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I 20 dischi fondamentali del brit rock

Nell'agosto del 1995, ancora una volta, il rock britannico conquista il mondo, rimbalzando da una sponda all’altra dell’Atlantico. Ecco venti album fondamentali per capire il decennio dorato del brit rock

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Nell’agosto del 1995, due singoli si contendono le classifiche britanniche (e non solo): Country House dei Blur e Roll With It degli Oasis. Il paragone con la storica sfida tra Beatles e Rolling Stones è presto fatto e persino troppo scontato. Eppure, proprio come decenni prima, la storia si ripete: il rock britannico conquista il mondo, rimbalzando da una sponda all’altra dell’Atlantico.

E tutto ciò non accade certo da un giorno all’altro. C’è un anno preciso in cui il brit rock infiamma la scena: è il 1989, con l’esordio degli Stone Roses. Per oltre un decennio, da Manchester a Londra, da Oxford a Glasgow, le esperienze si moltiplicano, sono dissimili, peculiari, radio e tv sono dominate da una schiera di band uniche per stile e talento, in grado di ispirare ancora oggi. Questi artisti assorbono la lezione dei grandi, la trasformano cantando nella lingua del presente, alcuni di loro, basti pensare ai Radiohead, intraprendono la strada della rivoluzione compositiva e sonora. 

Ecco venti album fondamentali per capire il decennio dorato del brit rock classico, uno per band.

20. Kula Shaker, K (1996)

Per molti protagonisti della scena brit rock, gli anni Sessanta sono stati (a ragion veduta) un imprescindibile punto di riferimento, in bilico tra memoria storica e guida spirituale, tra la schiettezza dei Kinks e le sperimentazioni di Beatles e Stones. E poi ci sono loro, i Kula Shaker, che virano bruscamente verso la psichedelia e debuttano con K trascinando gli ascoltatori direttamente in India. Inoltre, Crispian Mills non si limita a una semplice evocazione, bensì arriva a cantare un brano, il singolo Tattva, con versi in sanscrito alternati all’inglese. Ancora, compare una cover di Hush dei Deep Purple, a confermare la peculiarità del progetto.

19. Supergrass, I Should Coco (1995)

Arrivano da Oxford, come i Radiohead, e non potrebbero essere più distanti da loro: I Should Coco dei Supergrass è un’elegia al divertimento, suonata a tutto volume, in accordi maggiori, senza alcuna remora. Appresa la lezione di immediatezza di realtà come i Buzzcoks, suonano tuttavia con una padronanza indiscussa, in un album che, canzone dopo canzone, non riserva nemmeno una battuta alla monotonia. In sostanza, i fratelli Coombes e soci sono tutt’altro che dilettanti e il singolo Alright, in breve, diventa un inno generazionale.

18. James, Gold Mother (1990)

Tim Booth non è un novellino e con la sua band è attivo già dal decennio precedente. Il successo arriva tuttavia proprio nel periodo di massimo splendore del rock britannico, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. In particolare, Gold Mother è il terzo disco della band di Manchester, nato dopo varie traversie discografiche, nonché consacrazione dei James tra politica e sentimento, melodie docili e impeti in crescendo. Per l’occasione, arrivano tra le fila del gruppo nuovi musicisti, tra i quali un violinista e un trombettista, ad ampliare il parco strumentale e l’orizzonte sonoro poiché, lezione sempre valida, il rock britannico non è fatto di sole chitarre e ballate discrete.

17. Ash, 1977 (1996)

Il riferimento al punk nel titolo non deve trarre in inganno, anche perché gli Ash, direttamente da Downpatrick, in Irlanda del Nord, non si pongono limiti di genere. Anzi, partendo proprio da questa considerazione, se l’immediatezza grezza del punk compare tra i riff di chitarra, le canzoni degli Ash si piegano a melodie morbide, creando un sound allo stesso tempo delicato e graffiante, in bilico tra il pop più genuino e il fervore rock. Un esempio su tutti? Il brano Girl From Mars.

