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‘Head Like a Hole’ dei Nine Inch Nails è ancora un grande inno di resistenza

Nell’era di Trump, l’odio positivo predicato trent’anni fa da Trent Reznor ha assunto una nuova connotazione. La canzone è finita pure nelle mani di Miley Cyrus. Anzi, di Ashley O

Trent Reznor

Foto: Getty

Per Trent Reznor, Head Like a Hole era uno scarto. Aveva lavorato duramente sull’album di debutto di Nine Inch Nails, Pretty Hate Machine, un disco fatto di tessiture cupe e complesse e di confessioni abiette. Aveva rifinito ogni canzone fino a renderla perfetta. Tutte tranne Head Like a Hole che aveva scritto in una quindicina di minuti nella sua camera da letto per poi sceglierla come pezzo guida dell’album e pubblicarla come secondo singolo. A quel punto è esplosa.

«Non è una canzone su cui mi sono dannato e il fatto che abbia suscitato comunque grandi reazioni m’ha fatto incazzare», ha detto Reznor a Kerrang! nel 2005. «[Quando l’ho scritta] stavo ancora a Cleveland e lavoravo in uno studio. Ci passavo la notte per imparare a registrare

e a usare la voce. Suonavo tutto da solo, ma non mi sentivo un gran chitarrista. Ero convinto che un vero musicista di sarebbe fatto due risate se avesse sentito la canzone. Adesso so che sono tutte stronzate, ma all’epoca ero molto insicuro».

Pretty Hate Machine uscì il 20 ottobre 1989, ma è stata la pubblicazione di Head Like a Hole come singolo all’inizio del 1990 a dare il via alla rivoluzione industrial nel mainstream. Rolling Stone la descrisse come “disco-metal”. La verità è che l’impatto emotivo contava più di quello sonoro. Era l’ultimo grande inno shock-rock degli anni ’80 – la frase «Preferirei morire piuttosto che cederti il controllo» è un incubo per dittatori, politici e genitori – e la combinazione del pattern di drum machine, chitarra brutale e urla di Reznor prefigurava grunge, emo, nu metal e trap. Reznor si presentava come artista apolitico, eppure Head Like a Hole divenne la perfetta canzone di protesta all’operazione Desert Storm qualche mese dopo. A distanza di trent’anni, è diventata l’inno ideale di resistenza a Trump. Ha assunto un nuovo significato positivo quest’anno grazie all’interpretazione istericamente entusiasta di Miley Cryus per la serie sci-fi Black Mirror.

Il bello della canzone è che ogni verso è una piccola poesia. La frase di apertura “God Money, I’ll do anything for you»” è talmente ambigua da spingerti a porti qualche domanda – sta parlando con Dio? I soldi sono Dio? Oppure sta prendendo in giro i televangelisti sanguisuga? – e allo stesso tempo ti spinge da accettarla così com’è, senza discuterla. In uno dei mille remix della canzone chiamato Opal, Reznor canta “God of money” che ha più senso (lo ha spesso cantato anche dal vivo, ad esempio a Woodstock ’94), ma è anche deludente. È un po’ come sentire Johnny Rotten cantare le parole “words of wisdom” prima del leggendario verso di apertura “right now” sul demo di Anarchy in the U.K. contenuto in Spunk. Rotten una volta disse di aver scartato la frase perché «suonava come se l’anarchia avesse un manuale di istruzioni», e nel pezzo dei Nine Inch Chains “God Money” non ha bisogno di definizioni.

Arriva poi il ritornello feroce diviso in tre parti: “No, you can’t take that away from me” porta a “Head like a hole, black as your soul / I’d rather die than give you control”, a cui Reznor aggiunge “Bow down before the one you serve / You’re going to get what you deserve”. Il testo evoca le Moralities tipiche di altre divinità shock-rock come Alice Cooper e Dee Snider, ma fa decisamente più paura di I’m Eighteen e We’re Not Gonna Take It perché Reznor sembra crederci davvero. La musica ha un ritmo sconvolgente e il campionamento distorto di un canto di guerra keniano, mentre Reznor suona la chitarra in modo furioso, praticamente il contrario dello stile chitarristico del suo eroe Robert Smith. E chiude la versione Opal cantando in modo minaccioso “You know who you are”.

