‘How Can You Mend a Broken Heart’ spiega perché finora sui Bee Gees vi siete sbagliati | Rolling Stone Italia
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‘How Can You Mend a Broken Heart’ spiega perché finora sui Bee Gees vi siete sbagliati

È tutto nel documentario di Frank Marshall, disponibile dal 14 dicembre: il talento non sempre riconosciuto al trio, i successi e i conflitti famigliari, la campagna razzista e omofoba contro la disco

I Bee Gees nel 1977

Foto: dal film 'How Can You Mend a Broken Heart'

«Non esiste una verità oggettiva. Tutto dipende dalle nostre percezioni». Barba e capelli bianchi, fedora calcato in testa, occhiali, sguardo teso a scrutare il mare e lo skyline di Miami, un Barry Gibb malinconico ma in pace con se stesso suggerisce subito la chiave di lettura di How Can You Mend a Broken Heart, il documentario sui Bee Gees diretto da Frank Marshall che dal 14 dicembre sarà disponibile in versione sottotitolata sulle piattaforme Prime Video, Apple TV e Google Play.

«È questo il bello dei documentari», conferma a Rolling Stone il regista (Aracnofobia, Alive-Sopravvissuti, Congo) e produttore hollywoodiano di successo (Indiana Jones, Ritorno al futuro, Il colore viola, Il sesto senso, Seabiscuit, Il curioso caso di Benjamin Button) il cui padre è stato compositore musicale, chitarrista e produttore per la Capitol Records. «Non c’è un modo unico e prestabilito di raccontare una storia. In questo caso non ho voluto seguire un percorso lineare, ma non è stato facile strutturare una trama così complicata spiegando al pubblico chi fossero questi ragazzi nati in Inghilterra, cresciuti in Australia, tornati in patria a cercare successo e poi emigrati a Miami. Insisto su questo tasto, perché per me questa è soprattutto la storia di una famiglia, oltre che un racconto su gente di grande talento che ha fatto grande musica».

L’ha voluto intitolare come una delle ballate più struggenti del trio, «una canzone che Barry scrisse in un momento di crisi, quando i Bee Gees non esistevano più e i fratelli Gibb avevano smesso di parlarsi da due anni», come ci ricorda Nigel Sinclair, produttore specializzato in documentari musicali che ha lavorato a fianco di Ron Howard (i film sui Beatles e su Pavarotti) e di Scorsese (No Direction Home su Bob Dylan, Living in the Material World su George Harrison) oltre che su progetti riguardanti gli Who, i Foo Fighters e l’Apollo Theater di New York. «Barry invitò Robin a cantare la prima strofa della canzone che aveva appena composto, una concessione che nel mondo della musica pop viene interpretata come un atto di enorme rispetto. Ne abbiamo rintracciata una stupenda versione dal vivo, e in quel modo abbiamo trovato anche il titolo del film».

Un titolo adatto a sintetizzare gli umori di una pellicola tutta giocata sui contrasti e su un registro agrodolce, tra pezzi d’archivio e immagini inedite, riflessioni introspettive e fragorose esplosioni di musica e glamour (la sequenza introduttiva, con i tre in scintillanti abiti di scena scortati da un corteo di poliziotti e limousine verso un’arena stracolma di fan eccitati), sentimenti di complicità e tensioni striscianti, il dolore provocato dalle morti di Andy, Maurice e Robin e la gioia del pubblico intergenerazionale che al festival di Glastonbury del 2017 balla estasiato sulle note di Stayin’ Alive.

Robin Gibb nel 1969. Foto: dal film ‘How Can You Mend a Broken Heart’

Non c’è spazio solo per l’agiografia, ma anche per l’inevitabile lato scuro della luna. Con un impianto solido e un gran ritmo, How Can You Mend a Broken Heart procede accumulando tutti gli ingredienti classici delle biografie dedicate alle stelle del pop – i sogni adolescenziali, la scalata al successo, gli isterismi collettivi, le ville, le piscine, le belle macchine, i matrimoni da copertina, i jet privati, i premi, le ospitate in programmi televisivi famosi, i guasti prodotti da alcol e droghe, dalle manie di grandezza e dal distacco dalla realtà – tenendo sempre al centro dell’obiettivo le dinamiche che si sviluppano tra un gruppo di persone legate tra loro da vincoli di sangue. Perché, come ricorda Noel Gallagher (chi, meglio di lui?) in una delle interviste incluse nel lungometraggio, una band composta da fratelli rappresenta nello stesso tempo un elemento di forza e di debolezza, una benedizione e una condanna.

