I 10 momenti che hanno segnato il pop in Italia nel 2021 | Rolling Stone Italia
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I 10 momenti che hanno segnato il pop in Italia nel 2021

Sanremo senza pubblico, la lotta fra l’uomo-algoritmo Fedez e la macchina-Stato Rai, la morte di Battiato, il boom dei Måneskin, i cantanti per il ddl Zan, la provocazione di Salmo, la musica che non riparte

Artwork: Stefania Magli

Una caratteristica del 2021 pop è stata la sua capacità di combinare insieme quello che non pensavamo fosse combinabile: generazioni, destini, stili di vita e visioni del mondo. In altre parole è come se il 2021 musicale abbia saputo anticipare il precetto sorrentiniano, divulgato solo a fine novembre: “Non ti disunire”. Le poche volte, come vedremo, in cui è stato proprio necessario dividerci, nel bene o nel male, il 2021 è stato comunque un anno da ricordare.

1Sanremo senza pubblico

Il “pubblico” di Sanremo 2021

Tema: Sanremo senza pubblico. Svolgimento: Sanremo senza pubblico è come lanciare un salame in un teatro da 2000 posti mentre dieci milioni di telespettatori vi guardano da casa.

2Il fenomeno “Musica leggerissima”

Foto: Jacopo M. Raule/Getty Images

Rivali dei Måneskin nella stessa edizione del Festival di Sanremo, ma agli antipodi estetici dei rocker romani, con Musica leggerissima il duo Colapesce Dimartino punta tutto sulle note e sulle parole. Musica leggera, del resto, è un’espressione tutta italiana di cui dovremmo andare più fieri e che forse potremmo impiegare con frequenza almeno pari a quella usata per l’onnipresente pop, che spesso include talmente tanti altri contesti e sottotesti che si finisce per perdere di vista tanto la musica quanto la leggerezza, in particolare in occasione della manifestazione canora che dovrebbe essere la capitale mondiale dell’una e dell’altra. Con le loro scelte lessicali e sonore Colapesce e Dimartino dimostrano che, nel 2021, dichiarare programmaticamente di fare musica leggera equivale di fatto a fare musica impegnata, perlomeno a risollevare lo spirito del pubblico, abbattuto dal Covid e dalle edizioni di Sanremo precedenti, nonché da quella concomitante. E ci riescono grazie a un tormentone di puro contenuto, al tempo stesso impossibile senza Sanremo e antidoto a Sanremo, che verrà decantato dall’abbinamento al video ufficiale ancora più che da quello con la pur efficacissima prima esibizione dal vivo sul palco dell’Ariston.

Nei primi secondi della clip la grevitas pandemico-festivaliera – rappresentata dal conduttore occhialuto e imbolsito, con tanto di vallette e tentativo di suicidio e relativo salvataggio – è subito posta a confronto con la levitas velica dell’imbarcazione grazie alla quale i due cantautori provano a navigare sul moto ondoso costituito dalla malinconia, dallo sconforto, dalla mancanza d’ispirazione. È marinara la prima metafora che Colapesce e Dimartino hanno scelto per la loro musica. Sono rimasti umili e non hanno esplicitato che Musica leggerissima è stato ben più di un inibitore momentaneo di mal di mare o di disturbi dell’umore: è un vaccino contro ogni forma di pesantezza di cui non dovremo mai contare le dosi, anche perché non ha conosciuto ancora mese di scadenza.

3I cantanti italiani per il ddl Zan

Foto: dal profilo Instagram ufficiale di Loredana Bertè

Il disegno di legge che porta il nome del suo relatore Alessandro Zan, deputato del Partito Democratico e attivista LGBT, prevedeva modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. Ad aprile il dibattito pubblico intorno al ddl si avvicina alla massima intensità. Sono tantissimi i cantanti e cantautori italiani che aggregano messaggi di sensibilizzazione intorno allo hashtag #diamociunamano, su invito di Vanity Fair. C’erano praticamente tutti: da Patty Pravo a Elodie passando per Orietta Berti e l’immancabile Fedez. L’unico sottogenere di artista che non solo mancava all’appello, ma che si è anche espresso esplicitamente contro le ragioni del ddl, è stato il solito Povia – vera Strega malefica della musica italiana – che, tra l’altro, si è domandato pubblicamente se, nell’eventualità che il disegno di legge fosse passato (per la cronaca: non è passato), la sua Luca era gay sarebbe diventata illegale. Per la serie: siamo per la libertà di parola, basta che stiano zitti.

