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I 20 dischi fondamentali del krautrock

Dagli Amon Düül ai Kraftwerk, ecco il meglio di quel che Julian Cope ha definito «cazzuto rock cosmico trascendentale suonato da poeti-druidi visionari in anfetamina»

Kraftwerk

Foto: Fröhling/Kraftwerk/Getty Images

Nel suo essenziale tomo Krautrocksampler Julian Cope esprime una sua ben chiara idea nei riguardi del krautrock: «Non è stata semplicemente la musica dei gruppi rock tedeschi nei primi anni ’70. È stato uno stile di vita prepotentemente pre-punk a cui giunsero solo pochi pionieri: gli Ur-punk, i veri iniziatori. Il krautrock è ciò che sarebbe stato il punk se fosse stato tutto nelle mani di Johnny Rotten: una specie di odissea gnostica a base di sballo pagano, LSD ed esplora-il-dio-che-hai-dentro-liberando-il-mostro-che-hai-dentro. Una sorta di Hawkwind più grandiosi, ma senza fantascienza da Giorno del Giudizio. Il krautrock è rimasto nascosto agli occhi di un pubblico probabilmente ignaro di quella sacra combinazione di Stooges, Sun Ra e MC5 tutti sullo stesso palco. Un cazzuto rock cosmico trascendentale suonato da poeti-druidi visionari in anfetamina e suuuuper-fuo-ri-di-testa!» .

Se tutto questo lo dice il folle Julian non avete che da crederci. In realtà poi il genere non vede tra le file unicamente proseliti del suono più lercio e sballato, come piace a Cope. Dentro c’è anche il folk, c’è il prog, c’è il misticismo e soprattutto tantissima elettronica che il krautrock contribuirà a sdoganare fino a renderla elemento base di ogni musica moderna. Il krautrock influenzerà artisti come David Bowie, contribuirà alla nascita della new wave, dello shoegaze, del post rock, della techno, dell’ambient e della new age.

Ma da dove nasce il krautrock? Soprattutto dal desiderio dei figli di coloro che avevano vissuto i disastri della Seconda guerra mondiale di svoltare, costruire una Germania nuova che non abbia più nulla a che fare con croci uncinate, genocidi e farneticanti proclami. Una cesura totale e una vera rivoluzione affidata all’arte.

Ecco così venire alla luce, dalle cantine di molte città tedesche, una serie di artisti che non si accontentano di scimmiottare il rock proveniente dai Paesi anglosassoni, ma ne offrono una loro versione, spesso inquieta, venata di quel malessere che ancora stagna nell’inconscio, con un misticismo drogato, come se i Velvet Underground avessero tentato di farsi una vacanza nella comunità del Maharishi Yogi di beatlesiana memoria finendo per spaccare tutto. Altrove ci si assenta dalle miserie umane guardando al cosmo, oppure ci si chiude in sporchi capannoni abbandonati a giocare con sintetizzatori e batterie elettroniche, o si fanno viaggi alla scoperta di suoni di altre terre, di altre religioni.

Insomma, tutta una serie di musiche tutt’altro che reazionarie, ma anzi in continuo movimento, che se ne fregano di assecondare i gusti della massa, ma portano avanti un loro credo. Un vero caleidoscopio di invenzioni che in poco tempo raccoglierà una gran massa di proseliti. Varcati i confini della Germania il suono verrà definito (in senso denigratorio) krautrock sulle pagine del settimanale inglese Melody Maker. Indipendentemente dagli intenti tale sigla rimarrà nel tempo a denotare tutto l’universo sonoro che questi artisti sono stati in grado di mettere in campo.

Ed eccoli i 20 essenziali per fare il giro del mondo kraut, con dentro il possibile e l’impossibile. Non è una classifica ma sono gli album (in ordine di uscita) che dovete assolutamente ascoltare per entrare tra le pieghe di un suono che è stato profondamente rivoluzionario e capire da dove provenga molta della musica di oggi.

“Tanz Der Lemminge” Amon Düül II (1971)

Quattro lunghi brani, uno per facciata, per un doppio album che ha nella monumentale The Marilyn Monroe-Memorial-Church il suo picco. Quasi 19 minuti di spasmi elettrici in collisione che prendono spunto dai Pink Floyd di A Saucerful of Secrets, ma si spingono anche oltre, verso la totale allucinazione e follia. Le suitesdelle altre facciate sono invece cavalcate elettriche tra i Grateful Dead e Stockhausen da assumere preferibilmente in stato di coscienza alterata.