Tutto How Can You Mend a Broken Heart ce lo ricorda, registrando gli alti e bassi, le glorie e le disgrazie, i litigi e le riconciliazioni di una famiglia che dal music business ha avuto tutto pagandone il prezzo. Colpisce, dalle prime immagini domestiche messe a disposizione dai Gibb, la loro feroce determinazione, la volontà di vivere sotto i riflettori, la risolutezza nel diventare famosi come i Beatles, primo modello di ispirazione. Marshall e il suo affollato cast – musicisti, fonici, ammiratori famosi – ci ricordano che i Bee Gees sono stati «camaleonti del pop» capaci di reinventarsi e di risorgere più volte sopravvivendo alle mode e ai brutali cambi d’umore del pubblico, tra il beat degli esordi e il pop orchestrale della maturità, la disco music di Saturday Night Fever e le hit fabbricate per Barbra Streisand e Céline Dion, lasciandosi dietro milioni di dischi venduti, onorificenze, collaborazioni illustri, un mazzo di canzoni assurte al rango di standard (To Love Somebody destinata a Otis Redding prima che un incidente aereo se lo portasse via, la Massachusetts che Ed Sheeran interpreta ai Grammy del 2017, la stessa How Can You Mend a Broken Heart che Al Green indossò come un abito su misura) e invenzioni che, comunque la si pensi, hanno segnato la storia della musica pop (il falsetto che Barry, incoraggiato dal produttore Arif Mardin, inaugurò nel 1975 con Jive Talkin’, il contributo determinante al cosiddetto Miami Sound e al boom della disco di fine anni ’70). Il tutto nel mezzo di tempeste pubbliche e private narrate con pudore ma senza troppi filtri.

«Barry è stato generoso nel mettersi a nostra completa disposizione e nel raccontarsi lasciandoci completa libertà di manovra», assicurano Marshall e Sinclair. «Le grandi star sanno che un film non funziona, se non gli garantisci autenticità».

Con Robert Stigwood nel 1978. Foto: Globe Photos/Mediapunch/Shutterstock

Si delineano con una certa precisione, nel dipanarsi del racconto e delle testimonianze dirette, le diverse personalità dei protagonisti. Barry, il sopravvissuto, è il baricentro, il leader che ama avere tutto sotto controllo e che non si capacita della improvvisa perdita di popolarità della band; mentre di Robin, il cantante dalla voce strappalacrime, emergono la forte ambizione e il carattere schivo, di Maurice “Mr. Aggiustatutto” la natura più accomodante che lo porterà spesso a fare da collante e di Andy – solista di successo, teen idol dal volto angelico cresciuto nell’ombra adorante del fratello più anziano – la fragilità che a soli trent’anni lo farà soccombere a una vita di eccessi aprendo nella famiglia Gibb una ferita che nessuno riuscirà a far rimarginare.

«Lavorando a questo progetto», ci dice Nielsen, «abbiamo imparato due cose. La prima è un tratto che ha distinto i Bee Gees da tutte le altre famiglie musicali: a differenza degli Everly Brothers, dei Beach Boys o dei Jackson 5, incapaci di sopravvivere a una fama smisurata e a fratture mai ricomposte, loro sono sempre stati capaci di ritrovarsi. E la seconda è la natura magica, speciale degli impasti vocali che solo persone legate tra loro da una stretta parentela sono capaci di produrre. Ce lo hanno confermato Gallagher e Nick Jonas dei Jonas Brothers, ma anche tutti coloro che con i Bee Gees hanno avuto modo di lavorare».

