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I 20 dischi fondamentali del prog italiano

Solitudine, alienazione, rifiuto delle imposizioni borghesi: dagli Area alla PFM, fino ai Napoli Centrale e al Banco del Mutuo Soccorso, gli album più belli del progressive rock all'italiana

Il Banco del Mutuo Soccorso nel 1983

Foto: Getty Images

C’è un Paese al mondo nel quale il progressive rock ha attecchito più che in ogni altro luogo. Questo Paese è l’Italia. Nato in Inghilterra alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, il prog ha portato all’attenzione di molti formazioni quali King Crimson, Yes, Emerson, Lake & Palmer, Gentle Giant, Genesis… Per una magia che molti ancora non si spiegano, parecchie di queste band (Genesis in primis) riuscirono ad avere largo successo di massa proprio nel nostro Paese. Formazioni che in patria racimolavano a malapena cento persone a serata si trovano innanzi a palasport colmi, dischi ai piani alti delle classifiche e masse di pubblico acclamante.

Come mai tanto clamore per una musica così complicata e sfuggente a ogni regola imposta dal mercato? Molti hanno dato una spiegazione rifacendosi al retroterra culturale italiano, fatto di grandi opere d’arte, anche musicale: il melodramma, gli affreschi barocchi di Antonio Vivaldi, compositori immortali quali Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e moltissimi altri. È come se il pubblico italiano dei primi anni ’70 avesse scoperto nel proprio DNA tutto questo grande tesoro artistico che gli permette di essere toccato dalle melodie romantiche del prog, dalle sue citazioni classicheggianti, dai lunghi brani che si dilatano come vere e proprie sinfonie, condite però dalle trascinanti pulsioni del rock.

Il prog rock è avvertito inoltre come uno sviluppo della psichedelia, e quanto questa era stata utile a fornire ‘viaggi’ coadiuvati da sostanze allucinogene, tanto più poteva fare il prog, con i suoi brani immaginifici che a volte si estendevano oltre la mezz’ora. C’è infine da ricordare quanto il giovane pubblico italiano dell’epoca fosse refrattario nei confronti di tutto ciò che era commerciale, dalla musica leggera al festival di Sanremo e a tutto ciò che puzzava di vecchio. Era in atto una vera e propria rivoluzione culturale che intendeva abbattere i pilastri del capitalismo (la musica vista come mero oggetto di consumo) per cercare linguaggi alternativi, spesso anche molto difficili ma che potessero servire come espansione della propria coscienza, personale e politica.

A seguito di ciò tra il 1971 e il 1977 nasce uno sterminato numero di formazioni autoctone che, partendo dagli spunti che arrivavano da oltremanica, cercano una via nostrana al prog. La cosa che più viene sottolineata all’epoca è quanto le band italiane copiassero i loro colleghi inglesi. Col tempo si è visto invece che, insieme a evidenti riferimenti, la scuola prog Italiana ha saputo sviluppare un linguaggio tutto suo, con esperimenti totalmente originali (uno per tutti: il Banco del Mutuo Soccorso). Anche a livello di argomenti trattati nei testi il prog italiano si smarca spesso dalle allegorie messe in campo in Inghilterra preferendo temi introspettivi: solitudine, alienazione, critica sociale, rifiuto delle imposizioni da parte della famiglia o dello stato, religione, droga… Sulla scia del successo tributato ai colleghi inglesi il prog italiano ottiene un grande riscontro di pubblico, con miriadi di festival e band che spopolano in classifica, negli stadi e spesso anche all’estero (Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso e Le Orme su tutti).

In Inghilterra il prog si avvia alla fase di declino già a partire dal 1974-75, l’Italia ci mette un paio di anni in più a decretare la sua decadenza, affossato dal disimpegno imperante di disco music e similari e da nuove istanze sonore come il punk o i cantautori. Alla fine la musica leggera riprenderà campo e la rivoluzione del prog tornerà nelle retrovie come fenomeno di nicchia, quale è ancora oggi. Rimarrà però venerato in parecchi angoli del globo (Giappone e Usa in particolare) come massima espressione dell’arte rock italiana. Ecco quindi i 20 capisaldi del prog italiano, in rigoroso ordine di uscita. Dischi che ogni appassionato di musica dovrebbe conoscere per poi addentrarsi a scoprire le decine di meraviglie ulteriori.