Nel 2011, Terry Gross di NPR ha chiesto a Reznor che cosa volesse dire con il verso “You’re going to get what you deserve” e la domanda l’ha stranamente messo in crisi. «Di solito non passo molto tempo a riflettere al periodo più buio della mia vita, quando lo faccio ci perdo la giornata”», ha risposto. «A cosa stavo pensando nel 1989, quando ho scritto quella canzone? Non saprei dirtelo così su due piedi».

Quel periodo della sua vita è lontano, eppure Reznor non ha mai accantonato la canzone che è ancora uno dei momenti forti dei concerti dei Nine Inch Nails. Pretty Hate Machine era in buona sostanza il suo diario. Pensava di renderlo noto a pochi, è diventato un best seller. Il resto dell’album è incredibilmente misurato rispetto a Head Like a Hole, con Reznor che analizza la fine della relazione con la donna che gli ha insegnato a baciare su linee di sintetizzatori in stile Depeche Mode in That’s What I Get e con versi rap triti in Down In It.

“[Pretty Hate Machine] è venuto fuori molto introspettivo e personale”, ha detto Reznor nel 1990. “Mi limitai a scrivere quel che mi disturbava e quel che avevo per la testa. L’Io delle canzoni sono proprio io”.

In Kinda I Want To, che è una delle poche canzoni del disco con una parte importante di chitarra grazie al riff alla Brian May, Reznor canta del diavolo che ha in testa. In The Only Time, il diavolo vuole scoparselo sul sedile posteriore dell’auto. Nel pezzo finale Ringfinger, sospira: “Se fossi il doppio dell’uomo che potrei essere / sarei comunque la metà di quel che ti serve”. Sulla base funk topo U2 di Sanctified canta di una pipa per la cocaina, come ha spiegato a Spin, e non di una donna come si potrebbe pensare – forse era semplicemente un uomo incasinato all’epoca. Quando ha scritto Head Like a Hole, Reznor era esasperato dalle esperienze che aveva vissuto e la canzone è un’espressione primordiale di rabbia. Nel complesso, l’album è oscuro, magnifico e tendente alla new wave; lecca le ferite come farebbe un disco emo e allo stesso tempo è il ritratto di un uomo che cerca disperatamento di diventare sicuro.

“Sono cose personali”, ha detto Reznor a Spin. “C’è gente che esagera nell’analizzare il disco. Mi chiedono se ho avuto sul serio una vita tormentata dal punto di vista sessuale e personale… No, non l’ho avuta, non in modo eccessivo almeno. Ma è borea che non sono mai stato particolarmente felice e gli ultimi anni sono stati i peggiori di sempre. Non sono Mr. Tenebre, non è che non rido mai. C’è semplicemente una parte di me che è emersa e che ho accettato solo di recente e che ha ispirato queste canzoni”.

Dopo il successo dell’album, non sono state le sue ex, ma la sua etichetta discografica, la TVT, a sfidarlo chiedendogli un sequel da pubblicare in fretta. Dopo una lotta di potere Reznor, che preferirebbe morire piuttosto che perdere il controllo sulle sue cose, ha firmato in contratto con la Interscope, ha trasformato la sua frustrazione in suoni di chitarra e ha pubblicato l’EP Broken e l’album Downward Spiral proprio nel momento in cui il rock aggressivo diventava pop, consolidandone status di superstar. Ha scoperto Marilyn Manson, ha lottato con la droga e, con l’incoraggiamento di David Bowie, si è liberato dalle vecchie dipendenze ed è diventato un uomo nuovo negli anni 2000.