16. The Charlatans, Tellin’ Stories (1997)

Nascono nella scena di Manchester, si scrollano le sue ceneri di dosso e di nuovo brillano nel brit rock: quella dei Charlatans è una carriera longeva, all’insegna di rinnovamento e prolificità, senza che mai l’ispirazione venga meno. Tellin’ Stories è il quinto album del gruppo, quello del successo (finalmente) arrivato, nonché della scomparsa di Rob Collins, tastierista e colonna portante della band, proprio durante le registrazioni. Al musicista  è dedicata Rob’s Theme e, nonostante il tutto, il risultato è un corpus compatto, senza eccessi, ne è un esempio il brano With No Shoes. A sottolineare i legami indissolubili tra le band britanniche, Martin Duffy dei Primal Scream sostituisce Collins alle tastiere in diverse tracce.

15. Lush, Split (1994)

Il secondo album dei Lush, un paio d’anni dopo il promettente esordio con Spooky, ha il retrogusto del disco incredibile, in grado di catturare l’ascoltatore senza remore. I brani di Split si inseguono e catturano l’uno dopo l’altro, dando vita a una sorta di concept, guidato dalla solida linea vocale di Miki Berenyi, forte di una maggior fermezza acquisita. Dagli otto minuti di Never-Never alla purezza pop di Lit Up, il disco si distacca dai canoni contemporanei, orbitando verso il dream pop tra atmosfere oniriche, timbriche vellutate, atmosfere eteree.

14. G.E.N.E., Olympian (1995)

Se le influenze di band come Jam e soprattutto Smiths sono da sempre state ampiamente trattate parlando dei G.E.N.E., di certo non esauriscono il discorso. Due anni dopo essersi trovati, pubblicano questo disco e si impongono per un gusto melodico d’eccezione, guidato da Martin Rossiter e dai suoi testi. La chitarra di Steve Mason marca un tratto distintivo, alternando limpide pennate acustiche ai riff distorti. Su questo, la sensibilità del gruppo ben evidenziata in Olympian con il tocco al pianoforte e organo, sorretta dagli archi. Una lezione certo appresa da Morrissey e soci, ma filtrata da una sensibilità altra, messa al mondo con una nuova vita, esempio di come la tradizione sia, sempre e costantemente, in continuo rinnovamento.

13. Travis, The Man Who (1999)

Al secondo album, i Travis cambiano produttore e, per conseguenza, registro: con Nigel Goodrich, già al lavoro con Beck e Radiohead, ammantano quest’opera di una vena malinconica inedita per la band. Non solo, gli scozzesi prendono il largo dalle origini, la vocalità di Fran Healy emerge nelle sue molteplici sfumature, gli arrangiamenti evidenziano, nelle strutture solide dei brani, finezze compositive, sonorità curate (il singolo, ancora oggi inossidabile, Why Does It Always Rain on Me è solo un esempio). Così l’album, pubblicato sul finire degli anni Novanta, diventa una pietra miliare per il nuovo millennio.

12. Mansun, Attack Of The Grey Lantern (1997)


Gli archi di The Chad Who Loved Me, che sfumano nelle pennate alla chitarra acustica e scivolano sui tocchi all’elettrica, sono solo il preludio alla grandiosità del debutto dei Mansun. Un disco in cui ogni brano racchiude un universo a sé stante, in continua evoluzione ritmica e melodica, fin quasi a sfiorare le atmosfere psichedeliche, basti pensare a Taxloss. Questo disco, e i Mansun stessi, sono esenti da ogni etichetta, eppure portano alla memoria tradizioni gloriose, come la lezione di David Bowie, nell’abbattere i confini tra generi e donarsi alla propria ispirazione.

11. Elastica, Elastica (1995)

All’inizio degli anni ‘90, Justine Frischmann lascia gli Suede e fonda la propria band. Tre anni (e qualche singolo) dopo, il disco d’esordio fila dritto al primo posto in classifica, come accade qualche tempo prima per Definitely Maybe. L’esperienza delle Elastica è breve ed elettrizzante come una saetta, lo stesso disco rincorre la metafora del fulmine, con sedici canzoni che si susseguono in appena quaranta minuti. I versi ricalcano il binomio sesso e rock’n’roll strappandolo dal mito e calandolo nella realtà, i riff si susseguono incastonati in brani che diventano veri e propri classici (con tanto di accuse di plagio a Wire e Stranglers).

