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I 10 luoghi fondamentali del rock di Seattle

Una guida sentimentale alla città del grunge. Dal libro 'Seattle. La città, la musica, le storie', un’esplorazione degli indirizzi che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo della musica locale

Chris Cornell sul palco coi Soundgarden

Foto: Alison S. Braun/Corbis via Getty Images

Una guida sentimentale alla città del grunge. Il libro di Valeria Sgarella Seattle. La città, la musica, le storie (Odoya) propone un’esplorazione dei luoghi che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo della musica locale. Sale da concerto, bar, teatri, studi di registrazione, abitazioni com’erano all’epoca e come sono oggi, nella città rivoluzionata dalla presenza di Microsoft, Starbucks, Amazon.

«Attraverso un lento pellegrinaggio nei luoghi della musica, specie quelli che hanno rappresentato molto per Nirvana, Alice In Chains, Pearl Jam e Soundgarden, e descrivendo l’evoluzione dei vari quartieri, i neighborhood, questo libro vuole raccontare la trasformazione di questa città, e, se possibile, tracciare una linea di continuità tra la Seattle di ieri e quella di oggi», si legge nell’introduzione. «Il modo migliore per farlo, mi sono accorta ben presto, è raccontare le sue assenze, i suoi fallimenti e le sue rinascite. Qui troverete luoghi di cui non c’è traccia nelle guide ufficiali, perché Seattle, proprio come la sua gente, è una città che ha dovuto passare dalla morte per ritrovare la vita».

Abbiamo chiesto all’autrice di selezionare per Rolling Stone i 10 indirizzi più significativi per il rock di Seattle, dal locale dove si esibirono i Nirvana prima del boom al ristorante dove lavorava Chris Cornell, fino alla prima sede dell’etichetta Sub Pop, quando i sogni di espansione globale erano uno scherzo e non la realtà.

1The Vogue (2018 1st Avenue)

The Vain, nella 1st Avenue, com’è oggi. Foto: dal libro “Seattle. La città, la musica, le storie”

Risalendo dal Pier 67 su Wall Street fino a incrociare la 1st Avenue (una salita che, se fatta con gambe poco allenate, potrebbe risultare impegnativa) e procedendo verso il numero 2018, ecco il Vain, un salone da parrucchiere dall’aspetto accattivante e contemporaneo, con mattoni a vista come a richiamare l’essenzialità di un tempo. All’ingresso chiedono: «Are you checking in?» («Ha un appuntamento?»). Lo sanno bene che in molti ci entrano per osservare quel che è rimasto dello storico Vogue, che fu un locale di punta di Belltown, nonché palco privilegiato per le band emergenti di Seattle. Nella sua prima vita era un bordello, poi diventò il Johnny’s Handlebar, uno dei più longevi gay bar della costa occidentale; poi si chiamò Wrex, e diede vita a un nuovo concetto di sballo, fino al 1983, quando si trasformò in quell’oscuro e sensualissimo club che ospitò la crema del suono di Seattle, appunto il Vogue. Avere un mercoledì sera al Vogue, per le band emergenti, era un grande segno distintivo.

Le cronache collocano al Vogue il primissimo concerto dei Nirvana a Seattle, il 24 aprile del 1988, quando ancora neanche si chiamavano così. In realtà, la band aveva suonato una decina di giorni prima al Central Tavern, la più antica taverna della città. La formazione della band includeva allora Kurt “Kurdt” Cobain, Krist Novoselic e il batterista Dave Foster. Il concerto del Vogue era a tutti gli effetti una seconda possibilità che i discografici della casa discografica Sub Pop volevano dare alla band. La serata era denominata “Sub Pop Sunday” e portava in scena, appunto, le (poche) band dell’etichetta. Quella sera, la band di Kurdt aprì per i colleghi di etichetta Blood Circus. Poiché il batterista Dave Foster era minorenne, la band dovette attendere l’inizio del suo set prima di entrare nel locale. Tutti aspettarono dunque nel parcheggio, mentre Cobain, travolto dall’ansia, rimase nel bagno a vomitare. Contro ogni aspettativa, la band suonò quattordici canzoni, per circa un’ora e mezza di set. Tra il pubblico c’erano osservatori speciali, ma non tutti ben impressionati. Charles Peterson, futuro fotografo ufficiale della scena grunge, benché sollecitato dai capi della Sub Pop, Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, non scattò neanche una foto. A posteriori, durante un’intervista alla rivista Goldmine, definì quella performance «atroce».

