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I 10 testi fondamentali dei Rush

Le canzoni scritte dal batterista Neil Peart sono un mix di citazioni letterarie, scenari fantasy, ambientazioni fantascientifiche, speculazioni filosofiche. Sono inni all’individualismo e al libero arbitrio. Ecco i più significativi

I Rush nel 1978. Da sinistra, Alex Lifeson, Neil Peart, Geddy Lee

Foto: Fin Costello/Redferns

Ricordare Neil Peart come uno dei più grandi batteristi della storia del prog e dell’hard rock è inevitabile. Considerarlo semplicemente come strumentista rischia di mettere in secondo piano il suo ruolo di autore di (quasi) tutti i testi dei Rush. Scrittore colto e raffinato, aveva un’idea forte di libertà che portava avanti con coerenza ed esprimeva in varie forme. Idea che per un certo periodo ha trovato linfa nelle opere di Ayn Rand, paladina dell’oggettivismo e faro della destra liberista americana. Una fonte d’ispirazione che ha contribuito a catalogare i Rush come gruppo di destra. Ridurre Peart a questo sarebbe ingiusto. Nelle sue canzoni si mescolano citazioni letterarie, scenari fantasy, ambientazioni fantascientifiche, speculazioni filosofiche sul senso della vita. Ecco 10 canzoni che lo provano.

1. “Anthem” (1975)

Neil Peart entra nel gruppo quando la macchina si sta avviando. Nel 1974 la band ha pubblicato il primo album eponimo con John Rutsey alla batteria, presenza fugace che si fa ben presto da parte per lasciare spazio a Peart, che debutta con l’album Fly by Night. Con il suo ingresso cambia tutto. Da un punto di vista ritmico, ma soprattutto dei testi. Peart mette subito sul tavolo le sue influenze filosofiche scrivendo un brano che prende spunto direttamente da un’opera di Ayn Rand, Anthem appunto. In pochi versi il pezzo riassume il concetto base dell’oggettivismo: l’individuo è al centro di tutto e il suo obiettivo è quello di vivere per la propria felicità e difendere i propri valori. “Vivi per te stesso / Non c’è nessun altro per cui valga la pena vivere”.

2. “2112” (1976)

Con un concept incentrato su una società totalitaria in un futuro distopico in cui la libertà di espressione è stata bandita, la lunga suite è ispirata ancora una volta ad Anthem di Ayn Rand, al punto che la scrittrice viene citata nei crediti. A governare una federazione interstellare sono i sacerdoti del tempio di Syrinx che hanno potere di decidere cosa debba piacere o non debba piacere alle persone. “Ci siamo presi cura di ogni cosa / Le parole che leggi / Le canzoni che canti / Le immagini che ti danno piacere”. Il brano è una lunga suite che mette alla berlina la società totalitaria in cui individualismo e creatività sono cancellati, con chiari riferimenti al socialismo reale. Dal punto di vista della costruzione letteraria, Peart alterna i punti di vista, passando dai sacerdoti al protagonista. Quando questo riscopre una chitarra abbandonata, strumento proibito, la porta ai sacerdoti convinto che la musica risveglierà le coscienze. “Ascoltate la mia musica / Guardate cosa può fare / Qui c’è qualcosa forte come la vita / So che vi colpirà”. La reazione dei sacerdoti è di totale rifiuto e censura e l’uomo sceglierà la più estrema forma di libertà possibile, togliendosi la vita. “Penso a cosa la mia vita sarebbe / in un mondo come quello che ho visto / Non posso andare avanti / Sopportare questa esistenza fredda e vuota”. 

3. “Xanadu” (1977)

Il pezzo incluso in A Farewell to Kings si rifà a Kubla Khan, uno dei poemi più celebri di Samuel Taylor Coleridge, esponente del romanticismo inglese e fonte di ispirazione anche per altri gruppi metal (vedi The Rime of The Ancient Mariner degli Iron Maiden). Ne risulta uno dei brani più poetici e filosofici (e anche tra i più complessi dal punto di vista lessicale) di Peart, che affronta qui il tema dell’immortalità. Dopo aver cercato il regno mitico di Xanadu, il protagonista vi si ritrova intrappolato: “Per assaporare il mio amaro trionfo / Come un pazzo uomo immortale”, “Perché ho cenato con i frutti più dolci / E bevuto il latte del Paradiso / Ma questo è paradiso?”.

4. “The Spirit of Radio” (1980)

Non ci sono solo ispirazioni esotiche e fantasiose nell’immaginario di Peart che, quando necessario, sa essere molto concreto e calato nell’attualità. E così in apertura di anni ’80, mentre i Rush cambiano pelle abbandonando lo stile più strettamente prog, Peart dedica una canzone a CFNY, una radio di Toronto che trasmette musica ‘alternativa’. È un inno alla libertà di espressione con la consapevolezza che mantenerla è tutt’altro che facile. “A qualcuno piace credere nella libertà della musica / ma premi scintillanti e compromessi senza fine / fanno a pezzi l’idea di integrità”, scrive chiamando in causa l’industria discografica.

