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I 10 migliori album metal del 2021

Le mille voci di King Woman, gli esperimenti dei Portal, l'epica degli Iron Maiden, il supergruppo di 'Bloodmoon': i dischi metal più interessanti dell'anno raccontano fughe in altri mondi

Foto courtesy of John McMurtrie; Clay Patrick McBride; courtesy of Portal; Nedda Asfari

Il metal è perfetto per chi è in cerca di catarsi. Non sorprende perciò che i migliori dischi del genere usciti nel 2021 – spesso registrati mentre il mondo era in pieno isolamento da Covid, un anno fa – offrono un qualche tipo di fuga dalla realtà: la determinazione degli Iron Maiden, il caos dei Portal, la malinconia di King Woman. Altri, dai grandi nomi come Mastodon e Gojira all’underground di Skepticism e Panopticon, hanno tirato fuori il meglio dalla loro musica oscura. Ecco quindi i 10 album metal più riusciti dell’anno.

10. “…And Again Into the Light” Panopticon

Per un decennio Panopticon (ovvero Austin Lunn) ha esplorato la strana giustapposizione tra black metal e folk degli Appalachi, trovando un punto d’incontro nella desolazione e nelle sofferenze che si nascondono nel cuore di entrambi i generi. …And Again Into the Light potrebbe essere il suo disco migliore in assoluto, un’opera coesa che usa blast beat, riff violenti, passaggi acustici e violini per dare vita a brani epici e potenti come Dead Loons, A Snowless Winter e The Embers at Dawn. Il tema al centro del disco è il confronto con i nostri demoni interiori e nonostante la musica sia brutale e cupa, l’effetto complessivo è incredibilmente catartico e liberatorio. Per questo …And Again Into the Light è un ascolto particolarmente adatto a questi giorni cupi. D.E.

9. “Celestial Blues” King Woman

Durante i 40 eccitanti minuti di Celestial Blues, il secondo album di King Woman, la cantautrice Kristina Esfandiari sfodera uno straordinario arsenale di voci. Nella title track sussurra, in Golgotha ha un timbro scuro e ipnotico, in Boghz (un termine Farsi che lei descrive come «un dolore o una nostalgia impossibili da esprimere a parole») sfodera un ululato angosciante. In Psychic Wound, invece, libera un urlo. Queste voci sono lo specchio dell’incredibile varietà del disco, che va dal goth-cabaret al doom apocalittico. Esfandiari ha detto che il disco le ha permesso di conciliarsi con la dura educazione cattolica impartitale da bambina, quando l’inferno e il paradiso le sembravano spaventosamente reali. Ascoltare quest’opera metal è come vivere il suo dolore, la sua rabbia e anche l’accettazione, un viaggio che farete insieme a lei passo dopo passo. H.S.

8. “Companion” Skepticism

Gli Skepticism sono il punto d’incontro musicale tra l’estrema unzione e la dannazione. Negli ultimi tre decenni, i pionieri del funeral doom hanno rappresentato l’essenza del tormento eterno con brani dall’incedere lento, pieni di organi da chiesa e voci strazianti. Quando questi finlandesi azzeccano tutto, come nel sesto album Companion, il risultato è accattivante e trascendente. L’organo di Eero Pöyry è la luce del disco, dà a canzoni come Calla, The Inevitable e Passage un tocco di speranza, così che la band possa distruggerla con riff violenti e proclami demoniaci. Questo sound si esprime al meglio nell’ultima traccia del disco, The Swan and the Raven, un pezzo che contiene l’oscurità e la speranza che definiscono i momenti più forti della musica del gruppo. La morte non ha mai avuto un suono migliore. K.G.

7. “Avow” Portal

La band di metal sperimentale Portal verrà pure dall’Australia, ma il suo sesto album in studio sembra registrato nel più orrendo pozzo infernale. In brani come Catafalque, Eye e Drain, le chitarre sono taglienti come una sega elettrica, la batteria sembra il passo di un demone gigantesco pronto ad accogliere le anime dei defunti e la voce del Curator un incantesimo maligno. E se ascoltare Avow non è abbastanza per distruggervi, provate con Hagbulbia, il disco gemello ambient-noise che lo accompagna. D.E.

6. “Where the Gloom Becomes Sound” Tribulation

Misterioso, malvagio e incredibilmente cinematografico, il quinto album in studio di questa band death-prog-psych-metal svedese nasce sulle fondamenta gothic gettate da Down Below (2018), ma con una scrittura pronta per i palasport. Inni cupi e drammatici come Hour of the Wolf, Leviathans e Daughter of the Djinn sono chiaramente concepiti per arrivare fino alle ultime file della platea, ma mantengono le stesse atmosfere del passato, un suono che ricorda il fetore di un ossario. Non sappiamo cosa farà la band senza il chitarrista e autore Jonathan Hultén che ha lasciato la formazione dopo l’uscita del disco, ma Where the Gloom Becomes Sound chiude questo capitolo della loro storia in grande stile. D.E.

