‘Happier Than Ever’ è un viaggio nella testa incasinata di Billie Eilish | Rolling Stone Italia
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‘Happier Than Ever’ è un viaggio nella testa incasinata di Billie Eilish

Che fai quando hai uno stalker alla porta, i paparazzi non ti danno tregua, gli adulti abusano di te, i giornalisti scrivono articoli d'opinione sulla tua vita e nei social si parla delle tue curve? Ci fai un disco

Billie Eilish

Foto press

«Quando incontro una persona famosa mi giro dall’altra parte», diceva Kurt Cobain. Era un’altra epoca, era un altro mondo. Veniva alla ribalta una generazione di musicisti che pretendeva, illusa, di cambiare le regole del gioco sottraendosi almeno un po’ ai riti delle celebrities. La frase non riguardava solo Cobain, ragazzo d’una piccola città bastardo posto entrato di botto nel mondo del gossip e determinato a riprendersi un pezzetto di privacy. Esprimeva la dose minima di rispetto e discrezione che all’epoca ancora si pensava fosse dovuta al prossimo, persino ai belli e ricchi e famosi. Noi leggevamo le biografie dei grandi del rock e invidiavamo l’esistenza agiata di John Lennon al Dakota di New York (epilogo a parte, s’intende). A Cobain faceva pena. «Era prigioniero, non è giusto. È questo il nodo cruciale del mio problema con la celebrità: il modo in cui la gente si rapporta alle persone famose. Bisogna che cambi, davvero. Ma è difficile convincere la gente a darsi una regolata. Calmatevi, un po’ di rispetto! Alla fine la cacca la facciamo tutti». Eddie Vedder ci scrisse su una canzone: «Cago e puzzo, sono vero».

Nell’epoca dei social media, «quando incontro una persona famosa mi giro dall’altra parte» sembra la frase d’un pazzo. Tutti guardano e fotografano una celebrità quando ne incontrano una. E ne discutono animatamente sui social. È cambiato anche l’atteggiamento degli artisti: i dischi non si vendono più e la popolarità si misura in termini follower a cui esporre la propria vita e a cui vendere i propri brand, altroché nasconderla come pretendeva di fare Cobain. È mutato il rapporto stesso tra chi fa musica e il pubblico. È diventato qualcosa di simile a uno scambio d’utilità: giacché noi t’abbiamo reso famoso e benestante, tu non puoi sottrarti alle nostre richieste, al nostro giudizio, ai nostri deliri online.

Ecco perché Billie Eilish s’è presa un piccolo rischio pubblicando venerdì scorso un disco in buona parte incentrato sui problemi che le ha creato il suo immenso successo, problemi derivanti dai media, dai social, dal sovraccarico di richieste e attenzioni. La domanda è: chi vuole sentire le lamentele d’una milionaria che ha tutto ciò che i suoi ascoltatori bramano e mai avranno? Se però c’è una cosa che ci ha insegnato la storia del pop è che le canzoni sulla vita dei ricchi e famosi fanno schifo finché per qualche motivo non suscitano empatia. E se c’è una cosa che abbiamo imparato dal pop di questi ultimissimi anni è che l’auto-narrazione che mescola verità e finzione è un filone vincente.

Esattamente come il debutto di due anni fa When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, il nuovo Happier Than Ever si svolge dentro la testa di Billie Eilish. E dentro la testa ti entra, fino a evocare il senso d’intimità estrema tipica dell’ASMR. Al posto d’invitarti a rilassarti sussurrando, Eilish ti spiega cantando quant’è incasinata la vita di una persona con uno stalker alla porta, i paparazzi che rendono difficile vivere storie d’amore adolescenziale, gli adulti che s’approfittano di te, i media che indagano l’ampiezza delle tue curve, la gente che discute come niente fosse di quanto sei brutta bella grassa sfatta strana giusta sbagliata, e ti tocca far firmare al ragazzetto col quale sei stata una notte un accordo di riservatezza.

Tre cose salvano Happier Than Ever dall’essere il disco di una popstar che non vede le proprie fortune e si lamenta di sciocchezze. Uno: il talento di Eilish e del fratello Finneas. Due: non c’è traccia di vittimismo. Lo dice il titolo, Billie Eilish è Happier Than Ever. Non credo sia una frase sarcastica: la cantante è più felice di quanto sia mai stata, solo non felice quanto vorrebbe. Tre: i testi non suonano mai lamentosi, sono i pensieri in libertà di una diciannovenne che cerca di dare un senso al mondo. Lei stessa mette in dubbio all’inizio del disco l’idea di drammatizzare le sue esperienze. “Ho molto di cui essere grata”, canta, “ma è diverso quando c’è sempre uno sconosciuto alla porta, il che è ironico perché sembra che gli sconosciuti mi vogliano più di quanto chiunque mi abbia mai voluta in passato, solo che di solito è gente fuori di testa”. Coetanee che non hanno vinto un Grammy canterebbero del tradimento del compagno di classe, lei canta quant’è eccitante organizzare un incontro in albergo senza farsi beccare dai paparazzi. La cosa curiosa è che sembra la canzone di due amanti che s’incontrano segretamente, come nell’Illicit Affair di Taylor Swift.