4Fedez contro la Rai e la Lega

Sul palco del concerto del 1° maggio Fedez si pronuncia in favore del ddl Zan e in sfavore di un senatore della Lega, reo di osteggiare il progetto di legge su posizioni omofobe. Nel farlo, denuncia un tentativo di censura da parte di Rai 3, che trasmetteva l’evento in diretta. Successivamente il rapper pubblica una registrazione integrale della conversazione con la dirigente Rai incaricata di spiegargli perché fosse preferibile non declamare almeno parte di quel discorso, in quel contesto. I diritti di cui ha parlato Fedez (sia quelli degli omosessuali che di chi pensa e si esprime liberamente) sono fra i pochi dell’agenda politica che ancora riescano ad appassionare i giovani a qualcosa che non sia il numero di follower e di euro che possiedono gli influencer, tra cui Fedez.

Ma l’episodio non è rilevante solo, in particolare, per i temi in questione e per le parti coinvolte. Questa storia è ancora più importante, in generale, perché dimostra che i social o le forme di comunicazione disintermediata – nonostante tristissimi casi clinici come, appunto, i no vax – possono avere ancora un senso e una dignità, se usati nel modo corretto: ad esempio, per mostrare le falle dell’altro sistema, quello della continua, logorante mediazione politica. Che poi la negazione della politica sia essa stessa politica è una storia che racconteremo un’altra volta, magari qualora Fedez scendesse in campo sul serio.

Federico Lucia, forte della disponibilità economica — per fronteggiare le conseguenze legali delle sue gesta — ed editoriale – per autogestire piattaforme da milioni e milioni di utenti – si è battuto contro un intero sistema mediatico, arroccato nella solita autodifesa per partito preso. Alla fine della battaglia non era più molto evidente chi fosse Davide e chi Golia, tra i due contendenti, se l’uomo-algoritmo o la macchina-Stato. Non male per uno che, come avrebbe poi attestato la serie Amazon Prime The Ferragnez, a Natale 2020 veniva ancora considerato dalle cognate una specie di Tamagotchi di loro sorella Chiara.

5L’addio a Franco Battiato e Raffaella Carrà

Foto press

Scomparsi a poco più di un mese di distanza l’uno dall’altra, il 10 maggio e il 5 luglio, apparentemente inconciliabili da ogni punto di vista, dal professionale al caratteriale, dal fisico all’antropologico, Raffaella Carrà e Franco Battiato potrebbero essere affiancati, per una volta, in un dittico, ritratti insieme alla luce del loro rapporto con la danza e la sua simbologia. Cercate su YouTube Voglio vederti danzare e Ballo ballo: sono due facce della stessa medaglia coreografica. Sul recto un sublime dilettante professionista; sul verso un’immensa professionista del diletto. L’uno alle prese con il dramma, risolto in una piroetta maldestra, di trasferire in un campo alla portata di tutti, come la musica commerciale, un sentire profondo, ricco di echi di mondi lontani ma, potenzialmente, vicinissimo a tutti: la ricerca di una via, per quanto impervia, che ci porti a incontrare gli altri senza perdere sé stessi. L’altra impegnata a cantare rime baciate tra la sua visione del mondo e il mondo in un caleidoscopio di mosse, ritornelli ed epifanie talmente avanti coi tempi che sono state scambiate per frivole solo finché non hanno cambiato le nostre vite, insegnandoci un passo più difficile di qualsiasi jeté: saltare fino a vedere le stelle dentro di noi.

Franco e Raffaella ci hanno insegnato che, al cospetto della musica giusta, la coazione a danzare è in fin dei conti uguale per tutti, che siamo cantautore o soubrette, artisti o pubblico. Anche gli effetti che i loro due approcci, così differenti, rispetto alla stessa attività, sono stati convergenti come il pas de deux che certamente non hanno mai fatto sullo stesso palco, ma che stanno facendo nel nostro ricordo: gioia oltre le distanze culturali o esistenziali, movimento di menti più veloce perfino del corpo più allenato, vita oltre la morte.