“Ash Ra Tempel” Ash Ra Tempel (1971)

Tre pilasti del krautrock: Manuel Göttsching alla chitarra, Klaus Schulze alla tastiere e batteria, Hartmut Enke al basso. Amboss sulla prima facciata unisce il pre punk metallico di Stooges e MC5 all’avanguardia contemporanea. Traummaschine sull’altro lato è un vero sogno, metafisico e arcano come la sfinge di copertina. Dal buio completo, immobile, si fa sempre più inquietante fino alla catarsi che spacca le viscere.

“Imaginations of Light” Flute & Voice (1971)

Accendete gli incensi, sdraiatevi e lasciatevi andare a questo misconosciuto capolavoro, con sitar, chitarre elettriche, fiati, percussioni e un generale clima rilassato, beatifico. Altrove ci sono chitarre in punta di silenzio, come nella Moonchild crimsoniana, e lunghi minuti di trasporto meditativo tra oriente e occidente.

“Malesch” Agitation Free (1972)

Nel 1971 la neonata formazione degli Agitation Free ha modo di suonare in Egitto, Grecia, Libano e Libia. Durante il viaggio vengono inevitabilmente a contatto con i suoni di quelle terre che entreranno a far parte del loro background. Il risultato di queste esplorazioni è Malesch, album che è un vero mappamondo sonoro tra chitarre psichedeliche, sintetizzatori lanciati a manetta e world music ante litteram.

“Saat” Emtidi (1972)

Il duo formato dal tedesco Maik Hirschfeldt e dalla canadese Dolly Holmes tira fuori il più grande album di folk cosmico mai inciso. Con la Holmes dotata di una voce mesmerizzante in grado di trasportare l’ascoltatore verso i verdi pascoli dello spazio, specie quando è ammantata dalle spire luminose del Mellotron. Andare fuori di testa e corpo al suono del capolavoro Touch the Sun è un’esperienza da concedersi assolutamente.

“Hölderlins Traum” Hölderlin (1972)

Ancora folk psichedelico, sulla scia di quanto messo in scena nei momenti più sballati dei Jefferson Airplane. Gli Hölderlin possiedono però una sensibilità tutta germanica che si spinge a esplorare miti e leggende più o meno malate, archetipi interiori che si rispecchiano in un mix di atmosfere medieval-progressive e influenze indiane cosparse di idealismo hippy.

“Neu!” Neu!(1972)

Nel 1976 Bowie telefona a Michael Rother, chitarrista dei Neu!, per dirgli che lui e Brian Eno avevano ascoltato i loro dischi, che erano impazziti e lo volevano coinvolgere in un progetto a Berlino. I motivi sono oscuri, ma Rother rifiuta. Sta di fatto che questo e gli altri due album realizzati dalla sua band sono stati una delle più grandi influenze per la trilogia di Bowie. Piazzate Hallogallo sul piatto e capirete cosa ha fatto impazzire il Duca.

“Hosianna Mantra” Popol Vuh (1972)

La musica come forma di preghiera che unisce fedi di varia cultura. Il pianista e compositore Florian Fricke svicola dall’elettronica dei dischi precedenti e si concentra su una serie di partiture acustiche dando alla luce Hosianna Mantra, inno mistico di bellezza incomparabile, tra rintocchi di piano, chitarre lisergiche, oboe, tamboura e la voce di cristallo della coreana Djong Yun.

“Irrlicht” Klaus Schulze (1972)

Già ex Tangerine Dream ed ex Ash Ra Tempel, nel ’72 Klaus Schulze decide di fare dal solo in un monumentale affresco per giganteschi sintetizzatori che vanno a ghermire un’intera orchestra fino a creare un gorgo sonoro mai udito prima, con gli archi che collidono nel muro elettronico come una gigantesca nave spaziale che affonda lentamente in un buco nero.

“Zeit” Tangerine Dream (1972)

Con i Tangerine Dream il krautrock muta in musica cosmica, o Kosmische Musik, facendo sua la lezione dei Pink Floyd più avventurosi nella creazione di lunghe suite a tema spaziale. Il doppio Zeit è composto da quattro lunghi brani ai confini dell’universo, forti debitori delle atmosfere del 2001 kubrikiano. Un suono denso, cupo, quasi immobile a tratti, nel quale solo ogni tanto si intravede il bagliore di una galassia distante anni luce.

“Future Days” Can (1973)

I Can sono passati dalla furia avanguardista dei primi album al suono ovattato e ambientale di Future Days. Mentre Holger Czukay e i suoi accarezzano con rara sensibilità e inventiva gli strumenti, Damo Suzuki mette da parte le urla belligeranti e quasi sussurra, balbetta sul tessuto onirico e sinuoso. Nell’iniziale brano omonimo pare di ascoltare gli Air di molti anni dopo.