2The Music Bank (454 45th Avenue North West)

Da North West Market Street si arriva facilmente a Shilshole Avenue North West; percorrendola fino in fondo, ci si troverà a Salmon Bay, un’area di stabilimenti legati alla nautica (prevalentemente riparazione di barche) e al confezionamento del pesce. Alcune delle vecchie fabbriche sono state riconvertite in studi e loft, ma perlopiù questa zona mantiene la sua identità marinaresca. La strada corre parallela alla ferrovia della Ballard Terminal Railroad, ancora attiva (a proposito: se si è in macchina, non si parcheggi sulle rotaie pensando che si tratti di binari morti). Più ci si avvicina al Ballard Bridge, più la vivacità di Ballard svanisce. Passato il ponte e procedendo alla biforcazione sulla 45th Avenue North West, i cantieri si moltiplicano. Cercando di seguire una sequenza numerica alla ricerca del civico 1454, non ci sarà nemmeno un elemento che farà capire di aver trovato quel che si cercava. Specialmente se quel che si cercava era il Music Bank.

Per spiegare cosa fu il Music Bank a Seattle, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, bisogna scomodare una serie di testimoni oculari dell’epoca. Si trattava, in sintesi, di un ex capannone riconvertito a ostello per musicisti, definizione comunque riduttiva. Aperto ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette, era un luogo tanto insolito quanto strategico. Per dirla con le parole di Ken Deans, primissimo manager degli Alice In Chains, il Music Bank era «ciò che di più prossimo al Chelsea Hotel Seattle si potesse permettere». Qui, decine di band e musicisti squattrinati potevano affittare una stanza per pochi dollari al mese, provare, dormire, bere, scopare, fare festa, fare i turni alla reception e plasmare il proprio talento, qualunque esso fosse, in attesa che qualche discografico li vedesse suonare. Proprio come accadde agli Alice In Chains.

Appena varcata quella soglia, si sbatteva il muso contro un muro di suoni cacofonici; lungo il corridoio, in ordine casuale, dozzine di casse vuote di birra Rainier e gente stravaccata sul pavimento. I vari locali erano separati da pareti posticce di compensato, che a tutto facevano pensare tranne l’esistenza di un protocollo antincendio. Le stanze avevano mediamente le dimensioni di un box (piccolo) e ci dormivano mediamente in cinque. Ma non importava: quello, a detta di chi ci viveva, era il paradiso. Non c’erano regole al Music Bank: chi era titolare di una stanza poteva rientrare anche alle cinque del mattino. Nel gabbiotto della portineria con la tv perennemente accesa, c’era sempre qualcuno che, occhio allo spioncino, avrebbe preso una chiave da un enorme mazzo di altre chiavi, e avrebbe aperto la porta. Non di rado, quel qualcuno era Layne Staley.

3OK Hotel Apartments (212 Alaskan Way South)

L’Ok Hotel nei primi anni Novanta, con vettura pubblicitaria della catena Oscar Mayer. Foto: dal libro “Seattle. La città, la musica, le storie”

Come recita la descrizione sul sito internet degli Ok Hotel Apartments, questo «fu un popolare locale dell’epopea del grunge, in cui i Nirvana suonarono per la prima volta Smells Like Teen Spirit». Tutto vero: era il 17 aprile del 1991, e i Nirvana avevano fissato qui un concerto dell’ultimo minuto. Il secondo dall’ingresso di Dave Grohl in formazione. Il giorno dopo, la band sarebbe partita alla volta dei Sound City Studios, a Van Nuys, California, dove avrebbe registrato l’album Nevermind con il produttore Butch Vig. Quella sera aprirono per i Nirvana altre due band conosciute in città: le Bikini Kill, paladine del movimento Riot Grrrl, e i Fitz of Depression. Quando fu il turno dei Nirvana, Cobain salutò la folla così: «Ciao. Siamo quelli che si sono venduti alle multinazionali del rock», facendo riferimento al recente passaggio della band alla David Geffen Company. Poi, nel mezzo del set, presentò Smells Like Teen Spirit, sei mesi prima che questa canzone cambiasse la sua vita, e quella di tanti altri. Cronache dell’epoca dicono che questo concerto servisse a raccogliere i soldi per il viaggio del giorno seguente, ma anche per pagare una sanzione al cantante dei Fitz of Depression, evitandogli il carcere.

