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I 10 migliori dischi glam metal americani degli anni ’80

L’hard rock cafone con grandi, memorabili ritornelli e pirotecnici assoli di chitarra ha davvero lasciato un segno nella storia della musica: dagli Skid Row ai Guns N’ Roses, ecco gli album che lo dimostrano

Slash e Axl Rose a Rock in Rio II, il 15 gennaio 1991

Slash e Axl Rose a Rock in Rio II, il 15 gennaio 1991

Foto di Ke.Mazur/WireImage

Tra hair metal e sleazy rock il confine è labile. Ed è molto, troppo facile appiccicare l’etichetta glam su qualsiasi band che negli anni Ottanta abbia contribuito al buco dell’ozono usando quantità industriali di lacca per capelli. I gruppi e i dischi di questa top 10 sono stati scelti facendo una media poco ponderata tra effettiva qualità del prodotto, successo commerciale all’epoca e conseguente rilevanza culturale.

Perché questo hard rock cafone con grandi, memorabili ritornelli e pirotecnici assoli di chitarra ha davvero lasciato un segno non solo nell’ozonosfera, ma anche nella storia della musica pop. Alcuni gruppi elencati qui sotto sono tutt’ora ricche rockstar che riempiono palazzetti e stadi, altri sono caduti nel dimenticatoio e a volte ritornano sì, ma nei pub di provincia. Sono stati però tutti protagonisti di una stagione che, almeno negli Stati Uniti, li ha visti passare prepotentemente alla radio e in tv, conquistare cuori e strappare mutande.

Spandex fluo, stivali da cowboy, reti da pescatore indossate a mo’ di canotta. Rossetto sulle labbra, smalto rosa sulle unghie delle mani, eyeliner. Questo il look che, sì, tanto doveva al glam rock dei New York Dolls. E la musica? C’erano quelli più tecnici rapiti dall’heavy metal, quelli più plasticosi-pop-usa e getta, e quelli più punk devoti di Rolling Stones e Johnny Thunders. Il tratto comune, capelli cotonati a parte: una fede incrollabile nella trinità sesso, droga e rock&roll.    

Per stilare questa top 10 ci siamo dati semplici criteri: solo gruppi americani (quindi niente Def Leppard, per esempio, perché sono inglesi, e niente Hanoi Rocks o Europe in quanto scandinavi) nati e cresciuti nell’edonistica era Reagan (dunque sono fuori personaggi come i Kiss o Alice Cooper che hanno dato il meglio negli anni Settanta, mettendo comunque a ferro e fuoco il decennio in questione).

10. “Leather Boyz with Electric Toyz” Pretty Boy Floyd (1989)

Solo titolo e copertina del disco fanno conquistare ai Pretty Boy Floyd un posto d’onore in questa classifica. Arredi poco pregiati dell’epicentro della scena hair metal, il Sunset Strip di Los Angeles, sufficientemente furbi da ripescare il lato B del primissimo singolo dei Mötley Crüe, Toast of the Town, e infilarlo in questo godibilissimo album. Banditi della loro epoca, hanno sparato in fretta e furia tutte le loro cartucce: canzoni come Rock & Roll (Is Gonna Set the Night on Fire), 48 Hours, Your Mama Won’t Know e l’immancabile power ballad I Wanna Be With You rappresentano la quintessenza del genere.

9. “…Twice Shy” Great White (1989)

Più hard rock blueseggiante che hair metal, sicuro, ma il maggiore successo dei Great White è stata proprio una cover di uno dei massimi esponenti del glam inglese: Once Bitten Twice Shy di Ian Hunter, cantante dei Mott the Hoople. Il manager che ha contribuito all’ascesa dei Great White è stato Alan Niven, fondamentale pochi anni dopo per l’esplosione dei Guns n’ Roses. Purtroppo, i Great White hanno riguadagnato l’attenzione dei media nel 2003 quando un incendio provocato dai loro stessi fuochi d’artificio di scena ha ucciso cento persone in un locale del Rhode Island, tra i morti anche il chitarrista Ty Longley.