6Il culto pre-adolescenziale di Sangiovanni

Dopo lo scorso 16 maggio, data a cui risale il secondo posto di Sangiovanni nella finale di Amici, niente è stato più lo stesso per i rapporti, notoriamente molto opachi, tra capacità di comprendonio degli adulti e gusti musicali dei pre-adolescenti italiani. Per la prima volta una figura pop candidata al mainstream – e non un oscuro personaggio di videogioco multiplayer o web series animata – univa le distanze tra due mondi che non si parlavano se non a suon di password per acquisti in-app e deroghe a restrizioni parentali su TikTok. Praticamente nottetempo, Sangiovanni è diventato una specie di piccolo Piero Angela in grado di accompagnare i maggiorenni in un meraviglioso viaggio nel mondo delle preferenze musicali della Generazione Alpha (i nati dopo il 2010). In altre parole Sangio è la cosa più vicina a Baby Shark che una persona dotata di capacità giuridica possa comprendere e fare sua senza scendere nella lallazione o miniaturizzarsi come Renato Pozzetto in Da grande. Il successo di Sangiovanni è pertanto senza limiti, tanto da generare relative sottoculture, con tanto di bandane indossate sia dai fan più hardcore che dalle loro mamme (le Santelisabetta?), in occasione di feste di compleanno con delivery di McDonald’s e animatore tamponato.

Il rischio dietro l’angolo è che, così come certi nuovi social più sono usati dai genitori e più i piccoli ne fuggono, anche Sangiovanni possa venire progressivamente a noia le più scafate tra le dodicenni, che potrebbero ricercare in un nuovo campione (magari Albe, il sosia di Sangiovanni già individuato da Maria De Filippi per la prossima edizione del suo talent) le emozioni (ad esempio: esserne la lady) che nel 2021 erano convinte di poter demandare solo a Sangio. Niente paura per Giovanni Pietro Damian. Visto che i cicli carica-scarica delle fandom sono sempre più rapidi, non mancherà, più presto che tardi, un’ondata di nostalgismo per il primo Sangiovanni. Sarà bello, allora, rimembrare con un bel documentario quel pazzo autunno in cui i sangiovannisti della prima ora chiesero ai fratelli maggiori di accompagnarli in salotto a vedere per la prima volta Sangio sul televisore, dopo avergli estorto un biglietto digitale per la seconda edizione di Heroes.

7L’apoteosi dei Måneskin all’Eurovision

Foto press

I Måneskin, presi tutti insieme, non sembrano membri di una band ma elementi di uno di quei gruppi scultorei ellenistici fatti di figure eternamente e armoniosamente in lotta tra di loro, tipo il Laocoonte dei Musei Vaticani. È difficile portare alla mente una loro esibizione in cui siano scontornabili gli uni dagli altri, non avvinghiati tra loro in un coacervo di petti, chiome, ginocchia, capi d’abbigliamento e tratti di personalità. Rispetto ai Måneskin Achille Lauro è un dilettante in quanto a fluidità, se non altro perché è liquido tra sé e sé, mentre Damiano, Victoria, Thomas e Ethan lo sono vicendevolmente e collettivamente. La potenza che emanano, infatti, è troppo intensa perché possa essere contenuta soltanto in uno di loro, fosse anche per brevi turnazioni elettrostatiche. Nell’iconografia più rappresentativa del loro trionfo all’Eurovision, il 23 maggio scorso, con Zitti e buoni, Damiano si lascia sollevare per una gamba dai suoi colleghi, non meno trionfalmente di quanto essi facciano con l’effettivo trofeo appena consegnato. L’arto tonico e segmentato dalle varie giunture attraversa il gruppo per tutta la larghezza, disperdendovi la carica di saetta. Nella storica notte olandese ha fatto scalpore l’accusa (prontamente smentita da un test) che Damiano stesse sniffando cocaina dietro le quinte. Che bisogno avrebbe di stupefacenti un ragazzo il cui stesso sudore, se opportunamente raccolto, costituisce di per sé un energy drink?

Inarrestabili come imperatori romani, i Måneskin hanno conquistato prima l’Italia a Sanremo, poi l’oltralpe a Rotterdam e infine il globo. Con loro si è imposta una nuova definizione di pop-rock, non tanto nel senso che lo hanno rispiegato o spiegato meglio, ma proprio nel senso che lo hanno portato a un’altra risoluzione, da quella di un Nokia 3310 a quella di un iPhone 13 Pro Max. È questa la vera differenza tra loro e chiunque altro abbia provato semplicemente a rinverdire un vecchio filone musicale negli ultimi anni o secoli. La vigoria performativa dei Måneskin è tale che i più critici sostengono possa superare la loro stessa qualità musicale. Non hanno capito che invece i quattro cavalcano il concetto di qualità musicale come si cavalca un toro meccanico a una festa patronale che è diventata grande come la scena mondiale.