Sono molti, in una storia così lunga, articolata e ricca di svolte, i personaggi chiamati in causa. Il manager di sempre Robert Stigwood (morto nel 2016) ed Eric Clapton, che davanti alla videocamera di Marshall si attribuisce il merito di avere convinto i Bee Gees ad esplorare le loro radici r&b e a cambiare aria, lasciando l’Inghilterra per Miami. I musicisti che li hanno affiancati in studio e sui palchi, i tecnici del suono e le pop star contemporanee che ne celebrano l’eredità artistica (Gallagher ricorda con stupore il momento in cui scoprì che il pop chitarristico anni ’60 di marca beatlesiana che lo aveva entusiasmato al primo ascolto era opera dei tipi glitterati della Febbre del sabato sera). «I Bee Gees sono musicisti amati dai musicisti», sostiene Sinclair. «Una superstar piena di impegni come Justin Timberlake ha fatto di tutto per esserci e per testimoniare la sua passione per la band». «Mentre Chris Martin dei Coldplay» aggiunge Marshall «aveva qualcosa di significativo da dire sui contraccolpi che fanno sempre seguito a una immensa esplosione di popolarità».

Disco Demolition, 12 luglio 1979. Foto: dal film ‘How Can You Mend a Broken Heart’

Sono i testimoni oculari e i protagonisti dell’epoca, comunque, a raccontare le cose più interessanti. Come Bill Oakes, capo della RSO di Stigwood a New York: «Una vera rivelazione. Telegenico e dotato di un’ottima memoria, è lui che ci ha portati fino a Peter Brown della NEMS, una delle poche persone ancora in vita tra quelle che hanno vissuto in prima persona l’esplosione dei Beatles. Non concedeva un’intervista da 40 anni e ci ha raccontato con precisione cosa accadde quando la proposta di ingaggio dei Bee Gees arrivò sul tavolo di Brian Epstein di cui era il braccio destro». Mentre il tastierista Blue Weaver non riesce a trattenere la commozione quando ricorda come nacque How Deep Is Your Love al Château d’Hérouville in Francia. «Quando fai un film come questo, sono quelli i momenti che speri di poter catturare sulla pellicola», confermano Marshall e Nielsen. «Blue registrava tutte le prove e lo abbiamo convinto a cercare il nastro originale a cui lui e Barry lavorarono quel giorno. È stato scovato nell’ex Germania dell’Est, vicino a Lipsia. Ed è stato come rimettere le mani su un tesoro».

C’è uno snodo cruciale, nell’intreccio narrativo di How Can You Mend a Broken Heart: ed è quando le sequenze del faraonico tour americano del 1979 si contrappongono alle immagini della simultanea Disco Demolition Night, raduno di hater della disco music capeggiato dal pittoresco dj rock di Chicago Steve Dahl (un po’ John Belushi, un po’ Jack Black), che allo stadio di baseball dei White Sox si concluse all’urlo di «la disco fa schifo» con l’esplosione simbolica di un cassa piena di vinili e con una invasione di campo che provocò danni ingenti e feriti. «Devo renderne merito ai montatori. È stata una loro idea, non mia, quella di alternare le immagini dei due eventi. Neanche la sceneggiatura più fantasiosa sarebbe stata altrettanto efficace», conferma Marshall.

«Rivedere quelle immagini», sottolinea Nielsen, «ha scioccato anche noi. Ci siamo resi conto della ferocia di quei comportamenti, frutto di una sollevazione popolare che andava oltre il giudizio musicale per prendere di mira gli stili di vita legati alla disco»: non solo uno scontro diretto rock vs. disco o una crociata donchisciottesca contro l’easy listening, insomma, ma anche un’ondata omofoba e razzista tesa a colpire un fenomeno culturale nato nel sottobosco degli ambienti gay afroamericani di New York. «Noi che c’entriamo? Siamo solo un gruppo pop», si difendono nelle interviste, stupiti e irritati, i Bee Gees finiti involontariamente nell’occhio nel ciclone. E il momento della verità: lì, nell’istante in cui vengono eretti a controverso simbolo di un’epoca sentendosi travolti da qualcosa di inimmaginato e di più grande di loro, entrano definitivamente nella storia del costume e della società, non solo della musica pop.

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