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I 10 migliori dischi goth degli anni ’80

Tastiere oscure, ritmiche squadrate, anfibi e trucco: dai Cure ai Dead Can Dance, gli album fondamentali del decennio in cui la musica aveva un'anima inquieta

I Cure nel 1983

Foto: Fin Costello/Redferns

Malinconia, spleen, nichilismo, la bellezza decadente di cimiteri e ville in rovina, di statue consumate dal tempo, di giardini sfioriti. Nero come colore dell’anima, neri i cappotti, neri i capelli, con acconciature stravaganti che non temono la forza di attrazione terrestre. L’amore per intellettuali come Albert Camus e Jean-Paul Sartre, poeti come Charles Baudelaire o dandy come Oscar Wilde. Ritmiche squadrate, chitarre lancinanti, voci disperate, come dal fondo di un abisso. Altre volte invece tappeti funerei di tastiere, un canto da altre dimensioni, archi e fiati che richiamano un classicismo dolente, da medioevo oscuro o da salotti ottocenteschi tarlati e ammuffiti.

In Inghilterra si chiama gothic rock (in alternativa goth rock o goth), in Italia semplicemente dark. La terra d’Albione non è nuova a questo tipo di proposta: già tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 tutta una serie di formazioni indugiò in tematiche oscure e destabilizzanti; da cult band come Atomic Rooster, Still Life, Dr. Z, Quatermass e High Tide ai famosissimi Black Sabbath, che daranno vita a un persistente movimento dark-metal. In questi casi però il dark sound racconta storie più o meno inquietanti, traspone in musica gli orrori letterari di Poe o Lovecraft, insiste su streghe, castelli maledetti e tutto un apparato fumettistico/fantastico. C’è almeno un caso però, quello dei Van Der Graaf Generator, nel quale l’orrore in musica non è più solo quello dei manieri stregati, ma è il male di vivere, le paure dell’uomo moderno, il non sentirsi adeguati al mondo. Questi argomenti verranno sviluppati da un manipolo di band a partire dalla rivoluzione punk e poi da quella post punk (o new wave). Dal 1978 il punk muta infatti in qualcosa d’altro, si contamina con svariati stili mantenendo intatta la sua tendenza all’essenziale, il suo fare a meno di assoli e lungaggini assortite. Dalla new wave prende le mosse il gothic rock, con l’approfondimento dei temi esistenziali già caratterizzanti la band di Peter Hammill, che prendono definitivamente campo in un gran numero di formazioni dal sound teso e malato.

I seguaci del goth sono figure ancora più pessimiste dei Sex Pistols e del loro “no future”. Non è solo la società il nemico, è la propria anima, persa in un mondo che non riconosce più la bellezza, un’esistenza frettolosa e avida che non accetta la sensibilità e l’introspezione. Gruppi e ascoltatori sono uniti da uno stato di nichilismo assoluto, diventando fautori di una filosofia nella quale non è peccato affogare nelle proprie malinconie e nel proprio disagio esistenziale.

Tra la fine dei ’70 e quella degli ’80 si assiste così a una vera esplosione di formazioni dedite ai suoni oscuri del gothic rock. Alcune caratterizzate da suoni metallici e ossessivi, retaggio del punk, altre maggiormente elettroniche, altre ancora dedite a composizioni ammantate di orchestre, cupe tastiere e voci d’oltretomba. Con diversi personaggi che diventeranno vere e proprie icone (due per tutti: Robert Smith dei Cure e Siouxsie Sioux dei Siouxsie And The Banshees). In Inghilterra, come in Italia e in svariati angoli del globo, il dark diventa una moda, con giovani esistenzialisti nerovestiti – capelli sparati, catene, anfibi e trucco – che si aggirano per le città con in mano l’immancabile copia de I fiori del male o de La nausea. In quei giorni ci si può permettere di rifuggire il divertimento a tutti i costi per sentirsi realmente diversi, crogiolarsi nei propri malesseri, girare torvi con le cuffie in testa e l’anima inquieta che si riflette nella decadenza di cimiteri e parchi abbandonati. Il dark funge da colonna sonora di vite alla costante ricerca di sé. L’âge d’or del dark viene qui riassunta in 10 dischi più che essenziali.

