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Hey Joe

16 anni fa a dicembre ci lasciava Strummer, voce dei Clash e coscienza del rock. Ma la sua musica e il suo coraggio sono più vivi che mai.

“Devi vivere le cose, se ne vuoi cantare in modo convincente”, diceva Joe Strummer. È stato questo suo istinto a vivere il mondo attraverso la musica, e a raccontare in profondità le contraddizioni della società del suo tempo, a creare il mito del poeta ribelle del punk, che ha scelto di vivere in strada per ridare al rock la sua autenticità. Joe Strummer è scomparso da 16 anni, ma il suo messaggio è ancora lì, scritto su un muro di mattoni rossi fuori da un bar di Tompkins Square Park a New York: The Future is Unwritten.

Se il rock ha vissuto anche di utopie, la sua narrazione è stata immediata, facile da cogliere: Joe Strummer ha cantato l’inevitabilità del cambiamento e l’inarrestabile tendenza alla speranza che ci rende umani, ha usato il rock come arma contro la povertà, lo sfruttamento, le barriere culturali ed economiche, le frontiere e ogni tipo di muro. Si è spento all’improvviso il 22 dicembre 2002 per una patologia cardiaca congenita mai diagnosticata, nella sua casa di campagna a Broomfield, Inghilterra.

Se oggi fosse vivo, avrebbe molto da dire. Lucinda Mellor, sua moglie dal ’95, ne è convinta: «Quello che succede oggi nel mondo è l’antitesi di ciò per cui Joe ha vissuto. Credeva nell’arte come comunicazione universale, qualcosa che potesse unirci tutti». Anche per questo ha voluto continuare a raccontarlo, curando la raccolta delle sue opere Joe Strummer 001: «Sono rimasta colpita dall’amore che la gente prova ancora per lui».

Si è messa alla ricerca della sua eredità e ha trovato le storie che Joe scriveva ovunque: «Aveva sempre una penna in mano e scriveva poesie, racconti e strofe di canzoni su ogni pezzo di carta che trovava». La scoperta è che Strummer era anche un incredibile archivista di se stesso. In una stanza della sua casa nel Somerset aveva ammassato il frutto della sua irrequietezza: ricordi di viaggio, testimonianze della sua ricerca di nuovi suoni ed esperienze, da Granada a Glastonbury, dove andava ogni anno per radunare amici e ragazzi intorno a un fuoco a cantare e parlare. «Da ogni viaggio o tour tornava con una valigia piena di cose ordinate in buste di plastica, una per settimana», racconta Lucinda. «Ciascuna conteneva una storia: quaderni, disegni, temperamatite, cartine e musicassette piene di canzoni». 20mila oggetti che hanno dato vita al Joe Strummer Archive – e che secondo Lucinda offriranno materiale per un Joe Strummer 001 volume 2 –, assieme a ore di musica nascosta nei nastri analogici. Un caos creativo con silenzi di 20 minuti tra le canzoni, e pezzi incisi l’uno sull’altro.

«È come se Joe avesse voluto scrivere la sua storia per poi nasconderla», dice Lucinda. «All’inizio intendevo raccogliere soprattutto i testi e le poesie inediti per realizzare un libro, poi mi sono
resa conto che dentro quelle valigie c’era sepolta un’incredibile quantità di musica che nessuno conosceva». Dopo aver recuperato e ascoltato tutto, Lucinda ha affidato i nastri al produttore canadese Peter J. Moore, l’uomo che ha registrato le Trinity Session dei Cowboy Junkies con un microfono solo e ha vinto un Grammy nel 2016 per il suo straordinario lavoro di restauro degli archivi musicali. «Joe Strummer 001 è un tesoro di eclettismo culturale che raccoglie tutta la diversità delle sue influenze, dalla musica africana al jazz, dall’elettronica al flamenco», dice Lucinda. «Mostra quanto amasse la musica in ogni sua forma». Nessuno, nemmeno lei, sa percheé Joe Strummer ha tenuto nascosti quei nastri, ma il mistero è parte dell’inafferrabilità di un artista che è rimasto sempre un enigma, riuscendo però a smuovere le coscienze di molti: “Mi ha insegnato una cosa”, ha detto Bono nell’unico film che lo racconta veramente, The Future is Unwritten di Julien Temple. “Se i Clash potevano farlo, allora anche tu potevi farlo”.