5. “Freewill” (1980)

L’allergia di Peart ad autorità che mettano il naso nei destini delle persone non si limita alla vita terrena e politica. La religione non può non entrare nella sua poetica. Contenuta nell’album Permanent Waves, sin dal titolo Freewill è un’affermazione della libertà di scelta. Nel ritornello, poi, diventa evidente l’importanza di poter scegliere il proprio cammino in perfetta autonomia e non sotto l’influenza una fede cieca: “Puoi scegliere tra paure fantasma e una gentilezza che può uccidere / Io sceglierò un cammino che è chiaro, io sceglierò il libero arbitrio”. 

6. “Tom Sawyer” (1981)

Scritta prendendo spunto da un poema del paroliere canadese Pye Dubois ispirato al romanzo di Mark Twain, Tom Sawyer ritrae un moderno ribelle, il cui obiettivo è ignorare i dettami di una società soffocante. “No, la sua mente non è in vendita / Per nessun governo o dio / Sempre pieno di speranza e ancora scontento / Sa che i cambiamenti non sono per sempre”. Nel testo di Peart il ragazzo di Twain diventa un guerriero gentile: “Non liquidarlo come arrogante / La sua riservatezza è una difesa silenziosa”.

7. “Red Barchetta” (1981)

In questo brano la libertà diventa una Ferrari Barchetta da guidare a tutta velocità sfidando le leggi. Ispirandosi al racconto di Richard Foster A Nice Morning Drive, Peart descrive una società in cui alcune tipologie di automobili sono fuori legge per impedire incidenti mortali. Il protagonista però può mettere le mani su un bolide che lo zio ha messo al sicuro in un posto nascosto. E da lì correre veloce fuori dalle recinzioni. È un’altra grande metafora della libertà di pensiero e della creatività. 

8. “Witch Hunt” (1981)

In un repertorio vasto come quello della band canadese è quasi inevitabile che qualche canzone di valore finisca con l’essere dimenticata. Nel caso dei Rush, Witch Hunt è una delle più sottovalutate. Inserita in Moving Pictures, ha rischiato di fare per anni da Cenerentola in mezzo a brani di quell’album ben più famosi. Ma assume tutt’altro peso riletta oggi: benché scritta nel 1981, sembra una fotografia della nostra società. Inizia con quello che pare il racconto cinematografico di una caccia alle streghe nel Medioevo. Torce che bruciano nella notte, immagini di possessione demoniaca. Ma il brano a un certo punto si astrae dalla vicenda concreta per assumere un carattere universale. “Dicono che ci sono stranieri che ci minacciano / I nostri immigranti o gli infedeli / Dicono che c’è qualcosa di sconosciuto che ci mette in pericolo / Nei nostri teatri e sugli scaffali delle librerie”. E il finale della canzone è un quadro preciso di come la paura spesso tiri fuori il peggio dall’uomo: “Veloci a giudicare, veloci a infuriarsi / Lenti nel capire / Ignoranza e pregiudizio e paura vanno di pari passo”. Ricorda qualcosa?

 9. “Roll the Bones” (1991)

Perché siamo qui? Perché ci accadono certe cose? Nella title track dell’album che porta la band negli anni ’90 Peart si interroga sul senso della vita. Per scoprire che… un senso non c’è. O quanto meno non vale la pena affannarsi a cercarlo. “Il destino è solo il peso delle circostanze / È il modo in cui la signora fortuna danza / Tira i dadi”. E in quanto a un’eventuale intelligenza superiore, la sua esistenza sembra fare a pugni con la realtà: “Chi metterebbe un prezzo sulla testa di bambini innocenti / Se c’è qualche potere immortale a controllare i dadi?”.

 10. “BU2B” (2012)

Se nel corso della sua carriera Peart ha spesso scritto influenzato da libri o film, per l’ultimo album della storia dei Rush diventa egli stesso fonte di ispirazione. Il concept di Clockwork Angels – la storia di un ragazzo che cerca di inseguire i propri sogni in un futuro steampunk e che combatte contro l’Ordine mondiale che gli si oppone – diventa poi un romanzo di Kevin J. Anderson e anche un fumetto. Il pensiero e la visione delle cose di Peart si sono evoluti, ma alcuni temi sembrano tornare, anche se da un punto di vista rovesciato. In questo brano, per esempio, torna il concetto del libero arbitrio negato, ma viene affrontato in forma ironica, presentandolo come una cosa positiva. “Tutto è per il meglio / Crediamo in ciò che ci viene raccontato / Uomini ciechi nel mercato che comprano ciò che gli viene venduto”. 

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