Home Classifiche Liste

I 10 dischi fondamentali per capire la rinascita del post punk

Mentre il mainstream è dominato da pop e rap, nell’ultimo decennio il genere nato e prosperato a cavallo fra anni '70 e '80 sta vivendo una seconda giovinezza. Dagli Idles ai Fontaines D.C., ecco gli album da ascoltare

Gli Idles

Foto: Lindsay Melbourne

Potremmo anche definirla “rinascita post punk”, e pazienza se qualcuno penserà che in un mondo dominato da pop e rap star l’espressione sia esagerata: l’ultimo decennio è stato segnato da una quasi sorprendente proliferazione di band che nel genere nato a fine anni ’70 da un’evoluzione del punk hanno trovato il linguaggio giusto per dire la loro. Sono anni che si urla ai quattro venti che il rock è morto – e figuriamoci l’alternative –, ma è pur vero che negli anni ’10 tanti gruppi hanno guadagnato attenzione, credito e locali affollati riprendendo il discorso avviato tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli ’80 dai Public Image Ltd. di John Lydon e da formazioni quali Joy Division, The Fall, Gang of Four, Killing Joke, Pop Group, Siouxsie and the Banshees.

Già negli anni 2000 Interpol, Arctic Monkeys, Bloc Party e altri erano ripartiti da lì, ma chi si aspettava che persino nell’era della trap certe influenze avrebbero dato vita a una rinnovata scena musicale? E invece: nel Regno Unito in primis, ma anche negli Stati Uniti e nel Nord Europa, si sta scrivendo un nuovo capitolo della storia del post punk con dischi che in alcuni casi hanno persino vinto premi e raggiunto posti alti nelle classifiche. Linee di basso claustrofobiche e synth ossessivi, atmosfere cupe e ritmi martellanti diventano il terreno fertile su cui costruire nuove narrazioni non mainstream in cui trovano spazio anche una buona dose di rabbia anti-sistema e istanze sociali e politiche che altrove sono evitate come la peste. C’è pure tanto afflato letterario e il crossover è ad alto dosaggio; del resto, come sottolineato da Simon Reynolds in Post Punk 1978-1984, parliamo di un universo eterogeneo perché aperto a ogni tipo di contaminazione, che è il motivo per cui continua a generare nuovi interessanti circuiti sonori. Qui 10 titoli usciti di recente e non per dire: il più vecchio è del 2014.

“Nobody Wants to Be Here and Nobody Wants to Leave” Twilight Sad (2014)

Scozzesi, formatisi nel 2003, i Twilight Sad nel 2014 hanno fatto centro con la quarta prova della loro carriera, un album in cui intimismo ed epicità s’intersecano fino a creare un viaggio emozionale dai toni dark, ma liberatorio. Post punk, krautrock, noise, shoegaze, Siouxsie and the Banshees, Cabaret Voltaire, Joy Division, Depeche Mode, My Bloody Valentine, National, Interpol: la band di James Graham attinge di qua e di là, ma riesce a conferire al suono del disco compattezza e identità. Nel lotto di dieci canzoni registrate nello studio dei Mogwai a Glasgow, tra chitarre riverberate, irrequiete trame di synth, qualche passaggio orchestrale e un buon tocco melodico, spiccano la grintosa Last January e There’s a Girl in the Corner, abbellita dal pianoforte e rivisitata nientemeno che da Robert Smith dei Cure, altra fonte d’ispirazione del gruppo. Per animi malinconicamente romantici.

“Adore Life” Savages (2016)

Una band di sole donne che propone una musica scura e grondante di chitarre post punk. Una cantante, l’affascinante Jehnny Beth, che, complice una sensualità androgina, una vocalità intensa e una straordinaria presenza scenica, quando sale sul palco si trasforma in un ibrido tra Iggy Pop e la Patti Smith degli anni d’oro. Benvenuti nel mondo delle Savages, band che ha esordito nel 2013 con quel disco osannato dalla stampa internazionale e finito nella top 20 inglese che è Enjoy the Silence. Il più recente Adore Life, mixato dal danese Trentemøller, comprende dieci tracce dal sound cupo e corrosivo: pugni dritti nello stomaco con cui le Savages lanciano messaggi solo apparentemente contraddittori come “l’amore è la risposta” e “non fatevi abbattere dagli stronzi”. Beth ha da poco pubblicato il suo primo disco solista e le interviste concesse negli ultimi mesi lasciano intendere che il discorso con la band sia in stand-by. Comunque vada, Adore Life resta un esempio di grinta mista a tensione che celebra la vita anche nei suoi angoli più scuri. E colpisce duro.

