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I 20 dischi fondamentali del punk italiano

Ecco gli album migliori dei gruppi che nel Paese di Sanremo sono stati punk prima di voi, di quelli che hanno fatto hardcore a livello internazionale, di quelli che l’hanno mischiato con pop e ska

Enrico Ruggeri con i Decibel

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

Dal 1977 dei Chrisma a oggi sono passati 43 anni in cui il punk – nel mondo, ma pure in Italia – ha assunto sfumature imprevedibili, cambiato pelle decine di volte, sbancato le classifiche e sprofondato di nuovo nell’underground, forse la sua dimensione ideale.

Condensare un periodo così lungo e complesso in soli 20 dischi è quindi un bel gioco, uno stimolo a esplorare anche tutto ciò che non compare in queste righe. Avremmo potuto scegliere altri 20 album senza che la qualità ne risentisse poi molto.

Chrisma “Chinese Restaurant” (1977)

Maurizio Arcieri, il bello dei New Dada (e cantante confidenziale anni ’70) diventa punk, si infila una spilla da balia nella guancia, si taglia persino un dito con una lametta durante un concerto, il tutto mentre registra un debutto a nome Chrisma con la moglie Christina Moser. Chinese Restaurant spiazza chiunque abbia sentito una sola canzone di Maurizio in precedenza e inventa una specie di synth-punk elettronico che diventerà comune solo anni più tardi. Produce Nico Papathanassiou, fratello di Vangelis, che suona in incognito su alcune tracce. Un album pazzesco anche a distanza di decenni, in bilico tra Neu! e Sex Pistols, primo passo di una carriera invidiabile e mai scontata.

Decibel “Punk” (1978)

Ama spesso ripeterlo, Enrico Ruggeri, di essere stato punk prima di noi, voi, tutti… In qualche modo ha pure ragione, visto che fin dal 1977 si nutre dei suoni che arrivano da Stati Uniti e Regno Unito e cerca di riproporli con la sua band, prima Champagne Molotov, poi Decibel. Il suo sarà uno dei pochi LP punk di quegli anni, sbilanciato in certi momenti verso l’hard, colpa anche di una band composta da rocker capelloni cresciuti con quei suoni. Eppure la formula funziona bene e Punk, prodotto addirittura da un vecchio volpone del beat come Shel Shapiro, coglie nel segno con almeno tre o quattro pezzi di qualità: LSD Flash, l’invettiva anti-femminista di Col dito… col dito…, Figli di… e Il leader. È il primo passo verso la new wave e, successivamente, la fama nazionale come cantautore rock di enorme successo.

Skiantos “Mono/tono” (1978)

Dopo aver debuttato per la Harpo’s Bazaar con l’incredibile Inascoltable, con cui inventano di fatto il rock demenziale, Freak Antoni e gli Skiantos firmano per la milanese Cramps e danno alla stampe il loro capolavoro. A cominciare dalla debordante copertina, Mono/tono è la summa di tutto l’universo demente dei bolognesi, già delle piccole star grazie a concerti che definire movimentati è troppo poco e al supporto della stampa di settore. Molti dei classici sono raccolti qui, dall’inizio leggendario di Eptadone (che regala il nome a Elio e le Storie Tese) a Largo all’avanguardia (pubblico di merda, ovviamente…), da Io sono uno skianto a Io me la meno, per finire con Panka rock e Pesto duro (I Kunt Get No SatisFucktion). Una delle più originali vie al punk in italiano.

Gaznevada “Sick Soundtrack” (1979)

Bologna, alla fine dei ’70, è indubbiamente la capitale del nuovo rock e delle nuove tendenze e i Gaznevada ne sono gli interpreti più efficaci. Nati come Centro d’Urlo Metropolitano (un dito in culo e il mitra in mano, recita lo slogan), cambiano nome quasi immediatamente, ispirandosi a un racconto di Raymond Chandler e passando dal punk rock primitivo degli esordi a un suono che ingloba tutti gli ascolti dei cinque componenti, persi tra no e new wave, punk, funk, sostanze proibite e chissà cos’altro. Finiscono così per assomigliare a un ibrido tra Devo e Contortions, con qualche strizzata d’occhio al nuovissimo che avanza. Debuttano su Italian Records con una summa ideale di quei giorni convulsi, prima di buttarsi a capofitto verso una carriera complicata che li porterà persino sull’orlo del successo. Ancora oggi sono la band più leggendaria del Bologna rock.