Così, nel momento in cui il giornalista Terry Gross gli chiedeva del periodo di Head Like a Hole, lui si sentiva rinato. Non era più il ragazzino magrolino di Cleveland, quello con uno strano taglio di capelli. Aveva fatto palestra e si era creato una famiglia, e quell’anno avrebbe vinto un Oscar per la colonna sonora di The Social Network.

Col passare degli anni, la canzone è diventata qualcos’altro. L’inno solitario, il vaffanculo al mondo intero, era diventato un pezzo da cantare in coro. Molti appassionati di musica si sono riconosciuti nel suo messaggio di alienazione e la canzone è diventata una specie di bandiera nera della nazione dark. Secondo uno degli idoli di Reznor, Gary Numan, è una canzone perfetta.

Reznor è rimasto colpito dal significato che la canzone ha assunto per tante persone. “Il miglior complimento che ho ricevuto è stato sentire qualcuno dirmi: ‘Ho sentito Head Like a Hole e, amico, so di cosa stai parlando’. Anche quando mi dicono cose grosse stupidaggini tipo ‘La canzone parla di calarsi dell’acido, amico’ , non rispondo mai che non è vero. Quando sono sconvolto ascolto la creazione di qualcuno che sembra persino più triste di me e questa cosa mi fa sentire meglio perché mi fa pensare che non sono messo poi tanto male. Non sono l’unico che si sente di merda”.

Head Like a Hole è una delle canzoni che le radio del circuito Clear Channel hanno censurato dopo l’11 settembre perché troppo cupa, ma la cosa non ne ha fermato la corsa. È stata rifatta da un bizzarro gruppo di artisti tra cui AFI, Dee Snider e Pig. Quando l’ha cantata, Josh Todd ha detto che sembra una canzone del suo gruppo, i Buckcherry, quelli di “I love the cocaine”. Secondo Reznor, la cover peggiore è quella dei Devo. “Immagina quant’ero eccitato quando ho saputo che l’avrebbero rifatta”, ha detto a Rolling Stone. “L’eccitazione è durata fino alla seconda battuta. Ma restano una grande band”. Il pezzo è stato persino rifatto come ninnananna per il progetto Rockabye Baby.

Nessuno poteva prevedere la versione più recente della canzone. In un episodio di Black Mirror, Miley Cyrus ha interpretato la pop star Ashley O, il cui più grande successo è On a Roll, una versione di Head Like a Hole dal ritmo esilarante. “I’m on a roll”, canta Cyrus su una produzione pop patinata. “Riding so high / Achieving my goals”. Invece di “Bow down before the one you serve” (inchinati di fronte a colui che servi), Cyrus canta “I’m stoked on ambition and verve” (sono ben fornita di ambizione e verve). È un’interpretazione così magnificamente perversa che anche Reznor l’ha approvata, twittando la farse “Mi sembra di averla già sentita” e arrivando a mettere in venduta merchandise di NIN-Ashley O.

Ma anche dopo questo tocco di ottimismo, a trent’anni dalla stesura la canzone si inserisce perfettamente nell’attuale panorama culturale. Nel frattempo l’opera di Reznor si è politicizzata e la sua recente trilogia di EP è nata in reazione al degrado della società. È tornato a suonare la chitarra in modo chiassoso, una cosa che si era finora rifiutato di fare bollandola come atto nostalgico. “Predichiamo l’odio positivo”, diceva Reznor nel 1990. “Odia il vicino di casa, però poi sfoga la tua rabbia venendo ai nostri concerti e ascoltando il disco a tutto volume. Odia la vita, ma liberati da questi sentimenti come ho fatto io per primo”. L’unica costante nel corso degli anni è stata Head Like a Hole, che suona vitale come sempre. È un grido di resistenza, una canzone popolare moderna che rimane importante ora come lo era quando è uscita.

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