8. “Out of the Cellar” Ratt (1984)

Come i Great White, anche i Ratt giravano dagli anni Settanta, ma è nel decennio successivo che scelgono il nome vincente e sbancano alla lotteria. Talvolta vicino al metal classico, Out of the Cellar è la colonna sonora perfetta per gli anni Ottanta, scritta dal tris d’assi Stephen Pearcy (cantante), Warren DeMartini e Robbin Crosby (i guitar hero della band). In scaletta l’hit single Round and Round, usata anche come sveglia per gli astronauti della Nasa nello Spazio nel 1998 e finita comprensibilmente in un episodio della seconda stagione di Stranger Things. Per la cronaca rosa, la ragazza discinta in copertina è Tawny Kitaen, ai tempi fidanzata del chitarrista Crosby e per un breve periodo moglie di un altro colosso dell’hard rock, David Coverdale.

7. “L.A. Guns” L.A. Guns (1988)

Qui siamo nei pressi dell’origine del mito. Strettissimo è infatti il legame tra L.A. Guns e Guns n’ Roses: gli alberi genealogici delle due band si intrecciano a Los Angeles tra l’84 e l’85, quando suonavano insieme Tracii Guns, chitarrista dei primi, e Axl Rose, lider maximo dei secondi. Davvero difficile scegliere tra il primo disco e il secondo degli L.A. Guns, dunque optiamo per l’esordio trainato dagli inni Sex Action ed Electric Gipsy. A proposito di legami metal, il cantante degli L.A. Guns – l’inglese Phil Lews – in gioventù aveva avuto come chitarrista Phil Collen, chitarrista dei Def Leppard: la loro band si chiamava Girl.

6. “Skid Row” Skid Row (1989)

Certo che hanno aiutato la bellezza e la prestanza fisica di Sebastian Bach, poi simpaticamente finito nel cast di Una mamma per amica, ma gli Skid Row erano più acidi e crudi rispetto a tanti colleghi bellimbusti di allora. Il loro disco di debutto è stato un meritato trionfo con il singolo furioso Youth Gone Wild e le due power ballad 18 & Life e I Remember You. Sì, si sente che gli Skid Row non erano californiani, ma figli dell’operaio New Jersey, e infatti il chitarrista Sabo detto The Snake era un amico d’infanzia di Jon Bon Jovi, e aveva suonato nei Bon Jovi prima di Richie Sambora. Tra gli indimenticabili segni particolari degli Skid Row, la catenina che partiva dall’orecchio e arrivava al naso del bassista Rachel Bolan.

5. “Slippery When Wet” Bon Jovi (1986)

Restiamo in New Jersey con uno dei gruppi che ha segnato profondamente gli anni Ottanta, travalicando confini musicali, geografici, temporali. Prodotte da Desmond Child, canzoni dei Bon Jovi come Livin’ On A Prayer e You Give Love a Bad Name vanno ancora forte nelle palestre di tutto il mondo. Inquadrato solitamente come album hair metal e hard rock, Slippery When Wet è un gioiellino pop in cui riecheggiano comunque il blue collar sound e l’heartland rock tipici della terra di Springsteen. Sì, Jon Bon Jovi è il cugino di Tony Bongiovi, produttore di un paio di dischi importanti dei Ramones. E sì, per il gusto del gossip d’annata, membri dei Bon Jovi sono stati sposati con almeno un paio di icone sexy: il chitarrista Richie Sambora con l’attrice Heather Locklear (Dinasty, TJ Hooker, Melrose Place, precedentemente moglie di Tommy Lee dei Mötley Crüe) e il batterista Tico Torres con la top model Eva Herzigova. Gli amori passano, la buona musica resta.

4. “Faster Pussycat” Faster Pussycat (1987)

Tra i dischi di successo dell’epoca, è sicuramente quello più sincero e immediato. L’album d’esordio dei Faster Pussycat non cede a tentazioni metal, è solo rock & roll dei Rolling Stones portato all’esasperazione. Taime Downe, il cantante del gruppo, era uno dei gran cerimonieri della scena glam di Los Angeles negli anni Ottanta: lui e l’amico Riki Rachtman, diventato poi un vj di MTV nel programma Headbanger’s Ball, si erano infatti inventati il Cathouse, una discoteca rock dedicata esclusivamente agli amanti del genere. Il club è diventato anche una delle canzoni di punta di questo album dell’87, un disco perfetto: all killer, no filler.