Artisti Vari “Pordenone/The Great Complotto” (1980)

Se è vero, come sostengono i ragazzi del Great Complotto, che “Pordenone può essere Londra, ma Londra non può essere Pordenone”, allora niente di meglio che procurarsi la colonna sonora di una generazione di giovani cresciuta in una provincia ricca e desolata del Nordest. Grazie all’idea e all’impegno di due personaggi come Miss Xox e Ado, il Great Complotto diventa un fenomeno di costume che va persino oltre il lascito artistico, che è comunque inestimabile: sulla compilation manifesto sfilano nomi come Andy Warhol’ Banana Technicolor, 001 Cancer, Fhedolts, Waalt Diisneey Productions, Sexy Angels e molti altri, a rappresentare una città intera e mille sfaccettature di suono, dal punk alla new wave alla no wave. Una saga irripetibile da cui sono nati, qualche tempo dopo, Tre Allegri Ragazzi Morti e Prozac+.

The Rats “C’est disco” (1980)

Età media 14 anni, provincia di Modena, tre ragazzi e una ragazza alla voce. I Rats sono stati una meteora del post punk italiano, sorta di PiL nostrani caratterizzati da uno stile maturo che è quasi impossibile attribuire a degli adolescenti folgorati sulla via di Londra. L’accoppiata Wilko (chitarra) e Claudia Lloyd (voce) è la punta di diamante del quartetto, completato dalla sezione ritmica di Franz e Leo. Si va dalle veloci stilettate in pieno stile Ramones/Pistols come Spacciatori e Please al post punk paranoico di Nazi, Bimba, Pill e della magnifica C’est disco, tributo alle atmosfere death disco di Fodderstompf, proprio dei Public Image Limited. Pareva un episodio irripetibile e così fu, con un secondo album registrato e mai pubblicato, l’uscita dalla band di Claudia e la nuova vita a tre come “indiani padani”. Un’altra storia…

Jo Squillo Eletrix “Girl senza paura” (1981)

Quando Giovanna Coletti, in arte Jo Squillo, esordisce coi suoi Eletrix è già un nome piuttosto conosciuto della scena punk italiana. Personaggio chiave della scena milanese, prima con il centro sociale Santa Marta, poi con le grezze Kandeggina Gang, la Squillo mette in mostra fin da subito personalità da vendere e una chiara voglia di emergere rispetto al mucchio. Lo farà con la sua seconda band, gli Eletrix, quattro maschietti in cambio delle tre amiche con cui aveva diviso il palco in precedenza, con cui esplora atmosfere synth-punk piuttosto inedite e particolari per quegli anni. Qualche brano arriva dalla precedente esperienza – vedi la famosa Violentami –, mentre il resto è tutto merito dei nuovi accompagnatori, perfetti a reggere il gioco della cantante.

Kaos Rock “W.W.3” (1981)

Nulla di meglio dei Kaos Rock per stare accanto agli Eletrix e a Jo Squillo, non fosse altro per la lunga strada in comune tra le due band. Guidati dal bassista Gianni Muciaccia, anche compagno della Coletti, i Kaos rappresentano l’ala punk e rock di Milano, costantemente in bilico tra la voglia di indipendenza e il tentativo di sfondare e ‘farcela’. Oltre che musicalmente, saranno attivi persino politicamente con una Lista Rock durante le elezioni cittadine, finendo per diventare uno dei nomi più in vista – nel bene e nel male – della scena locale. Il loro unico album raccoglie una manciata di brani nervosi e punk, colonna sonora ideale di una metropoli in via di sviluppo come quella meneghina. Su tutti, la bellissima accoppiata Harrisburg/Metallo elettrico, oltre sei minuti di “orgasmo elettrico”, come lo definiscono loro.

Indigesti “Osservati dall’inganno” (1985)

Siamo alla metà degli anni ’80, il punk rock è solo un ricordo, soppiantato da una sua versione molto più veloce, anfetaminica, politicizzata e sotterranea chiamata hardcore, proprio come il porno. La scena italiana è fra le più interessanti e originali del mondo (avete letto bene) e i piemontesi Indigesti ne sono tra gli esponenti più importanti. Dopo un singolo a metà con i Wretched – uno dei top del punk mondiale, per chi scrive –, arrivano all’agognato traguardo dell’album con un certo ritardo rispetto ad altri pesi massimi del genere. Poco male perché Osservati dall’inganno, caratterizzato da una maturità compositiva palpabile e dai soliti testi introspettivi del frontman Rudi Medea, diventa in breve uno dei punti di riferimento dell’hardcore non solo nazionale. Lo zenit di una band ormai leggendaria.

Raw Power “Screams from the Gutter” (1985)

Se volete sapere come sia possibile diventare dei piccoli miti negli States partendo da un paesino come Poviglio, in provincia di Reggio Emilia, allora chiedete ai Raw Power, per lungo tempo più famosi all’estero che in patria. Autori di un hardcore metallico e velocissimo, con un cantato feroce e potente, i cinque emiliani sono sbarcati in terra americana forti di un demo devastante e di un primo disco inciso per un’etichetta torinese. Niente a che vedere però con quello che uscirà fuori dalle session a stelle e strisce con Paul Mahern degli Zero Boys in cabina di regia. Screams from the Gutter sarà il biglietto da visita perfetto per decine di tour a casa di chi quel genere l’ha inventato. Per referenze, chiedere a band come Slayer, Guns N’ Roses o NoFx che dei Raw Power dei tempi d’oro sono stati più volte supporter. Difficile da credere eh?