“Faust IV” Faust (1973)

Anche i Faust di IV in qualche modo ‘normalizzano’ il loro suono, dopo tre lavori senza compromessi. Non perdono però un grammo del loro fascino avantgarde, anzi provano a metterlo a disposizione di brani che si trasformano in qualcosa di inaudito. Post rock, post pop e post qualsiasi cosa, i Faust di canzoni come The Sad Skinhead o Jennifer saranno sempre il suono di domani. Attenzione poi al brano che si chiama Krautrock. Ci siamo capiti.

“Lord Krishna von Goloka” Sergius Golowin (1973)

Poeta, studioso e fulcro della controcultura svizzera, Sergius Golowin declama le sue lodi a Krishna in un tessuto sonoro tra Kosmische Musik, folk, progressive e musica indiana. Una vera enciclopedia del krautrock più mind expanding, perfetta colonna sonora per viaggi mistici e non. Con una pletora di bei nomi kraut quali Jurgen Dollase, Jerry Berkers e Harold Grosskopf dai prog rockers Wallenstein, il duo weird folk Witthüser & Westrupp e il guru Klaus Schulze.

“Tarot” Walter Wegmüller (1973)

Per il doppio Tarot di un altro svizzero fuori di testa, Walter Wegmüller, vale un po’ il discorso del disco precedente, con il quale ha in comune la presenza di molti musicisti (aggiungendo gli Ash Ra Tempel al completo). Ma qui ci si dimentica dell’afflato mistico e si parte dritti verso lo sballo cosmico totale. Una lunghissima jam free form con l’aiuto del meglio del meglio dei musicisti della scena Kosmische.

“Zuckerzeit” Cluster (1974)

L’altra faccia del kraut, quello minimale, elettronico ma non in senso cosmico, bensì più terreno, non-sballato e melodico. Il duo Cluster (che prima erano un trio, si chiamavano Kluster e facevano un bel po’ di casino in più) si immette sulla scia degli acquarelli proto-ambient cari all’Eno di Another Green World, con il geniale Brian infatti i due entreranno in bella combutta per due album essenziali.

“Musik von Harmonia” Harmonia (1974)

Stesso discorso sonoro del precedente, infatti gli Harmonia non sono altro che i Cluster più Michael Rother dei Neu! alle prese con un suono carezzevole come panna montata, con batterie elettroniche, sintetizzatori e le chitarre futuristiche di Rother a deliziare l’ascoltatore. Il solito Eno farà qualche jam con loro, pubblicata più avanti nell’ottimo Tracks and Traces a nome Harmonia ’76.

“Autobahn” Kraftwerk (1974)

Dopo due album spettrali e urticanti e un terzo che si lanciava a tentare nuove vie senza però chiarire nulla, i Kraftwerk imboccano l’autostrada della melodia elettronica. Più ancora di Cluster e Harmonia, il quartetto riesce ad azzeccare suoni e temi per sfondare nelle classifiche. Ciò grazie soprattutto alla suite che copre la prima facciata di Autobahn, un placido viaggio automobilistico in preda all’ipnosi.

“A Meditation Mass” Yatha Sidhra (1975)

Di nuovo un salto nel suono pre world music che tanto attrae la parte più fricchettona del movimento. A Meditation Mass è un buon viatico per un’altra dimensione, con quattro movimenti basati sulla trance, tappeti atmosferici lenti e plananti di tastiere, fiati e percussioni indiane tra gli Ash Ra Tempel più introspettivi e i Popol Vuh più mistici.

“La Düsseldorf” La Düsseldorf (1976)

Klaus Dinger è un batterista, prima nei Kraftwerk e poi nei Neu!. Ma non un semplice batterista bensì una vera macchina del ritmo: l’inventore del motorik, un 4/4 fisso e immutabile che caratterizzerà parte del Krautrock e diventerà un riferimento per molti musicisti a venire. Dopo i Neu!, Dinger forma i La Düsseldorf e incide il primo album, dal quale il Bowie di Low pescherà a piene mani e con Silver Cloud che è già il futuro.

“Ocean” Eloy (1977)

Con gli Eloy si arriva in territori prog sinfonici con pesanti accenti floydiani. Concept album basato sugli scritti di Platone riguardanti Atlantide, Ocean è magniloquente e atmosferico, dotato di un gusto tutto tedesco per gli intarsi di tastiere spaziali, come nella possente apertura di Poseidon’s Creation. I 15 minuti finali di Atlantis’ Agony at June 5th – 8498, 13 P.M. Gregorian Earthtime sono puro Ummagumma-sound in salsa krauta.

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