L’Ok Hotel era allora un luogo speciale. Un po’ caffetteria, un po’ circolo culturale e galleria d’arte, ma soprattutto, a tutti gli effetti, un ostello per artisti. Si cantava, si declamavano le poesie, magari calati di lsd. Oppure si dipingeva, si leggeva, si conversava. Realtà come l’Ok Hotel erano molto diffuse in Pioneer Square, prima che, al passaggio del millennio, i vecchi edifici fossero spianati per fare spazio a nuovi complessi residenziali o uffici.

4Easy Street Records & Cafè (4559 California Ave South West)

Lo storico negozio di dischi indipendente Easy Street Records & Cafè esiste dal 1988 e, più di tutti, tiene alta la bandiera del genere grunge. Anche se in apparenza potrebbe sembrare un ruffiano negozio accalappia turisti votato alla nostalgia, data anche la quantità di memorabilia e merchandise del mondo grunge in esposizione, si tratta in realtà di un luogo in cui è possibile trovare pezzi unici, edizioni limitate e rarità. Specialmente al piano di sopra, con gli innumerevoli scaffali dedicati ai 45 giri, si possono fare ottimi acquisti. E poi vale la pena fare una sosta al cafè, magari anche solo per una birra, la TAD Special a soli 2,50 dollari.

Non di rado, Easy Street ha ospitato anche concerti. Uno, in particolare, ha fatto la storia. Adam Tutty, manager di Easy Street, si era trasferito a Seattle per una sola ragione: non dover girare tutto il mondo per incontrare i Pearl Jam. Non avrebbe mai pensato che un giorno gli sarebbe capitato di fumare sigarette alla cassa con Eddie Vedder (quando ancora si poteva), o di vendere dischi dei Cheap Trick a Mike McCready. Nei primi anni Zero, i piccoli negozi di musica stavano cominciando a soffrire l’egemonia delle nuove piattaforme digitali, in primis Napster. Il 29 aprile del 2005, Easy Street avrebbe ospitato una convention del CIMS, l’associazione dei negozi indipendenti di musica. A Tutty cominciò a girare in testa un’idea pazza e balzana: organizzare un live a sorpresa dei Pearl Jam. Che erano sì clienti, ma pure affezionati alla causa dei piccoli rivenditori di supporti musicali. Bene: Vedder fu d’accordo, e il management della band pure. Così, proprio quel giorno, dopo un accurato soundcheck, la band suonò un set di sedici canzoni, di fronte a un pubblico allibito di 150 persone. Un set tiratissimo con un solo lento, Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town. Inutile dire che fu un live leggendario, e non solo per i preparativi che richiese (il negozio fu letteralmente svuotato, e si fece molta fatica a tenere l’evento nascosto), ma anche per il valore simbolico che ancora porta con sé. Questo concerto è stato stampato su vinile per la prima volta nel 2019, in occasione del Record Store Day.

5Terminal Sales Building (2013 4th Avenue)

Risalendo dalla 1st Avenue verso Virginia Street, ecco il Terminal Sales Building (1932 1st Avenue), edificio commerciale in stile gotico, inserito nel registro storico della città, e inaugurato nel 1923. All’undicesimo piano, Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, il 1° aprile del 1988, aprirono il primo “ufficio” della casa discografica Sub Pop Records, l’etichetta indipendente che è la principale responsabile della diffusione del genere grunge nel mondo. Quelli che loro, facendo leva sul proverbiale umorismo, chiamavano «The Sub Pop World Headquarters» erano in realtà un bugigattolo di una ventina di metri quadri. Oggi, la sede della Sub Pop Records, uno dei marchi storici di Seattle, si trova non lontano da lì (2013 4th Avenue). È possibile visitarla su appuntamento, e l’esperienza è forte.

6Bombshelter Records and Skateboards (1506 Olive Way)

Da Dick’s, una camminata di cinque minuti lungo East Denny Way porta a uno di quei non-luoghi, o meglio, uno di quegli ex-luoghi che furono di importanza primaria per la scena punk/grunge. Al 1506 di East Olive Way sorgeva infatti Bombshelter Records and Skateboards, un negozio fondato da
Bruce Pavitt insieme al compagno dell’Evergreen College di Olympia, Russ Battaglia, nel 1984. Non solo un negozio di musica e cultura punk, ma un vero e proprio vivaio di skater, alcuni dei quali parteciparono anche a campionati nazionali. Poi, all’esplodere del grunge, quel piccolo negozio diventò
un punto nevralgico della scena, nonché meta di pellegrinaggio di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Bombshelter cambiò gestione nel 1999 con una direzione vagamente diversa, e chiuse i battenti nel 2003. Oggi, a quell’indirizzo c’è un club di musica dal vivo, il Montana.