CCCP Fedeli alla Linea “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età” (1986)

Nell’Emilia paranoica di inizio anni ’80 nasce un gruppo di punk filosovietico e musica melodica emiliana. In pratica, un clash di culture in bilico tra il liscio delle balere di Reggio e il rumore oppressivo dei club di Berlino, città in cui si incontrano i due esuli Zamboni e Ferretti. Nascono lì i CCCP Fedeli alla Linea, prima come Mitropank, poi con la denominazione classica, e in breve diventano un caso nazionale, tra punk, politica, testi che diventano piccoli classici e un’irruenza musicale data dal suono di chitarra, basso e batteria elettronica, a cui si aggiungono due figure anomale come Fatur e Annarella. L’album di debutto è ormai uno dei dischi chiave del rock in Italia, come dimostrano Noia, Io sto bene, Mi ami?, Valium tavor serenase e Curami. Assolutamente fondamentali.

Negazione “…Lo spirito continua…” (1986)

Sarà pure scontato, ma quello spirito punk e hardcore dei “ragazzi del mucchio” torinesi continua eccome, anche a quasi 35 anni di distanza, celebrato da decine di band non solo in Italia e autenticamente moderno. Qui si parla di resistenza, amicizia, battaglie politiche, autoproduzione, senso di appartenenza, tutte qualità che ai Negazione non hanno mai fatto difetto, fin dai giorni dei primi singoli – memorabile Tutti pazzi –, così come a fine carriera, quando avrebbero potuto diventare grandi e famosi per davvero. Le cose sono andate in un altro modo, ma per fortuna ci restano le testimonianze incise su nastro (e vinile in questo caso), come …Lo spirito continua…, istantanea efficace di quello che veniva chiamata hardcore alla torinese. Caotico e melodico al tempo stesso, capace di grande velocità e momenti riflessivi, come dimostrato dai Negazione. Un nome di quelli che, in giro per il mondo, ancora raccoglie rispetto.

Not Moving “Sinnermen” (1986)

Non ci sono dubbi che la definizione punk stia molto stretta ai piacentini Not Moving, fin dagli inizi intenzionati ad abbattere steccati e suonare rock’n’roll in tutte le sue forme. Per questo motivo all’interno di Sinnermen, il loro album più compiuto, trovano posto surf, rockabilly, post punk, beat, gli Stones più drogati (vedi Cocksucker Blues) così come i Doors e gli X. E poi, ovvio, il punk rock del 1977, quello più marcio alla Johnny Thunders, con cui suoneranno persino in un breve tour italiano. Senza mezzi termini, i Not Moving hanno rappresentato per qualche anno la rock’n’roll band perfetta, sempre sul punto di autodistruggersi eppure capace di attraversare indenne ogni tipo di eccesso.

Disciplinatha “Abbiamo pazientato quarant’anni: ora basta!” (1988)

Erano buoni o cattivi i Disciplinatha? Avevano le foto dei balilla in copertina (e la maglietta con la scritta “me ne frego”, con buona pace di Sanremo 2020), ma incidevano prima per la radicale Attack Punk Records e poi per I Dischi del Mulo di Ferretti e Zamboni. Difficile capirlo all’epoca, quando con questo mini-LP di debutto causarono un piccolo putiferio nella scena punk, a cominciare dalla citazione mussoliniana del titolo. Per tacere dei pezzi, marziali fin dai titoli – Leopoli, Addis Abeba, Milizia, Attacco dal cielo, tanto per dirne alcuni – e bilanciati tra la furia hardcore della sezione ritmica, il suono metallico della chitarra e la voce declamatoria di Cristiano Santini. Erano buoni o cattivi, dunque? Importa veramente saperlo?

Kina “Se ho vinto, se ho perso” (1989)

È inutile ricordarlo, ma lo facciamo lo stesso: suonare e ‘vivere’ hardcore, in Italia specialmente, durante gli anni ’80, era molto complicato e implicava forza d’animo e grande spirito di abnegazione. A tutto ciò gli aostani Kina aggiungevano una città di provenienza altamente disagiata, che fece loro guadagnare l’appellativo di “Huskers from the mountains”, e una dedizione alla causa con pochi paragoni, come dimostrato dalle centinaia di concerti, tour, dischi e dalla costanza con cui portarono avanti un’etichetta indipendente e importante come la Blu Bus. Al contrario di molti colleghi e amici, giunsero alla maturità verso la fine del decennio, con la pubblicazione di Se ho vinto, se ho perso, summa del loro hc emozionale, fatto di velocità e melodia, oltre che di testi spesso commoventi. Non per niente, il loro inno più celebre, Questi anni, trova la sua naturale collocazione in questo disco.