“Terra in Bocca” I Giganti (1971)

Il primo album italiano che affronti apertamente, e senza peli sulla lingua, il tema della mafia. I Giganti vengono dai successi beat degli anni Sessanta (Proposta, Una ragazza in due, Tema…) e si ritrovano al cambio di decennio in un mercato completamente mutato. I quattro vi si adattano sfoderando due suite che raccontano dell’omicidio di un giovane per punire la sfida del padre al potere mafioso. La conseguente vendetta di questi nei confronti di chi gli ha ucciso il figlio porterà il dramma a conseguenze estreme. Quarantacinque minuti toccanti che si snodano tra atmosfere acustiche, innesti jazz e aperture sinfoniche, coadiuvati da super session man del calibro di Vince Tempera, Ellade Bandini e Ares Tavolazzi (futuro Area). Le versatili voci del quartetto fanno il resto.

“Concerto Grosso per i New Trolls” New Trolls (1971)

Sulla scia di quanto proposto dai Deep Purple nel loro Concerto for Group and Orchestra (1969), anche i nostrani New Trolls si misurano con la fusione tra band rock ed ensemble di archi. Ciò con l’aiuto del futuro premio oscar Luis Bacalov che scrive e arrangia una serie di brani che uniti creano quello che nella musica barocca è definito “Concerto Grosso”. Il risultato è strabiliante, le due anime si compenetrano alla perfezione, con l’impeto quasi hard rock dei genovesi e le eleganti fioriture dell’orchestra: dal movimentato Allegro allo struggente Adagio, continuando con il tributo a Jimi Hendrix di Shadow. Sul lato B i New Trolls cambiano completamente faccia dando sfogo al loro lato più selvaggio e irruento in venti minuti di improvvisazione hard/psichedelica. Di lì a poco altre due blasonate band approfitteranno dei servigi orchestrali di Bacalov: gli Osanna con Preludio, Tema, Variazioni, Canzona, (1972, colonna sonora di Milano Calibro Nove di Fernando Di Leo) e i romani del Rovescio Della Medaglia per Contaminazione (1973, basato sul Clavicembalo ben temperato di Johan Sebastian Bach).

“Ys” Balletto di Bronzo (1972)

Altro concept che racconta dell’ultimo uomo rimasto sulla terra. Questi si ritrova a vagare in una landa spettrale e col passare del tempo viene privato della vista, dell’udito e della parola, fino a venire straziato da una non precisa entità. Il geniale tastierista Gianni Leone concepisce un’opera fuori da ogni logica, completamente originale nel suo fondere ritmi e armonie della musica dodecafonica con la violenza del rock più oscuro. Ys è un capolavoro di una tetraggine che fa realmente paura, con i suoi cori allucinati, i continui cambi di tempo, le sfuriate chitarristiche al limite del noise, gli accordi sepolcrali con i quali conclude il viaggio dello sventurato protagonista. Straniante fin dalla copertina, con quattro dagherrotipi di una sorridente donna di inizio novecento. Un vero viaggio nell’orrore.

“Banco del Mutuo Soccorso” Banco del Mutuo Soccorso (1972)

Il primo album di una formazione tra le più importanti e originali della musica italiana, con una proposta musicale che prende le mosse da certe atmosfere care a EL&P e ai Gentle Giant ma si sviluppa in maniera originale, sospinta dalla bravura dei fratelli Nocenzi (Gianni al pianoforte e Vittorio alle tastiere, quest’ultimo anche principale compositore) e dalla voce del fenomenale Francesco Di Giacomo, che porta il melodramma italiano all’interno del rock. Banco del Mutuo Soccorso (con il vinile racchiuso in una rarissima copertina a forma di salvadanaio), contiene diversi classici della band romana, da R.I.P. a Metamorfosi. Ma la vera delizia è il lato B, quasi interamente occupato da Il giardino del mago, la suite più bella di tutto il prog italiano. Un viaggio oltre la solitudine e la morte, tra visioni e profumi della fanciullezza, con testi e momenti musicali che sono vera poesia.