3. “Open Up and Say… Ahh!” Poison (1988)

Il primo album dei Poison era stato prodotto nel 1986 da Ric Browde, lo stesso produttore dell’esordio dei Faster Pussycat, ed era puro bubblegum rock, onestamente plasticoso e accattivante. Ma è con questo secondo disco – Open Up – che la band raggiunge il picco della propria carriera: Nothin’ but a Good Time è la summa dell’hair metal, il riff di Fallen Angel introduce la storia di una ragazza di provincia come tante loro amiche alla ricerca di fortuna e fama ai piedi di Hollywood, Every Rose Has Its Thorne è la ballatona che li consacra. Epiche le loro prestazioni ginniche e pose da belli belli in modo assurdo nei video: chissà se Brett Michaels, C.C. Deville, Bobby Dall e Rikki Rockett riusciranno a replicare solo la metà di quella magia nel tour amarcord degli Stati Uniti annunciato per l’estate del 2020 in compagnia di Def Leppard, Joan Jett e Mötley Crüe.

2. “Girls, Girls, Girls” Mötley Crüe (1987)

Più che un gruppo rock, una compagnia circense. Ormai tutti hanno letto e goduto delle loro tragicomiche prodezze grazie al libro best seller The Dirt e relativo, omonimo film del 2019. Leggende metropolitane, storie ai confini della realtà: le formiche e tutto il resto sniffato con zio Ozzy, le scorribande con la Yakuza, la morte del batterista degli Hanoi Rocks Razzle ucciso da un incidente provocato da Vince Neil ubriaco, le overdosi del miracolato Nikki Sixx, Tommy Lee che suona la batteria a testa in giù, i sex tape con Pamela Anderson, la “mummia” Mick Mars… La loro fama li precede, certo, ma i Mötley Crüe sono stati davvero tra i pionieri del genere, capaci di evolversi dal metal punk primordiale degli esordi a quello che è ritenuto all’unanimità il loro miglior disco, Dr. Feelgood, davvero ottimo hard rock. Abbiamo scelto però Girls, Girls, Girls perché testo e video del singolo rappresentano allo stesso tempo il meglio e il peggio non di uno stile musicale, ma di un decennio e di un Paese, o almeno l’idea patinata degli Stati Uniti negli anni Ottanta. Avevano annunciato lo scioglimento, l’ultima tournée, e invece ecco che i Mötley Crüe tornano con lo Stadium Tour. I soliti, simpatici cazzoni.

1. “Appetite for Destruction” Guns n’ Roses (1987)

Paura e delirio a Los Angeles. La storia dei Guns n’ Roses è un romanzo e questo album ne è il capitolo più entusiasmante. Erano senza ombra di dubbio i più folli e talentuosi tra tutti i musicisti che facevano la via crucis lungo il Sunset Strip, ogni locale una tappa – Rainbow, Roxy, Whiskey a Go Go, Troubadour… – ogni concerto danni e grandi canzoni. Appetite for Destruction è il risultato di quella processione, la passione di Axl Rose, Duff McKagan, Slash, Izzy Stradlin e Steven Adler, un disco perfetto: i pezzi autobiografici, i suoni taglienti, la ritmica tribale che non hanno mai più avuto, i riff di chitarra da School of Rock, la copertina violenta censurata, le leggende che accompagnano la firma del contratto con la Geffen e le porno-registrazioni di Rocket Queen… Ogni tessera del puzzle era andata al suo posto e il risultato non è un album rock, ma un’opera d’arte firmata Genio & Sregolatezza.

Per una più approfondita conoscenza della materia, consigliamo un paio di libri fondamentali come I 100 migliori dischi glam metal (pubblicato da Tsunami edizioni) e American Hair Metal di Steven Blush (volume prettamente fotografico, inedito in Italia, che fa scoppiare la testa).

E siccome sappiamo di avere trascurato più o meno ingiustamente tante band “importanti” per il genere in questione (Warrant per esempio, ma Cherry Pie è del 1990, oppure Enuff Z’Nuff e Cinderella, Dangerous Toys e Bullet Boys), divertitevi con questo simpatico bigino musicale, American Hair Band dei Tuff.

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