10. Killing Joke “Killing Joke” (1980)

Con i Killing Joke non entra in campo solo il mero esistenzialismo, bensì tutta la rabbia e l’insoddisfazione per una vita cupa e monotona, il senso di disagio verso una società che stritola e non lascia scampo. La loro musica in questo senso è sì dark, ma è un dark delle periferie degradate, venato di funk andato a male, con ritmi motorik, bassi slabbrati, chitarre al limite della dissonanza e la voce di Jaz Coleman a delirare di follia, depressione e suicidio. Un disco profondamente punk ma con così tanto malessere da renderlo materiale da ospedale psichiatrico. Attenzione a Wardance e The Wait, sono veri e propri killer per la salute mentale.

9. Virgin Prunes “…If I Die, I Die” (1982)

Gli irlandesi Virgin Prunes mettono in scena una sorta di gelido incubo, con ritmiche monolitiche e voci strazianti (e straziate) a inseguire fantasmi. Prodotto da Colin Newman dei Wire, …If I Die, I Die contiene una sequela di canzoni che sono in realtà piccole pièce che fondono la musica con il teatro della crudeltà di Antonin Artaud. Il loro abbigliamento li farà definire glam-dark, non a torto visto che prendono elementi di entrambi i generi trasfigurandoli in qualcosa di inaudito. Ascoltare ad esempio Bau Dachong, con quel pianoforte dissonante disseminato su una figurazione ritmica al limite del paranoico. Curiosità per i fan degli U2: il cantante Guggi (aka Derek Rowan) è il fratello del bambino fotografato sulle copertine di Boy e War, mentre il chitarrista Dik (Richard Evans) è il fratello di The Edge.

8. Pieter Nooten & Michael Brook “Sleeps with the Fishes” (1987)

Sul versante opposto all’inquietudine di Killing Joke e Virgin Prunes c’è questo misconosciuto capolavoro realizzato da Pieter Nooten, proveniente dai Clan of Xymox, e dal chitarrista canadese Michael Brook. Sleeps with the Fishes è pubblicato dalla 4AD, forse la più importante etichetta inglese dedita a suoni dark, con un catalogo realmente eccezionale. L’album è una lunga meditazione ai confini dell’ambient più torbido, con le chitarre psichedeliche di Brook a tessere trame sulle tastiere tenebrose, le rade percussioni e la voce dolente di Nooten. Da segnalare la presenza di un oboe che trasporta a tratti il suono in direzione Popol Vuh. Un disco che piacerà a tutti gli estimatori dei This Mortal Coil, che suoneranno una cover di uno dei brani, Several Times.

7. The Sisters Of Mercy “First and Last and Always” (1985)

Si torna nei gorghi infernali accompagnati dalla voce cavernosa di Andrew Eldritch, influenzata pesantemente da quella di Ian Curtis. I Sisters of Mercy non hanno un vero batterista, la drum machine diventa quindi una delle loro caratteristiche, fornendo ai brani un andamento martellante, ma anche ballabile che traghetta la dark wave verso le discoteche. A fare la differenza in First and Last and Always sono però le canzoni, dall’iniziale tormentone Black Planet al sabba finale di Some Kind Of Stranger, brani dotati di una certa orecchiabilità che li rende immediatamente fruibili anche a un pubblico non avvezzo a certe sonorità. Questo senza rinunciare a un’oncia di buio.

6. Siouxsie and the Banshees “Juju” (1981)

Susan Janet Dallion, alias Siouxsie Sioux, è la vera inventrice del goth. Già nel 1976 suona infatti (con Sid Vicious, da lì a poco nei Sex Pistols) una sorta di punk oscuro e malato che col tempo (e con la nascita ufficiale dei Banshees) si concentrerà sempre più su testi inquietanti e sonorità nere fatte di echi, riverberi e distorsioni, con il look della leader, vera ideatrice della moda dark, come ulteriore carta vincente. Juju è il quarto album, nonché il capolavoro della band, con una mistura perfetta tra suoni catacombali e un certo gusto per la musica tribale africana (“ju-ju” è una parola che indica gli elementi tipici della stregoneria nel continente nero). Africa e post punk a dar vita a una danza macabra e allucinata, come nel caso della luciferina Monitor.