“English Tapas” Sleaford Mods (2017)

«Siamo una risposta al pop patinato e borghese che va per la maggiore». L’asserzione è di Jason Williamson, voce dei britannici Sleaford Mods, uno che dal vivo ti rovescia addosso di tutto – urla, sputi, ghigni beffardi – e che col compagno di band Andrew Fearn ha messo a punto quel crossover di post punk sintetico e scarno e rap/spoken word sporco, grezzo, sboccato, che ha portato i due ad affollare club e ad aggiudicarsi i palchi dei maggiori festival internazionali. Anche Iggy Pop ha dichiarato il proprio amore per il duo di Nottingham e la sua miscela di basi elettroniche e rabbia sfacciata, frustrazione, disagio. Del resto qui non si parla di ragazzini, ma di due over 40 imbevuti di cultura rave che probabilmente non si sarebbero mai aspettati di finire sotto ai riflettori. È successo con Divide and Exit del 2014, ma English Tapas è forse il disco da consigliare ai curiosi non avvezzi al genere. Nella consapevolezza che si picchia duro contro il decadimento di una società che ha ammazzato la classe media a colpi di un neoliberismo sfrenato e senza limiti.

“Relatives in Descent” Protomartyr (2017)

Testi densi che parlano del futuro incerto che ci aspetta in quest’era trumpiana di ingiustizie e fake news. Con un timbro baritonale, Joe Casey dei detroitiani Protomartyr li canta declamando con uno stile abrasivo che cattura. Gran disco, il quarto del gruppo americano dopo il già egregio The Agent Intellect: una sinuosa e tenebrosa cavalcata post punk dagli arrangiamenti mai banali e dai testi poetici e taglienti, allusivi e dal gusto letterario, nichilisti, ma volti all’urlo che sa di protesta. Si denuncia il decadimento morale della società non senza una dose di sarcasmo e tirando in ballo Eraclito. «Ho sentito dire che il rock è morto, ma penso sia solo un genere che non fa girare soldi», ha sentenziato Casey. Che con i suoi soci ha già annunciato il quinto disco Ultimate Success Today: uscirà il 17 luglio sempre su marchio Domino, sono già disponibili tre tracce.

“Joy As An Act of Resistance” Idles (2018)

Il prossimo 25 settembre gli Idles pubblicheranno il terzo album Ultra Mono, già anticipato dal singolo Grounds. Pare conterrà featuring di Warren Ellis e Jehnny Beth, ma questo è un altro discorso. Anche se va detto che con il precedente Joy As An Act of Resistance Joe Talbot e soci hanno conquistato talmente tanta attenzione, oltre a raggiungere il numero 5 della classifica degli album del Regno Unito, che oggi tutti li cercano, tutti li desiderano. Come sempre c’è chi parla di sopravvalutazione, ma non si può dire che l’hype non sia meritato: con un titolo da combattimento i bristoliani Idles mettono in scena la voce schietta e senza peli sulla lingua della working class, denunciano ingiustizie, difendono i migranti, fanno sarcasmo sulla Brexit, prendono di mira i razzisti e «quel disagio nel cervello chiamato mascolinità», per citare lo stesso Talbot. Il tutto con versi declamati con fare aggressivo e volutamente sgraziato, appoggiati su un sound imponente fatto di sferzate noise e hardcore, chitarre taglienti e a tratti nevrotiche, ritmi marziali e incalzanti che non lasciano scampo.

“Criminal” The Soft Moon (2018)

La musica del multistrumentista americano Soft Moon alias Luis Vasquez è un incrocio di post punk, dark wave, electro-industrial alla Nine Inch Nails, ritmi ipnotici e atmosfere che più notturne non si può. Realizzato con il produttore italiano Maurizio Baggio, Criminal è il suo quarto e più recente lavoro, affiorato da una riflessione sull’infanzia infelice dello stesso autore e sui conflitti interiori da essa generati. La musica diviene terapia, l’introspezione si trasforma in sfogo, l’angoscia si traduce in carica adrenalinica, i synth suonano cupi e ossessivi in un’opera che evidenzia la costante maturazione di Soft Moon dal debutto discografico del 2010 sino a oggi.