10. Manic Street Preachers, This Is My Truth Tell Me Yours (1998)

Il primo disco dei Manics da trio, dopo la scomparsa di Richey Edwards: il musicista, colto, di talento, autore di canzoni oltre che chitarrista della band, sparisce misteriosamente nel 1995 e, da quel giorno, non si sa nulla di lui. Edwards non viene sostituito, bensì la formazione si ridimensiona, la cicatrice prova a rimarginarsi adattando il processo creativo e lo stesso sound della band al nuovo contesto, emergendo con rinnovata forza. Così, la componente sociale e politica non arretra di un passo, le sonorità sono piene e imponenti: i due elementi sono abbracciati con una forza ancora più intensa e il disco diventa, suo malgrado, simbolo di una rinascita.

9. Gomez, Bring It On (1998)

I Gomez sono una di quelle band in grado di lasciare il segno già con il proprio album di debutto. E non potrebbe essere altrimenti con Bring It On, striato da venature blues, soggiogato dalla purezza delle melodie, incatenato alla linea vocale di Ian Ball e alle chitarre di Ben Ottewell (ne è un esempio un brano come Get Myself Arrested). Il disco è pubblicato nel 1998, quando la spinta creativa britannica sembra sbiadire pericolosamente: i Gomez riaccendono la speranza, suonano il blues come se avessero il fango del Mississippi sulle scarpe, lo fanno con la finezza dei maestri e non perdono d’occhio il presente, dando vita a un unicum ammirevole.

8. Suede, Coming Up (1996)

Il terzo disco della band arriva dopo l’addio del chitarrista Bernard Butler, nonché svariati problemi interni alla formazione. Eppure, nonostante le premesse poco ottimiste, è l’album che fa sbarcare gli Suede oltreoceano. Rispetto al precedente Dogman Star, ora si punta all’essenziale, agli inserti orchestrali sono preferite massicce dosi di chitarre e tastiere, stabilendo la formula dell’equilibrio perfetto. Le sei corde del nuovo arrivo, Richard Oakes, sono puntuali, essenziali e allo stesso tempo solenni. Nascono così  The Beautiful Ones e

Trash, in bilico tra candore e sensualità, emarginazione e malinconia, che risuona dell’eco di strade e locali notturni londinesi.

7. The La’s, The La’s (1990)

Un disco, omonimo, pubblicato nel 1990, dopo varie traversie: tanto basta ai La’s per creare una pietra miliare. Nata a Liverpool alcuni anni prima, la band segue l’estro di Lee Mavers fino allo scioglimento. Affondano l’ispirazione nel pop anni ‘60 per dare alle melodie nuova vitalità e lustro contemporaneo, ne è un esempio il singolo There She Goes, come se abbattere il confronto con un ingombrante passato, spianando la via alla rinascita del genio britannico, sia l’unica via d’uscita per una rinascita della musica albionica. Nel disco dei La’s non c’è nostalgia, bensì schiettezza melodica, sensibilità nel fraseggio, un’anima distintiva da tutti i contemporanei. Nota a margine: Il bassista John Power fonderà un’altra band di rilievo del rock britannico, i Cast.

6. The Verve, Urban Hymns (1997)

Il terzo album in studio dei Verve, è uno scrigno che racchiude tutto il loro potenziale: da un lato le strutture melodiche e armoniche allo stesso tempo complesse e avvolgenti, dall’altro la profonda abilità cantautoriale di Richard Ashcroft. Urban Hymns è un disco complesso, a tratti intricato, eppure in grado di arrivare dritto all’anima. L’attacco di Bitter Sweet Symphony, con The Last Time degli Stones nella versione orchestrale di Andrew Loog Oldham, è un classico senza tempo, la scarna e viscerale The Drugs Don’t Work è puro incanto dettato da linea vocale e talento assoluto. 