5. This Mortal Coil “Filigree & Shadow” (1986)

Filigree & Shadow è il White Album del dark. Come il capolavoro dei Beatles era un concentrato di pop in tutte le sue forme così questo doppio album è una summa di tutto ciò che il goth era in grado di offrire in quegli anni. This Mortal Coil è un progetto del boss della già citata 4AD, Ivo Watts-Russell, che coinvolge un gran numero di artisti dell’etichetta alle prese con una serie di cover trasfigurate e inframmezzate da momenti strumentali, composti da Ivo in coppia con il produttore John Fryer. Quattro facciate dense di momenti tesi e angoscianti mischiati ad altri più eterei, voci maschili e femminili di gran pregio e una scelta di canzoni, per la maggior parte poco note, di artisti come Judy Collins, Van Morrison, Gene Clark, Tim Buckley, Talking Heads. Su tutte l’intensa The Jeweller dei Pearls Before Swine, cantata con melanconico distacco da Dominic Appleton (Breathless).

4. Bauhaus “In the Flat Field” (1980)

Ancora la 4AD, responsabile del folgorante debutto della band del carismatico Peter Murphy, il David Bowie dark (i due avranno modo di interagire nel film Miriam si sveglia a mezzanotte, del 1983). Con il nome preso dalla famosa scuola architettonica, la proposta dei Bauhaus è scarna e minacciosa come da copione, un sound in bianco e nero come una pellicola espressionista tedesca, ulteriormente rafforzato dall’enigmatica cover. Murphy sa farsi introspettivo e deflagrante allo stesso tempo mente si muove sul tappeto di chitarre devastanti (Daniel Ash), mentre la sezione ritmica (David J e Kevin Haskins) macina delirio e tribalità in brani simbolo come Dark Entries, la title track e God in an Alcove. L’album va ascoltato in coppia con il singolo Bela Lugosi’s Dead che precede di pochi mesi l’esordio, forse l’inno dark per eccellenza.

3. The Cure “Pornography” (1982)

I Cure hanno saputo capitalizzare al meglio l’esperienza dark diventandone uno dei gruppi più rappresentativi e sdoganando suono e look verso ampie schiere di pubblico. Nel 1982 sono però ancora una band di culto, con una proposta che nulla concede alla commercialità e nell’arco dei quattro album finora realizzati si è fatta sempre più radicale. Pornography arriva a suggellare un momento terribile fatto di droga e tendenze suicide da parte di Robert Smith. Una formazione ridotta all’osso (il leader a voce, chitarra e tastiere, Simon Gallup a basso tastiere e Laurence Tolhurst a batteria e tastiere) e otto canzoni che sono quanto di più abissale e depressivo sia mai stato inciso. Ogni brano è un piccolo inferno a sé stante, ma se volete proprio esagerare affondate dentro One Hunderd Years, la risalita non è garantita.

2. Dead Can Dance “Within the Realm of a Dying Sun” (1987)

Una statua incappucciata che tenta di aggrapparsi a una feritoia: la tomba del politico e scienziato francese François Vincent Raspail presso il cimitero di Père-Lachaise, a Parigi. L’immagine di copertina dice molte cose di una musica che sposa il più funereo classicismo, ma che sa spingersi anche verso tentazioni medievaleggianti e world che si faranno sempre più insistenti nei dischi a venire. I Dead Can Dance vengono dall’Australia, ma fanno base in Inghilterra, incidono anche loro per 4AD e al terzo album spiccano il grande salto creando qualcosa di mai udito prima. Due facciate, la prima austera e potente, con la voce profonda di Brendan Perry, la seconda arcana e tribale, con una Lisa Gerrard al meglio. Archi, fanfare di fiati, strumenti etnici, tastiere, timpani sinfonici, brani di una bellezza abbacinante, con i picchi di Xavier e Persephone (The Gathering of Flowers). Una musica che riesce a elevare lo spirito verso un’oscurità ultraterrena e mitologica.

1. Joy Division “Closer” (1980)

Di statua in statua, questa volta uno scatto realizzato in Italia, al Cimitero monumentale di Staglieno (Genova): la tomba della famiglia Appiani. Ma il riferimento funebre questa volta non è solo evocato. Closer esce infatti due mesi dopo il suicidio del cantante Ian Curtis ed è un disco che trasuda morte in ogni solco. Per questo merita il primo posto di questa classifica, ancora più del suo essenziale predecessore Unknown Pleasures. Se nel disco del 1979 ci sono ancora vaghe spinte vitali, qui la speranza è definitivamente tramontata, non resta che l’oblio. A una prima parte ancora legata ad alcuni schemi passati si contrappongono i quattro brani della seconda, con le lunghe The Eternal e Decades a straziare letteralmente di bellezza e malinconia. Closer è il punto di non ritorno dell’angoscia esistenziale, la disperazione che si spinge così a fondo e tocca vertici artistici tanto alti da farsi sublime.