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‘How to Be: Mark Ronson’, il documentario sul produttore bianco che smonta la musica nera

Abbiamo visto in anteprima il film che racconta la storia dell’uomo dietro al sound stiloso e rétro di ‘Back to Black’ e ‘Uptown Funk’

Non ci sono grandi momenti di verità in How to Be: Mark Ronson, il documentario che il produttore di Uptown Funk s’è regalato e che ha perlopiù un tono celebrativo (da sabato 12 ottobre, ore 22.30 italiane, su YouTube). C’è però Lady Gaga seduta di fonte a un pianoforte a coda, con alle spalle una grande bandiera americana. Indossa occhiali da sole e un vestitino leopardato, ha la faccia da italo-americana strafottente. «Essere un’artista significa avere un punto di vista», dice. Il punto di vista di Ronson sulle cose è squisitamente sonoro. Le sue canzoni difficilmente sono emotivamente profonde, ma hanno stile e un suono formidabile.

Diretto dal regista televisivo Carl Hindmarch, How to Be: Mark Ronson racconta la nascita di questo suono. Lo fa attraverso interviste al produttore e ai suoi famigliari, fotografie e filmati d’epoca, testimonianze di Lykke Li, Josh Homme, Q-Tip, Nikka Costa, Boy George, Simon Le Bon, Bradley Cooper, Sean Lennon. La narrazione rimbalza fra la vita artistica e più raramente privata del produttore e la storia dell’ultimo album Late Night Feelings, raccolta di «sad bangers» scaturita dal divorzio dalla modella e attrice Joséphine de La Baume. Com’è ovvio, tutti parlano bene di Ronson: dicono che si relaziona con gli artisti in modo empatico, che ha stile, che è un gran produttore, che è uno a posto.

La madre Ann Dexter-Jones va dal medico pensando d’essere vittima di un’intossicazione alimentare e scopre invece d’essere incinta di Mark. Il ragazzo cresce e il padre Laurence gli fa ascoltare i vecchi vinili. La sorella Charlotte racconta di quanto il fratellino incontrò Mick Jagger e gli disse che non era famoso perché non era mai stato al Muppet Show. I genitori divorziano e Mark si ritrova a vivere a New York con la madre e il nuovo compagno Mick Jones dei Foreigner. Grazie a lui, fa le prime esperienze in studio. Intanto, l’amore per le vecchie produzioni soul, R&B, funk si salda con l’ossessione per l’hip hop. Ronson diventa bravo nell’arte combinatoria. Mette i fiati di Boney M e un break di batteria di Dennis Coffey in Ooh Wee con Ghostface Killah oppure reinventa la progressione armonica di Just dei Radiohead pensando a James Brown.

L’album di debutto del 2003 Here Comes the Fuzz va male, l’etichetta Elektra lo scarica, lui pensa che tanto vale fare la musica che gli piace. Tutto cambia quando azzecca una produzione epocale con Back to Black di Amy Winehouse. Quella versione fake del wall of sound di Phil Spector – così la chiama Ronson è un biglietto da visita pazzesco. Arrivano il Grammy per Uptown Funk con Bruno Mars (Ronson aveva dei dubbi perché «forse assieme siamo troppo rétro»); la produzione spiazzante per i Queens of the Stone Age di Villains, con Josh Homme che gli dice che «mio figlio mi fa ascoltare Uptown Funk di continuo, se la produzione non fosse stata buona t’avrei ammazzato»); la collaborazione con Lady Gaga. Eccoli su un prato fuori dallo sala d’incisione, lui che improvvisa un arpeggio con la chitarra acustica, lei che butta giù il testo di Joanne alla macchina da scrivere.

How to Be: Mark Ronson è la storia d’un produttore di talento che per una lunga stagione ha dettato il tono delle produzioni pop internazionali. Lo spiega bene David Campbell, che ha arrangiato gli archi di Late Night Feelings: Ronson evoca il sapore dei classici che tutti abbiamo amato e li cala in un contesto sonoro moderno. È ancora il ragazzo bianco che prendeva il sound dei neri, lo smontava e lo rimontava in modo ingegnoso. Ha contribuito a dare un suono contemporaneo alla retromania degli ultimi quindici anni. Ha vinto sette Grammy, due Brit Awards, un Oscar. È passato indenne attraverso cause per violazione del diritto d’autore e accuse di appropriazione culturale. Gli resta una sfida da affrontare: restare rilevante nell’epoca di Lil Nas X e Billie Eilish.

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