“Inferno” Metamorfosi (1972)

Una delle peculiarità del prog italiano è stata quella di prendere spunto da famose opere letterarie del passato, in questo caso addirittura la Divina Commedia, per proporne una versione musicale che serva ai giovani ascoltatori anche per trovare interesse ad avvicinarsi all’originale. I romani Metamorfosi si calano nell’inferno dantesco offrendo una lunga suite che occupa entrambe le facciate, divisa (chiaramente) in gironi. La musica è un vero bombardamento di tastiere analogiche, dal suono grasso e spaziale. Con la voce stentorea di Jimmy Spitaleri che interpreta il sommo poeta e che trasla le invettive dantesche al presente, smascherando i mali della società moderna.

“Storia di un minuto” Premiata Forneria Marconi (1972)

Caposaldo del prog a livello internazionale, il primo album della PFM è spinto dal successo di classifica di Impressioni di settembre, che fa a meno del ritornello e lo sostituisce con il celeberrimo tema di Moog. Il disco pone l’ascoltatore e osservare la giornata di un uomo, dal risveglio alla notte: momenti di felicità misti ad angosce esistenziali e relativi saliscendi musicali a seguire questi stati d’animo. La PFM inserisce per la prima volta elementi presi dal folk italiano dandone una versione rockeggiante tinta dall’elettronica dei sintetizzatori. Nasce il rock mediterraneo, con È festa a sottolineare questa fusione che diventa un vero marchio di fabbrica della formazione milanese e che sottolineerà gli arrangiamenti del famoso tour con Fabrizio De André.

“Quella Vecchia Locanda” Quella Vecchia Locanda (1972)

Il tema del viaggio è forse il fattore più presente all’interno dei dischi prog italiani dei Settanta. Viaggi che sono scoperte di sé, lontani dalle convenzioni e dalle imposizioni. Quella Vecchia Locanda, formazione proveniente ancora una volta da Roma, offre uno di questi viaggi rivestendolo di atmosfere classicheggianti, con un accentuato uso del violino e un flauto assai vicino a quello di Ian Anderson dei Jethro Tull. Il protagonista lascia indietro la sua vecchia vita per andare incontro a un ignoto fatto di dubbi e incertezze ma anche di libertà. Negli anni Settanta non erano pochi i giovanissimi che scappavano di casa per sfuggire alla chiusura della famiglia e cercare nuove esperienze. Dischi come questo ne erano la colonna sonora.

“Melos” Cervello (1973)

La fascinazione per la mitologia greca è una delle caratteristiche del prog, e l’Italia non poteva essere da meno. In generale tutto ciò che c’è di antico, arcano, polveroso e oscuro, entra facilmente a far parte dei dischi dell’epoca. I napoletani Cervello (con Corrado Rustici, in seguito famosissimo produttore di Elisa, Zucchero e altri, in formazione) sembrano realmente uscire da qualche tragedia ellenica. La loro musica (che stranamente fa a meno delle tastiere) è quella dei culti misterici della Grecia antica: oscura, ossessiva, con pochi lampi di luce subito ricacciati indietro dal sabba. Un solo disco ma di grande fascino.

“Alphataurus” Alphataurus (1973)

Anche loro inizialmente influenzati da EL&P, i milanesi Alphataurus ci mettono poco a sganciarsi dal modello madre per proporre un album (dalla coloratissima tripla copertina apribile) assolutamente personale, con sprazzi hard sospinti da un ruggente organo Hammond ed emozionanti aperture sinfoniche. L’amalgama non eccede mai in barocchismi, il suono è forte e compatto, con la potente voce di Michele Bavaro a cantare di un uomo alla ricerca della propria identità perduta.