5. “Bloodmoon: I” Converge

È in cantiere dal 2016, ma valeva davvero la pena aspettare questa straordinaria collaborazione tra le leggende dell’hardcore Converge, la sacerdotessa del gothic folk Chelsea Wolfe, il suo partner musicale Ben Chisholm e Stephen Brodsky dei Cave In. Non ci sono compromessi, né le idee annacquate che spesso funestano i supergruppi. Ognuno dà il meglio e mette la sua visione al servizio di una serie di canzoni post metal inquietanti, musica tanto brutale quanto melodica e atmosferica, che è al livello delle cose migliori mai fatte da tutti i musicisti coinvolti. Ci sarà un Bloodmoon: II? Sarebbe davvero una fortuna. D.E.

4. “Torn Arteries” Carcass

Nel disco della reunion del 2013, Surgical Steel, i Carcass – un’istituzione del metal estremo di Liverpool – hanno riscritto la storia, combinando la potenza degli esordi con l’arroganza rock’n’roll che avevano perfezionato al momento dello scioglimento, nel 1996. In Torn Arteries, il secondo album del nuovo capitolo, hanno finalmente liberato il loro suono. È la raccolta di canzoni più sorprendente che abbiano mai registrato, con musica che va dalle suite di 10 minuti come Flesh Ripping Sonic Torment Limited al midtempo pieno di groove di Eleanor Rigor Mortis, con in più qualche pezzo death-thrash. E mentre l’orizzonte sonoro s’allarga, il growl di Jeff Walker (e il suo amore per una battuta ben riuscita) e i riff impeccabili del chitarrista Bill Steer danno al tutto l’inconfondibile tocco alla Carcass. H.S.

3. “Fortitude” Gojira

Ci sono momenti, in Fortitude, in cui il rumore sovrasta la melodia: brillanti armonici di chitarra, feedback che slabbrano l’intonazione, urla. Quando succede è meraviglioso. Nel loro settimo album in studio, i Gojira bilanciano i riff circolari che li hanno resi famosi con melodie euforiche. Tra questi due estremi hanno nascosto una tonnellata di meraviglie sonore, abbastanza da farvi venire continuamente voglia di riascoltarlo. È una cosa rara nel metal, un genere noto per avere un suono puro e diretto, senza troppe sfumature. Ancora meglio, il chitarrista e cantante Joe Duplantier sfrutta questi tableau per gridare contro le diseguaglianze, la deforestazione (Amazonia), l’avarizia (Born for One Thing) e il totalitarismo (Into the Storm). Fortitude è un disco tanto heavy quanto inebriante. K.G.

2. “Hushed and Grim” Mastodon

Gli ultimi dischi dei Mastodon sembravano bollettini di una band adagiata nella comfort zone di metà carriera. Dopo aver raggiunto il perfetto equilibrio post metal in The Hunter (2011), fino a Emperor of Sand (2017) la formula è rimasta pressoché intatta. Hushed and Grim, invece, chiede molto di più all’ascolto, e dà anche molte più soddisfazioni. Non è solo il disco più lungo registrato dalla band negli ultimi anni – arriva a circa un’ora e mezza – ma anche il più cupo, com’è chiaro dal titolo. Alcuni pezzi, come Had It All, vanno dritti nel territorio delle ballad, mentre altri, come The Beast, hanno il pathos di certe cose R&B. Nel resto del disco c’è di tutto, dai pezzi rock più cantabili mai scritti dalla band (Teardrinker, Pushing the Times) ai più epici e impressionanti (More Than I Could Chew, Gobblers of Dregs). E quando il vero orizzonte del disco si rivela, capirete che merita una posto accanto ai vostri classici anni ’70. L’intervista. H.S.

1. “Senjutsu” Iron Maiden

Non importa quanto i fan continuino a chiedere pezzi come Run to the Hills e The Trooper, i Maiden non si sono mai guardati indietro. Senjutsu, il loro diciassettesimo disco in studio, è il più prog della loro carriera. Certo, suonano ancora i riff ipnotici e vagamente celtici che li hanno resi famosi, e la voce del frontman Bruce Dickinson (l’abbiamo intervistato) squilla ancora come un allarme antiaereo, ma come in The Book of Souls (2015) la band eleva la sua scrittura e costruisce strutture più intricate e testi più intelligenti di quando hanno iniziato, quarant’anni fa. I brani più lunghi ed epici di Senjutsu (Hell on Earth, The Time Machine) sono i migliori del disco, il gruppo si perde nel viaggio e noi insieme a loro, e dimostrano quanto gli Iron Maiden siano sì leggende, ma soprattutto innovatori. K.G.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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