8L’estate di “Mille”

Foto press

Sulla copertina del singolo di Mille Francesco Vezzoli ha scelto di raffigurare Fedez, Achille Lauro e Orietta Berti come tre figure di Grazie preraffaellite, tutte coetanee e tutte approssimativamente agender.
La fascinazione più grande di Mille, difatti, è che nel brano più annate umane si incontrano e formano un nuovo individuo perfetto, come un novello mito dell’androgino ma a tre, dotato della capacità di indovinare i trending topic di Fedez, i look di Achille Lauro e l’intonazione di Orietta Berti.

Mille è un pezzo che in qualunque altra estate che non fosse quella del 2021 sarebbe sembrato un mostro e che invece, figlio com’è dei tinelli intergenerazionali ritrovati nel lockdown, è stato un fenomeno. I nipoti si esibiscono al fianco della nonna, rendendola sexy e attuale, mentre lei, pur addolcendoli, li rende più sicuri di sé. Il loro threesome senza età contiene l’istigazione a imparare dai propri limiti e a valorizzare i propri punti di forza. Mille è così stata una hit estiva così inclusiva che una delle misure del suo successo è stata l’innumerevole conteggio delle sue parodie, dalla più pecoreccia (che pure coglie perfettamente il senso più profondo dell’originale), all’irresistibile, non abbastanza celebrato pezzo di bravura dei Gemelli di Guidonia in Tale e quale show.

9Salmo a Olbia

Foto: Gabriele Micalizzi

Il 13 agosto l’olbiese Maurizio Pisciottu, in arte Salmo, si esibiva in un concerto non autorizzato e assai poco vigilato in un’area del porto della sua città. Il rapper era motivato al gesto dalle ristrettezze logistiche in cui versava la musica dal vivo, da lui ritenute particolarmente inique se paragonate alla tolleranza riservata ad altri eventi live quali parate in corrispondenza di vittorie di trofei calcistici o più generiche passeggiate sul corso, in occasione di shopping. Non c’è dubbio che l’iniziativa sia stata scorretta soprattutto perché non è giusto, sia per tenere un punto a chi regolamenta la salute pubblica nel corso di una pandemia, sia per offrire qualsivoglia forma di sollievo ai sani di oggi, rischiare di produrre anche un solo malato di domani. Eppure Salmo il 13 agosto è stato qualcosa di più di un musicista in vena di dimostrazioni per assurdo in difesa della sua categoria di appartenenza. Era anche un piccolo Don Chisciotte sardo che ingaggiava una battaglia contro un terribile mostro non solo virologico, ma anche politico e culturale, scoppiandogli contro, come miniciccioli, i beat della sua musica. Sapeva bene che quello che stava facendo era illegale e, tutto sommato, anche discretamente inutile se non dannoso, rispetto alla causa di partenza. Ma, del resto, l’alternativa a un mortaretto è sempre il silenzio e, come scriveva un analista dei conflitti novecenteschi più acuto e sul pezzo di qualunque critico odierno di Salmo, «l’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo».

10Cosmo e la musica che non riparte

Foto: Francesco Prandoni

La profezia, annunciata da Cosmo a fine luglio, di un suo triplo concerto a Bologna, senza distanziamento, per i primi ottobre, è stata molto più della versione divinatoria e legalitaria del concerto reale e abusivo di Salmo a Olbia in agosto. Il fatto che quel triplo concerto cosmico non si sia poi davvero tenuto non toglie molto al fascino straordinario di quella promessa estiva. Nulla a che vedere con le gravi lacune in materia di fondamenti della scaramanzia che hanno dimostrato quest’estate i tifosi inglesi di calcio, mentre annunciavano «It’s coming home» prima di avere il proverbiale gatto nel sacco e, purtroppo per loro, prima di prenderla in quel posto. La prima festa dell’amore non resterà per sempre un concerto puramente concettuale: se tutto andasse bene, si terrebbe nell’aprile 2022. Cosmo è stato molto più vicino alle nostre debolezze, alle nostre speranze eternamente malriposte di un Salmo che, invece, un concerto a-distanziato lo ha organizzato sul serio. In fondo che differenza c’è tra Cosmo e noi che prenotiamo le vacanze di Natale 2021?