Quando Lucinda lo incontrò nel 1993, durante una gita con amici in un parco di divertimenti nell’Hampshire, Joe Strummer non era più il fiero simbolo vivente del punk: «Era un uomo carismatico e appassionato ma anche una persona quieta, umile e matura. Non era più venerato come la voce di una generazione, ed era in pace con se stesso. Soprattutto era un artista che cercava la sua nuova voce, per continuare a toccare il cuore delle persone». John Graham Mellor, nato ad Ankara in Turchia nel 1952 e cresciuto tra Egitto, Messico e Germania, prima di finire in un collegio privato per i rampolli dell’élite, figlio di un diplomatico inglese che promuoveva gli interessi della monarchia britannica nel mondo, è diventato l’opposto di quello che il sistema aveva pensato per lui: un internazionalista dell’arte, che ha introdotto le culture straniere in Inghilterra a tempo di reggae, hip-hop, latin e dub. Da ragazzo si faceva chiamare Woody perché come Woody Guthrie voleva usare la chitarra come un’arma contro l’oppressione, poi ha comprato un ukulele ed è diventato Strummer, lo “strimpellatore”, e suonava i pezzi di Chuck Berry e Little Richards nella metropolitana di Londra. Infine ha occupato una casa al numero 101 di Walterton Road a Maida Vale e fondato la sua prima band, i 101’ers.

Il 3 aprile del 1976, quando i Sex Pistols aprirono per i 101’ers al Nashville Rooms, il punk era già una realtà nelle strade di Londra. Il manager Bernie Rhodes presentò a Joe Mick Jones dei London SS, e due mesi dopo, il 4 luglio 1976, fu lui ad aprire il concerto dei Sex Pistols a Sheffield con una nuova band: i Clash. In sei anni il gruppo diffuse il suo rock rivoluzionario nel mondo, dopo averlo imbevuto di Caraibi e NewYork, e aver accidentalmente scoperto l’hip-hop. Quando suonarono per 17 sere al Bonds International Casino di New York durante il tour di Sandinista!, chiamarono ad aprire i concerti Grandmaster Flash e Lee “Scratch” Perry. E quando il pubblico punk li fischiava, Joe usciva sul palco e li zittiva, dicendo che quello che stavano ascoltando è il futuro. Dopo Rock the Casbah e Should I Stay or Should I Go, decise che non aveva più senso essere allo stesso tempo “l’unica band che conta” nella coscienza musicale e volare al numero 6 in America e al 2 in classifica in Inghilterra. Prima dell’uscita di Combat Rock, mollò tutto e si nascose in Francia, poi tornò e licenziò Mick Jones. La versione finale dei Clash si sciolse nel 1986 e Joe ricominciò a viaggiare, perché, come racconta nel lm di Temple, “dovevo smontarmi e rimettermi insieme”. La seconda parte della carriera è stata una rinascita confusionaria e vorace, guidata da istinto e curiosità. Tornò se stesso e scoprì per primo tante cose, tra cui la techno e i rave: “C’è una legge che proibisce le riunioni all’aperto per ascoltare musica. Una legge che risveglia il nostro istinto primordiale a stare insieme. Punk e hippy oggi lottano insieme nei rave di tutta l’Inghilterra”.

Negli anni ’90 girò l’Europa distribuendo volantini dei concerti a ragazzi che non avevano mai sentito parlare dei Clash, partì in tour con i Pogues, recitò nei film di Jarmusch e Kaurismäki, prima di ripartire da capo con i Mescaleros. “In quale parte della vita troviamo la verità? All’inizio, in mezzo al cammino o alla fine? Oppure è tutta una mezza verità?”. Joe Strummer si è spento a 50 anni in un giorno qualunque, sul divano di casa, dopo aver portato fuori il cane e letto le notizie sull’Observer. Nessuno dei mille discorsi aperti nel tempo si è interrotto, nemmeno quello con i Clash (“Ci scambiavamo idee”, ha detto Jones di recente). Lucinda Mellor lo ricorda nella loro casa in campagna, una tazza di tè accanto, mentre batte su una vecchia macchina per scrivere. E sa che nella società di oggi, divisa e dominata dalla paura, il suo messaggio risuona ancora potente: «Joe era affascinato dalle culture del mondo e dalle persone, gli piaceva parlare con tutti, e imparare sempre qualcosa di nuovo».

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