Senzabenza “Gigius” (1993)

I Senzabenza sono in giro per l’ennesimo tour italiano di una carriera ormai trentennale, sempre all’insegna di un punk rock ramonesiano nella forma, ma capace – per fortuna – di inglobare nel corso del tempo influenze molto diverse dallo stile originale. Non sorprende quindi constatare l’affetto che ancora oggi circonda Sebi, Nando e amici, e ci scuseranno se per parlare di loro torneremo addirittura al 1993, anno di pubblicazione di Gigius, forse l’apice del punk melodico italiano. Flower punk rock lo definivano loro e ascoltando i 18 brani del disco (compresa la cover di Back in the USSR) si capisce il perché: frullate Ramones, Hard-Ons e Beatles e avrete i Senzabenza di Gigius, a cui dovrete aggiungere un talento smodato per il ritornello killer, prerogativa solo dei più grandi.

Punkreas “Paranoia e potere” (1995)

Altra band che ha celebrato il trentennale di carriera, i milanesi Punkreas sono forse il nome più celebre dell’ondata punk italiana degli anni ’90. Quando nel resto del mondo l’hardcore melodico spopolava nelle classifiche grazie a NoFx, Green Day e Bad Religion, in Italia e con le dovute proporzioni di vendita ci pensavano band come Shandon, Punkreas e Pornoriviste a tenere alto il vessillo di quel suono. Cippa, Paletta e soci avevano esordito su disco tre anni prima con un buon mini-LP, ma nessuno si sarebbe potuto aspettare una maturazione come quella di Paranoia e potere, ben equilibrato tra punk, ska, hardcore melodico e ricco di spunti interessanti. Immancabili tra i pezzi classici di quel periodo due gemme come Aca Toro e La canzone del bosco.

Sottopressione “Sottopressione” (1995)

Milano negli anni ’90 sarà spesso uno dei centri nevralgici della scena hardcore, che sia quella melodica di Shandon e Punkreas oppure che si parli di suoni molto più duri e metallici, di cui i Sottopressione furono tra gli interpreti più importanti. Dopo aver debuttato con un singolo nel ’94, i quattro realizzarono il loro capolavoro un anno dopo, con l’omonimo album pubblicato dalla Vacation House di Rudi Medea, ex cantante degli Indigesti. Hardcore a rotta di collo, newyorchese nei suoni – debitore certamente dell’ondata straight edge di quel periodo –, ma italiano nei testi, composti dal cantante Mayo, una delle figure di spicco della scena milanese. Clima-morfosi, Acre sapore di… e Ormai non ho più niente da darvi sono gli apici di un tour de force all’insegna di un hc senza compromessi.

Shandon “Not So Happy To Be Sad” (2001)

Non poteva ovviamente mancare il terzo nome classico dei ’90 tricolori, ancora da Milano, ancora con un suono californiano mutuato da quanto stava succedendo dalle parti di Los Angeles. Di là la Epitaph di Brett Gurewitz, qui, molto più in piccolo, la Ammonia Records, piccola label locale che cercava di replicare se non le vendite almeno lo stesso tipo di approccio. La band di punta dell’etichetta era proprio quella guidata da Olly, altra figura chiave di quel periodo, chitarrista, cantante versatile – soprattutto nel prosieguo di carriera – e produttore. I suoi Shandon tenevano fede al motto “punkbillyskacore”, cucito su misura per descrivere una musica che cercava di smarcarsi dal monolitico hardcore melodico che andava per la maggiore per cercare strade espressive leggermente più ampie e variegate. Ci riusciranno spesso, con due ottimi dischi come Skamobile e Fetish, portando a compimento il percorso all’inizio del nuovo millennio con Not So Happy To Be Sad.

The Manges “Go Down” (2006)

“Uno dei 27 dischi pop punk più grandi di sempre”, recita l’adesivo in copertina, riportando la dichiarazione di uno che, di quel genere, se ne intende, Ben Weasel degli Screeching Weasel. Nulla di cui stupirsi se si conosce la storia degli spezzini Manges, ormai un’istituzione nazionale, con alle spalle una carriera invidiabile e una fede incrollabile in San Ramone. Nel corso degli anni, si sono trasformati da semplici imitatori del modello originale – non solo i quattro fratellini newyorchesi, ma pure Queers e i già citati SW – a fuoriclasse con personalità e talento, frutto di un’applicazione feroce alla materia. Go Down è il punto in cui i Manges si scoprono bravi come i maestri, aprendo la strada ai due dischi successivi, Bad Juju e All Is Well.

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