“Beyondless” Iceage (2018)

Arrivano dalla Danimarca, non hanno ancora toccato i 30, ma sono già al quarto disco. E Beyondless – questo il titolo dell’album più recente degli Iceage – è un ottimo lavoro, che mostra un’ulteriore evoluzione per il frontman Elias Bender Rønnenfelt, classe 1992, e i compagni Johan Suurballe Wieth (chitarra), Jakob Tvilling Pless (basso), Dan Kjær Nielsen (batteria). I quattro si sono fatti notare sin dagli esordi per la potenza di un sound rabbioso, tossico, fondamentalmente virato verso il post punk, e qui, dopo i passi avanti già compiuti col precedente Plowing Into the Field of Love, si spingono oltre: la presenza in studio di fiati e di un violino ha permesso alla band di confezionare pezzi dagli arrangiamenti orchestrali, con venature free jazz, come The Days That Music Dies, Thieves Like Us e Pain Killer, quest’ultimo con la californiana Sky Ferreira. Al tutto si aggiunge un’inclinazione al DIY intrecciata con i testi poetici e visionari del cantante e songwriter Elias, fan di Samuel Beckett, Henry Miller e Yukio Mishima, nonché frontman che dal vivo ha il carisma e la carica di un giovane Nick Cave.

“Songs of Praise” Shame (2018)

Gruppo post punk nato a Brixton nel 2014, gli Shame sono cinque ragazzi sulla ventina che hanno iniziato a suonare insieme sui banchi di scuola, per poi farsi le ossa nell’ex sala prove dei Fat White Family. Capitanata dal carismatico Charlie Steen – fautore di uno spoken word graffiante, a tratti sarcastico e sprezzante, a tratti angoscioso –, con questo disco di debutto la band londinese si è guadagnata recensioni entusiastiche. Echi di Killing Joke, Public Image Ltd, Sonic Youth e Cure, robusti giri di basso ed efficaci riff di chitarra, dissonanze, rumore e oscurità, ma anche qualche passaggio più melodico (vedi Angie) sono gli ingredienti principali di un album sfrontato, intriso di rabbia giovanile. I versi migliori sono quelli che impreziosiscono il singolo One Rizla, autentica dichiarazione d’intenti: “Le mie unghie non sono curate / la mia voce non è la migliore che tu abbia sentito / e puoi scegliere di odiare le mie parole / ma non me ne frega un cazzo / I calzini sono vecchi e le scarpe rotte / i polmoni sono stanchi perché pieni di fumo / il portafogli è vuoto / sto andando al verde/ ma respiro ancora”. Basta e avanza.

“Into Red” FEWS (2018)

Secondo album degli svedesi-americani FEWS a tre anni di distanza dall’esordio Means, Into Red viaggia tra post punk, psichedelia, krautrock, shoegaze. Un’opera dinamica, in cui quiete e noise si avvicendano fino a dar vita a uno dei migliori dischi dell’ultimo decennio, perlomeno per gli amanti del genere. Merito anche di una serie di concerti che ha permesso al gruppo di mettere a fuoco il proprio sound e conferirgli una potenza e una varietà maggiori. Per la cronaca, la band si è formata a Malmö, ha debuttato sulla scena musicale dopo essere sbarcata a Londra ed essere stata notata dal produttore Dan Carey, già al fianco di Bat for Lashes, TOY, Franz Ferdinand e Kills, ma ha conservato la sua base in Svezia. È qui che è stato registrato l’EP autoprodotto Dog, che uscirà per l’etichetta del gruppo Hello Dog il prossimo 3 luglio, anticipato dal singolo Heaven: «Una rappresentazione del senso di vuoto», l’ha definita il frontman Frederick Rundqvist.

“Dogrel” Fontaines D.C. (2018)

Il titolo è un termine antico che significa (più o meno) filastrocca. Attivi dal 2017, i dublinesi Fountaines D.C. lo hanno scelto per questo lavoro – loro disco d’esordio salito fino al nono posto nella classifica UK degli album più venduti e candidato al Mercury Prize – per indicare quel genere di messaggi magari semplici, ma in grado di scuotere le coscienze. Un po’ come dire: ascoltateci, riflettete e indignatevi. L’Irlanda è l’ambientazione: “Dublino nella pioggia è mia / una città gravida con una mente cattolica”, recitano i primi versi della traccia d’apertura. I riferimenti post punk e new wave più classici, dai Joy Division ai Fall, si fondono con rimandi ai Clash. E oltre a un certo sarcasmo nei testi, non mancano echi di Pogues. Dentro brani cantati-recitati dove malinconia e ritmi martellanti vanno di pari passo, c’è anche l’amore per James Joyce e la poesia beat coltivato dal frontman Grian Chatten e dai compagni, che a fine luglio sono attesi con la seconda prova A Hero’s Death: il singolo di lancio I Don’t Belong è già un manifesto.