7Ray’s Boathouse (6049 Seaview Avenue)

Ray’s Boathouse negli anni Settanta. Foto: dal libro “Seattle. La città, la musica, le storie”

Al 6049 di Seaview Avenue c’è Ray’s Boathouse, uno di quei luoghi che regalano un’esperienza definita only-in-Seattle. Luoghi che, per via della loro storia e posizione geografica, danno uno spaccato autentico della città e del suo patrimonio, soprattutto, in questo caso, della sua tradizione marinaresca. Si chieda a qualsiasi locale se è mai stato da Ray’s: la risposta sarà affermativa, seguita dall’entusiastico racconto di quella cena sul pontile col vento nei capelli, il plaid sulle ginocchia (gentilmente offerto dalla casa) e la straordinaria vista del tramonto sul porto. Sì, perché ci sono essenzialmente due Ray’s: quello al piano di sotto, al coperto, con musica jazz in sottofondo e l’ingresso a 30 dollari, e il Ray’s Cafè al piano di sopra, scoperto, con un menù molto più spartano, ma con un panorama che non si dimentica.

La storia di Ray’s inizia nel 1939 come sito di canottieri con noleggio barche, e un bar annesso che serviva esclusivamente fish & chips. Solo nel 1973 si trasformò in un vero e proprio ristorante, e da allora, la sua caratteristica insegna rossa verticale al neon è una vista rassicurante per i residenti di Ballard. Nei primi anni Ottanta, da Ray’s, alle undici di mattina, c’era già la fila alla porta: decine di persone in attesa di entrare per il pranzo. Ma la brigata del retrobottega, quella fatta di cuochi, assistenti e lavapiatti, aveva una consuetudine a cui non poteva rinunciare: prima dell’apertura delle porte, si andava tutti nel parcheggio e si faceva una partitina a basket. Nella brigata c’era anche un ragazzo coi capelli lunghi, capelli che era solito raccogliere in una coda di cavallo durante il servizio. Aveva circa quindici anni, e un sorriso beffardo stampato sul viso. Era in gamba: aveva iniziato come lavapiatti, ed era finito a fare il sous-chef. Ma il suo vero punto di forza erano le imitazioni delle rockstar, che metteva in scena a fine servizio, quando era il momento di sbattere i tappetini fuori dal locale, sul porticciolo. Riusciva a imitare Billy Idol con la stessa identica smorfia del labbro leporino. Quel ragazzo era Chris Cornell.

8Appartamento di Layne Staley (552 Ward Street)

L’appartamento sulla 8th Avenue East, nell’area dell’University District, fu l’ultima casa in cui visse Layne Staley; quella che di solito è meta di pellegrinaggio per chi è alla ricerca di luoghi iconici del grunge. Prima di vivere in questa casa, in completa solitudine, Layne abitò per qualche anno in un appartamento nell’area di East Queen Anne, al 552 di Ward Street, che poi mise in vendita. Certe volte, sono i luoghi più anonimi a racchiudere i migliori ricordi; quelli che non fanno parte del giro tradizionale del tour, ma che vale la pena vedere. Anche se non sono più gli stessi. Perché quei luoghi hanno assorbito momenti, suoni, incontri irripetibili.

Tra il 1994 e il 1995, Layne condivideva la casa di Ward Street con un amico ed ex compagno di band di nome Johnny (…) Non tutti potevano avere accesso a quella casa. Mike McCready, invece, poteva entrare. Mike aveva molto a cuore Layne, e aveva capito che l’unico modo, forse, per distrarlo dalla sua dipendenza, e magari convincerlo ad andare in clinica di disintossicazione, era portargli della musica. Qualcosa che lo accendesse, qualcosa su cui lui, magari, potesse lavorare. Gli Alice In Chains erano in una fase difficile, proprio a causa della sua condizione. Avevano in programma un tour a supporto dei Kiss (che andrà malissimo). A sua volta, McCready aveva avuto problemi di dipendenza dall’alcool, fonte di enormi problemi con la sua band, i Pearl Jam. Ecco perché era sensibile alla materia. Lui in rehab c’era andato, a Minneapolis, e qui aveva incontrato un signore di nome John Baker Saunders. (…)

Allora s’instaurò una consuetudine: almeno una volta alla settimana, Mike e Baker entravano in quella casa, si sedevano sul divano, Johnny preparava una tazza di caffè, fumavano tante sigarette, suonavano dei pezzi con le chitarre acustiche, e a un certo punto nel tardo pomeriggio, Layne si materializzava. E gli piaceva, quel che sentiva. A quel punto, Mike cominciò a essere operativo; chiamò un ingegnere del suono, prenotò delle sessioni di registrazione ai Bad Animals e coordinò il tutto. Mike passava a prendere Layne alle undici di sera, andavano in studio, lui incideva le sue parti vocali, e poi lo riaccompagnava a casa alle quattro di mattina. (…) Stava nascendo il primo e unico album dei Mad Season.