“Zarathustra” Museo Rosenbach (1973)

Punta di diamante del “genere-non-genere” il Zarathustra dei liguri Museo Rosenbach è uno di quei dischi diventati di culto assoluto in Giappone. E si capisce perché. Si tratta di un vero concentrato di prog italiano 100%, con lussureggianti atmosfere sinfoniche miscelate da un gusto totalmente nostrano. La possente suite omonima del lato A (ispirata, come tutto il disco, dagli scritti di Nietzsche) è perfettamente esemplificativa di ciò, con un’apertura di Mellotron da paura e una serie di cambi di tempo e atmosfera sospinti dalla voce roca di Stefano “Lupo” Galifi. Il cantante proviene dal blues, e riesce a instillare in un tessuto così classicheggiante la spinta passionale del suo genere d’elezione. Un connubio perfetto. Da segnalare la presenza in formazione del batterista Giancarlo Golzi, destinato a futuro successo con i Matia Bazar.

“Palepoli” Osanna (1973)

Il prog che nasce a Napoli fa da culla al cosiddetto Neapolitan power, la scuola che vedrà il battesimo dell’astro di Pino Daniele e di tutta una serie di altri musicisti indaffarati a mischiare le tradizione partenopea con il jazz e il rock. Gli Osanna ne sono i capostipiti. Nella loro musica c’è tutta la visceralità del capoluogo campano, i suoi ritmi mischiati con i consueti richiami classicheggianti. Palepoli (“Città vecchia”, antico nome latino di Napoli che poi si trasformerà in “Città nuova”) è oscuro e labirintico come i vicoli in cui è nato. Profuma di quei luoghi e in quei luoghi fa perdere l’ascoltatore fino a imprigionarlo completamente.

“Felona e Sorona” Le Orme (1973)

Reduci dal grande successo di Uomo di pezza (1972) dal cui era stato tratto il singolo Gioco di bimba, aspramente contestato dal pubblico più politicizzato per il suo ottimo piazzamento in classifica (sinonimo di aver ceduto alle spire capitalistiche), il trio veneto de Le Orme decide di puntare in alto con un concept (e relativa suite a coprire tutto l’album) a tema fantascientifico: due pianeti che vivono rispettivamente nelle tenebre e nella luce e tutta una serie di vicende a loro collegate. Ciò che può sembrare un racconto di fantasia racchiude in sé una serie di metafore sulla diseguaglianza, metafore che i tre mettono in musica con un afflato cosmico fatto di grandiose atmosfere tastieristiche che ben si sposano all’aggraziata voce di Aldo Tagliapietra.

“Concerto delle menti” Pholas Dacrtylus (1973)

Un vero delirio sonoro in cinquantatré minuti. Uno dei dischi più allucinati mai pubblicati, con un substrato sonoro che si muove tra psichedelia e jazz più o meno free. Pochi squarci di luce si alternano a lunghi momenti di buio nerissimo. Paolo Carelli, voce della band che prende il nome da una conchiglia, non canta, declama con fare teatrale di paesaggi apocalittici, immagini di un futuro funesto e incubi degni di Lovecraft.

“Crac” Area (1974)

Ovvero di come il rock incontrò la politica facendo scaturire un’energia che muove muscoli e cervello. Il disco più accessibile targato Area e anche il più completo. Con le consuete cavalcate jazz-rock al fulmicotone unite a canzoni che hanno fatto storia, tra cui il manifesto Gioia e rivoluzione. Non è musica semplice ma all’epoca essere impegnati voleva dire anche sforzarsi di superare i propri limiti nell’ascolto musicale. Questo per far sì che il cervello si aprisse e la realtà fosse percepita in maniera più completa e critica, affinché la lotta di classe fosse portata avanti con coraggio e intelligenza. Gli Area e artisti similari servirono proprio a questo, a non addormentarsi, a non essere passivi, a sfidare il potere anche grazie a un contrabbasso che può trasformarsi in “un mitra che ti spara sulla faccia”.

“Biglietto per l’Inferno” Biglietto per l’Inferno (1974)

Droga, isolamento, rifiuto dei dogmi sociali e religiosi. Tutte le problematiche tipiche di un giovane dei primi anni Settanta sfilano qui in cinque brani pregni di una rabbia e di una frustrazione che ancora oggi colpiscono come pugni in faccia. I Biglietto per l’Inferno, da Lecco, passano alla storia per l’inedita fusione delle tipiche istanze classicheggianti con un furente hard rock di marca Deep Purple/Uriah Heep. Il cantante Claudio Canale è completamente coinvolto nella dolorosa storia che narra, quella di una sconfitta, di una morte, di una perdita delle illusioni. Anni dopo, sentendosi inadeguato alla società, lo stesso Canali prenderà i voti e entrerà in una comunità monastica.