Se When We All Fall Asleep, Where Do We Go? trasformava le paure tipiche di un’adolescente americana in una fantasia ai limiti dell’horror, Happier Than Ever somiglia a una lunga riflessione sulla necessità di trovare felicità nella vita che t’è capitata. C’è un’altra grande differenza. Quando Eilish e Finneas hanno scritto il disco d’esordio non erano ancora al centro di un grande culto. Scrivevano da un punto di vista estremamente personale. Quando le hanno portate in tour e sono state cantate in coro da migliaia di persone, quelle canzoni hanno cambiato significato, o almeno questa era all’impressione che si aveva ai concerti. Le storie di tormenti, i pensieri suicidi, le fantasie cupe passavano attraverso un rito collettivo esorcizzante. Non stupisce perciò che nel nuovo album a fianco delle canzoni autoreferenziali e persino al loro interno Billie Eilish abbia voluto inserire considerazioni più ampie, collettive, sulla necessità di riconoscere gli abusi, sulla gestione del potere che esercitiamo sul prossimo, sullo sguardo maschile, sull’atteggimento giudicante. Anche se non sembra, Happier Than Ever è il disco in cui Eilish esce dalla cameretta di When We All Fall Asleep.

Happier Than Ever è prodotto con un’attenzione formidabile all’ascolto in cuffia, che è poi il modo in cui molti sentono musica oggigiorno e in questo è perfettamente contemporaneo. Al posto di bombardare l’ascoltatore con un sovraccarico musicale, Finneas e Eilish hanno registrato suoni scarni e pulsanti, particolarmente vividi e penetranti. Sapete come si dice, che nel silenzio anche un sospiro sembra un urlo. Al posto di espandere il suono del debutto e inserire tracce ammiccanti, come avrebbero fatto altri, i due hanno prodotto un disco ancora più lento – i più critici diranno: pure troppo – con pochissimi momenti musicalmente liberatori, nessuna nuova Bad Guy e un pezzo da club titolato Oxytocin più claustrofobico che celebrativo, un disco che però è perfetto per mettere in scena questo viaggio nella testa di un’adolescente di successo. Un album del genere dev’essere cantato da dio e Eilish lo fa. Sembra quasi che abbia voluto offrire una versione teen e adatta al 2021 dell’eloquio delle dive d’un tempo, quelle che riuscivano a evocare nello stesso momento sentimenti contrastanti, fragilità e forza, disonore e orgoglio. Ogni sfumatura vocale conta, a patto che le dedichiate la giusta attenzione. Ascoltato distrattamente, questo disco è debole e incorporeo. Ascoltato con attenzione, diventa solido e intenso.

Fra i tanti passaggi degni di nota, forse il più impressionante è contenuto nel ritornello di Getting Older, quando Eilish confessa: “Things I once enjoyed just keep me employed now”. Comunque la vogliate interpretare – “le cose che mi divertivano ora mi tengono occupata” o peggio ancora “le cose che mi divertivano ora sono diventate un’occupazione” – è una dichiarazione sincera su che cosa accade quando sognavi d’essere una cantante e diventi un’azienda. Tutto l’album in fondo è il racconto di insicurezze e tentativi di reazione, una meditazione sui limiti propri e degli altri divisa fra momenti di saggezza ed esposizione di grandi dubbi, un po’ d’erotismo e uno sfogo rabbioso nel finale in cui il suono per una volta diventa sporco, gracchiante e distorto.

Quasi ci si scorda che Billie Eilish ha appena 19 anni e nel giro di due dischi ha coniato col fratello un linguaggio originale e una pratica musicale che è l’esatta antitesi della catena di montaggio da cui oggi escono le hit. Ha riportato la vecchia dimensione cantauorale nel pop e la usa per cantare le distorsioni del mondo iperconnesso in cui viviamo. Eppure non ci sono tracce di passatismo dentro Happier Than Ever. C’è invece una tensione verso valori del passato che si riflette non solo nel modo in cui Eilish canta, ma anche in cui sceglie di presentarsi, ad esempio nel celebre servizio di Vogue.

Billie Eilish ha avuto immenso successo, la sua esistenza ne è uscita sottosopra, ha deciso di dirlo in un disco. Non è necessario che vi voltiate dall’altra parte nel caso la incontriate, ma riconoscetele almeno il diritto di raccontarvi come si sente.

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