9The Off Ramp (109 Eastlake Avenue East)

South Lake Union è forse il quartiere che più di tutti incarna la trasformazione di Seattle da città del grunge a città di Amazon; l’area in cui l’aura ruggente dei Nineties si scontra con l’aspetto avveniristico di certi edifici, laddove allora c’era un vuoto totale. È chiaro, infatti, che proprio in quest’area, esistessero alcuni tra i locali più simbolici di quella scena; nomi che, al cambio del millennio, come travolti da un Millenium Bug generazionale, si sono aggiunti alla lunga lista di cose che non ci sono più.

Procedendo su Eastlake Avenue East da Howell Street, ci si imbatte in un edificio nero e blu cobalto che non può passare inosservato. Ora la sua insegna riporta il nome “El Corazon”, ma fino all’aprile del 1999 questo era l’Off Ramp Cafè, e non c’era una singola band di Seattle che non avesse suonato almeno una volta su quel palco. La sua infelicissima posizione, rasente una rampa d’uscita della Interstate 5, e relegato ai piedi del massiccio ponte di Denny Way, lo rendeva ancora più strambo. Il 22 ottobre del 1990, i Mookie Blaylock, futuri Pearl Jam, suonarono qui il loro primissimo live, dopo soli cinque giorni di prove, in apertura agli Alice In Chains. In quel periodo, all’Off Ramp soffiava il vento di Hollywood: l’attore Matt Dillon fu un assiduo frequentatore nel periodo in cui si girava il film Singles – L’amore è un gioco (Cameron Crowe, 1992), di cui lui è coprotagonista. Qui, tra l’altro, si girò il live dei Soundgarden che compare nel film. Anche i Temple Of The Dog, la band transitoria che fece da spartiacque tra i Mother Love Bone e i Pearl Jam, suonò qui una prima e unica volta, il 13 novembre 1990, per provare i pezzi che sarebbero confluiti nel loro unico e omonimo album.

10Marco Polo Motel (4144 Aurora Avenue North)

Marco Polo Motel. Foto: dal libro “Seattle. La città, la musica, le storie”

Quando su un motore di ricerca si inserisce “Aurora Avenue Seattle”, il termine più ricorrente nei risultati è “prostituzione”. Infatti, Aurora porta ancora con sé un passato fatto di vizio e squallore. E pensare che, negli anni Sessanta, Aurora era una piccola Hollywood. Essendo l’unica strada di raccordo tra il Nord e il Sud della città, era la passerella d’ingresso che accoglieva i visitatori con i suoi pittoreschi diner, i suoi colorati nightclub e i locali del proibito. Oggi tutto questo non esiste più e, specialmente dall’incrocio con la 85th Street in su, Aurora è un susseguirsi di pessimi motel, rivenditori di auto, centri massaggio e fast food, dove lo spaccio, oltre alla prostituzione, è l’attività più consueta. Tuttavia, percorrendo Aurora Avenue North in macchina, oppure, meglio ancora, a bordo di un bus della E-Line, si capisce il perché di quella narrativa poetica che le è stata cucita addosso. Una narrativa legata indissolubilmente agli ultimi giorni di Kurt Cobain, che in Aurora si rifugiava per consumare in solitudine la parte finale della sua vita.

Ancora oggi, Aurora è un percorso irrinunciabile, se si vuole conoscere davvero l’anima di Seattle. Secondo la ricostruzione fatta dal documentario Kurt Cobain: le ultime 48 ore (BBC, 2007), Kurt soggiornò nella stanza 226 del tuttora esistente Marco Polo per farsi di eroina in santa pace. Da solo o in compagnia. A quel punto tutti i plateali tentativi di farlo disintossicare, messi in piedi dal suo entourage e dalla sua famiglia, erano falliti. La sua permanenza nella clinica Exodus, in California, era durata un giorno: se n’era andato di nascosto, nella notte, scavalcando un muretto.

Testi tratti e adattati dal libro di Valeria Sgarella Seattle. La città, la musica, le storie edito da Odoya (224 pagine, 16 euro).