5. Pulp, Different Class (1995)

Negli anni Novanta, Jarvis Cocker e i suoi arrivano con anni di esperienza: pubblicano diversi album con etichette indipendenti, assorbono le influenze più diverse nei circuiti live, sono essi stessi fonte d’ispirazione ed emulazione. Poi, nel 1995, il loro singolo Common People arriva in radio (e in tv) e il resto è storia.  Per i critici inglesi, il titolo del disco affonda le radici in quelle divisioni e lotte di classe mai sedate nel Regno Unito, arrivando perciò dritto al cuore di chiunque ascolti le sue tracce, ma non basta. I Pulp, maestri sul palco e in studio, si fiondano dritti tra la polarità Blur e Oasis: Cocker è l’intellettuale, un weirdo nato nelle periferie, che di queste canta con innata classe. E i Pulp sono nel Gotha della musica britannica.

4. Radiohead, The Bends (1995)

A metà del percorso tra l’urgenza espressiva di Pablo Honey e la rivoluzione di Ok Computer, ecco il secondo album della band di Oxford. Tra le distorsioni schizofreniche di Just e la vibrante, purezza acustica che inaugura Fake Plastic Trees, ogni canzone del disco è una storia a sé, dallo sviluppo in grado di eludere l’orizzonte di attesa dell’ascoltatore e non solo: le singole tracce e l’intero album sono in grado di rivelare, dopo ogni ascolto, nuove atmosfere, dettagli, suoni. The Bends scorre sull’abisso dell’ignoto che sarà poi esplorato successivamente dalla band, ancora con i piedi per terra, ma pronta a librarsi nel cielo. Con qualche anno di anticipo rispetto a tutti gli altri, persino agli stessi Radiohead, è un commiato alla tradizione e sguardo al futuro del rock.

3. The Stone Roses, The Stone Roses (1989)

Manchester, primi anni ‘80: il futuro viene scritto qui, quando gli Stone Roses iniziano a suonare insieme.  Scocca così la scintilla che accende da un lato il rock contemporaneo dell’altro la scena elettronica di Madchester, mescolando tendenze diverse come dub e hip hop. Bisogna attendere la fine del decennio, nel 1989, per il l’omonimo album di debutto. L’impronta vocale di Ian Brown diventa modello per le generazioni successive, primi fra tutti Liam Gallagher e Tim Burgess, accompagnata dalla chitarra di John Squire e dalla timbrica puntuale di Reni Wren e Mani Mounfield, tutti musicisti di talento eccellente. Un guizzo, una sferzata alla storia della musica recente.

2. Blur, The Great Escape (1995)

Il suono delle periferie, il ritratto dei personaggi che si aggirano tra esse e prendono voce nelle melodie luminose, in una produzione limpida. Nel quarto disco dei Blur, in brani come Country House e Charmless Man, emerge un contrasto straniante tra versi e melodie, il disagio mascherato nella ritmica, tra gli accordi acustici di Best Days e l’incedere degli archi di The Universal. È un disco dalle molteplici sfaccettature, a più livelli di interpretazione e non solo per i testi di Albarn: le chitarre di Graham Coxon sperimentano nuovi territori, le linee melodiche sono affiancate da un parco strumentale ampio, che non disdegna l’elettronica e tocchi sinfonici, come archi e corni. Il brit rock guarda avanti, racconta il presente e sussurra al mondo di domani.

1. Oasis, (What’s The Story) Morning Glory? (1995)

Se Definitely Maybe è stato definito il miglior esordio di sempre, con What’s The Story Morning Glory gli Oasis coniano una matrice del brit rock, imitata, rinnegata, ma eterna. Il nichilismo di una generazione perduta, la speranza di una rottura con gli schemi del passato e di una rivalsa, la corsa da Burnage a Wembley. Tutti questi elementi sono distillati nella musica: dalla chitarra di Noel Gallagher alla voce abrasiva di Liam, gli amplificatori si abbassano, le asperità si smussano, il disegno è compiuto, con il tocco di tastiere e archi. C’è un intero universo in questo album, che dalla realtà trae linfa vitale per trasformarla in musica, senza filtri, senza schemi, scolpita nel tempo.