“Introspezione” Opus Avantra (1974)

Gli Opus Avantra si propongono come punto di incontro tra avanguardia e tradizione. Ovvero, il pop e la musica classico-contemporanea. Una sfida che può considerarsi vinta, soprattutto nel primo album dell’ensemble veneto capitanato dalla cantante e performer Donella Del Monaco, nipote del celebre tenore Mario. Introspezione è un incanto di atmosfere decadenti, tra filastrocche infantili, vecchie bambole, carillon, altalene, crisi esistenziali, sensualità e morbosità varie. Il dream pop che dai Cocteau Twins arriva fino ai Beach House, inizia anche un poco da qui.

“Napoli Centrale” Napoli Centrale (1976)

Dopo gli Osanna, gli alfieri del Neapolitan power che sta nascendo sono i Napoli Centrale di James Senese (sax e voce), figlio di una napoletana e di un soldato statunitense afroamericano. James ha il jazz e il soul nel sangue, e lo trasmette in maniera esplosiva. I Napoli Centrale esordiscono nel 1975 con Franco Del Prete alla batteria, l’inglese Tony Walmsley al basso e l’americano Mark Harris alle tastiere. Il disco omonimo è irresistibile: rock, funky, jazz e folk napoletano in una miscela unica, con cambi di scena inaspettati e testi che si schierano dalla parte degli emarginati e degli sfruttati. Il singolo Campagna arriva anche in classifica, il testo dice già tutto: “Campagna, campagna / comme è bella ‘a campagna / È cchiù bella pe’ ‘e figlie / do padrone della terra / ca ce vene sulamente / cu ll’amice a pazzià / ma po’ figlio do bracciante / ‘a campagna è n’ata cosa / ‘a campagna è sulamente / rine rutt’ e niente cchiù”.

“Aquile e scoiattoli” Latte e Miele (1976)

Nel loro ultimo album del decennio i genovesi Latte e Miele spingono l’acceleratore sul sinfonismo, ma lo fanno in maniera sobria. Nella sua “fine stagione” (gli anni tra il 1975 e 1977) il prog diventa meno barocco e si contraddistingue per opere dal suono più fresco e originale. La suite che occupa il secondo lato di Aquile e scoiattoli (Pavana) è perfettamente esplicativa di questa tendenza, con un generale ritmo più rilassato e moderno, senza i continui cambi che hanno caratterizzato molte delle uscite di qualche tempo prima, ma non per questo meno trascinante. Attenzione infine alla copertina con la bambina nuda, oggi sarebbe censurata all’istante.

“Picchio dal Pozzo” Picchio dal Pozzo (1976)

Uno dei dischi più canterburiani usciti in Italia, con tanto di dedica a “Roberto Viatti” (Robert Wyatt). La musica di Picchio dal Pozzo è puro jazz-rock stralunato che si muove su coordinate simili a quella dei Matching Mole, degli Hatfield And The North, del suddetto Wyatt e dei Gong. Detta così potrebbe sembrare una proposta poco originale, ma la sensibilità tutta italica del quartetto crea il miracolo. I PdP riescono allo stesso tempo a essere derivativi e totalmente originali, provare per credere. A ciò si aggiunge inoltre un amore per il nonsense surreale che rende meno serioso un tessuto sonoro di grande complessità.

“Forse le lucciole non si amano più” Locanda delle Fate (1977)

Il prog si congeda dalla grandi masse di pubblico con un disco che torna alle sue atmosfere più romantiche e struggenti, figlie dei primi Genesis e di certe pagine del Banco del Mutuo Soccorso.
Forse le lucciole non si amano più è un’opera permeata da una grande malinconia, con il pianoforte sugli scudi, grandi atmosfere e una ritmica creativa a sostenere la voce di Leonardo Sasso, ottimo discepolo di Francesco Di Giacomo che narra di sogni infranti, di ideologie perdute e di nostalgie di gioventù (da notare che i protagonisti del disco hanno tutti intorno ai vent’anni al momento dell’incisione). Un vero canto del cigno.

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