli degli anni ’80 in Italia con Tanz bambolina e Rock’n’roll robot. Ma qui Camerini è totalmente altro. La caratteristica principale di Cenerentola e il pane quotidiano è la presenza di musicisti fuoriclasse (specie la sezione ritmica composta dai funambolici Walter Calloni e Hugh Bullen) che creano un irresistibile suono metropolitano e nervoso, con il nostro a far faville con la sua chitarra. Le canzoni si muovono tra la disillusione tipica della seconda metà dei ’70 e una forte vena ironica (vedi Tv baby, con le sue critiche al mondo televisivo) e polemica (Cenerentola, a fine disco, su una lavoratrice sfruttata che di notte si trasforma in prostituta).

“Rapsodia meccanica” Francesco Currà (1976)

Immaginate gli Einstürzende Neubauten con Blixa Bargeld che canta in italiano con vago accento del sud. La differenza è che Francesco Currà nell’industrial ci stava dentro veramente. Calabrese trasferito a Genova per lavorare all’Ansaldo, concepisce il suo primo album sotto l’egida dell’etichetta Ultima Spiaggia, fondata nel 1974 da Ricky Gianco e Nanni Ricordi. Rapsodia meccanica è puro suono industrial, fatto di lamiere, presse et similia, con Currà che declama i suoi testi incazzati e disillusi su una lotta di classe ormai giunta al capolinea. Un lungo flusso di coscienza la cui rabbia è ben rappresentata da testi come: “Preferirei affettarmi il cazzo / piuttosto che dire ‘gli interessi degli operai e della nazione sono inseparabili'” o “Non mi parlare di rivoluzione / della difesa dei nostri interessi / di dare un contributo all’organizzazione leninista / io sono disponibile soltanto per sparare e tagliar gole”.

“Automobili” Lucio Dalla (1976)

Cosa ci fa Lucio Dalla in una lista di musicisti prog? Semplice, il Lucio Dalla degli anni ’70 è stato il cantautore più prog di tutti, specie nella trilogia di album con il poeta bolognese Roberto Roversi (Il giorno aveva cinque teste, del 1973, Anidride solforosa, del 1975 e l’album qui citato). Automobili è la summa di questo percorso, un concept dedicato a passato, presente e futuro dell’auto che si snoda in sei lunghi brani colmi di cambi di tempo, aperture sinfoniche, scatti jazz e oasi psichedeliche. Dall’iniziale Intervista con l’avvocato, con vocalizzi quasi alla Stratos, fino alla commovente Due ragazzi, passando per la suite in due movimenti Mille miglia, per il singolo Nuvolari, grande esempio di pop fuori dagli schemi, e per le claustrofobiche L’ingorgo e Il motore del 2000.

“Suspiro” Jenny Sorrenti (1976)

Nel prog italiano non ci sono molte musiciste ed è un vero peccato. Per fortuna c’è Jenny Sorrenti, sorella del blasonato Alan e autrice di diversi album di squisita fattura, prima con i Saint Just e poi da solista, una carriera che va avanti tutt’oggi. Suspiro è la sua prima uscita dopo lo scioglimento dei citati Saint Just, un lavoro di canzoni lisergiche e impalpabili come la voce della protagonista. Eccellenti le collaborazioni, come quella con Pino Daniele (qui alla chitarra), con Peter Kaukonen (fratello di Jorma dei Jefferson Airplane) e con il violinista Lucio Fabbri (futuro PFM).

“Dialoghi del presente” Luciano Cilio (1977)

Altro napoletano, già collaboratore di Alan Sorrenti, lo sfortunato Luciano Cilio ebbe una breve quanto artisticamente luminosa carriera, purtroppo fermata dal suicidio avvenuto nel 1983. Il suo unico lascito, Dialoghi del presente, è un delicato affresco di musica che si muove al confine con la rarefazione più estrema. Con una rada strumentazione da lui diretta (archi, fiati, coro, pianoforte e percussioni) Cilio crea un mondo sonoro che trae spunto tanto dal lavoro di compositori come Morton Feldman quanto dalle trame più esili messe in scena da Robert Wyatt e altri similari. Cinque composizioni superbe con l’apice dell’iniziale Primo quadro “Della Conoscenza”, un continuo e struggente dialogo tra suono e silenzio.

“Botte da orbi” Roberto Colombo (1977)

Turnista e produttore di grido dalla fine degli anni ’70 ai nostri giorni, Roberto Colombo ha pubblicato un terzetto di album fortemente influenzati dalla musica di Frank Zappa. Il secondo Botte da orbi mette però in luce anche la personalità del compositore. Il risultato sono otto brani schizoidi in un gustoso mix tra jazz, rock, classica, contemporanea e ironia, con un cast di musicisti che conta la bellezza di quarantotto presenze. Tale mélange ispirerà non poco futuri astri del demenziale come Elio e Le Storie Tese.

“Movimenti nel cielo” Maurizio Fabrizio (1978)

L’ultima grande opera rock-sinfonica del prog italiano degli anni ’70 è questo misconosciuto album di Maurizio Fabrizio, chitarrista e compositore di una pletora di successi di grande pregio (uno per tutti: Almeno tu nell’universo). Fin dai suoi esordi Fabrizio collabora con Angelo Branduardi in veste di strumentista e arrangiatore, con molta della musica contenuta in questo album che può dirsi influenzata da tale collaborazione. Con il suo violino Branduardi (insieme alla totalità dei musicisti della sua band dell’epoca) partecipa alla messa in scena di due suite colme di dinamicità e liquidi spazi sonori, con grandi aperture melodiche che gravitano su ritmi che talvolta si rifanno all’imperante (all’epoca) disco music. Ma il connubio non stona affatto, ascoltare per credere.

“Mauro Pagani” Mauro Pagani (1978)

Fuoriuscito dalla Premiata Forneria Marconi nel 1977, Mauro Pagani attende un anno prima di dare alle stampe il suo primo album solista figlio dell’amore per i ritmi e le melodie della tradizione popolare, europea ed extra-europea. Basta ascoltare l’iniziale Europa minor per fare un salto sulla sedia, con il suo irresistibile tema basato sulla scala minore ungherese e un tempo di 5/4. Il resto è un grande giro del mondo, da Napoli all’oriente, con allettanti sapori jazz e ospiti d’eccezione come gli Area e la PFM al gran completo, Giorgio Vivaldi e Pasquale Minieri del Canzoniere del Lazio e Teresa De Sio, voce e testo della toccante Argiento.

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