‘Hail Satin’ è una caramella che esaurisce subito il sapore | Rolling Stone Italia
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‘Hail Satin’ è una caramella che esaurisce subito il sapore

L'album dei Dee Gees, ovvero i Foo Fighters in versione tribute band dei Bee Gees, è un’occasione mancata

I Foo Fighters versione Dee Gees

Foto: Magdalena Wosinska

Ha detto Nick Lowe che quando trova una canzone altrui che merita d’essere rifatta ci lavora fino a quando non si convince d’esserne l’autore. A giudicare da questo disco, la filosofia dei Dee Gees è meno nobile, una cosa tipo: suonala come ti viene e morta lì. Hail Satin, gran titolo, abita una terra di nessuno da qualche parte fra il tributo sentito, l’autoparodia e la cover priva d’inventiva. E sta lì, un po’ oggetto del desiderio per collezionisti e fan accaniti e un po’ disco che s’ascolta un paio di volte e poi si ripone sullo scaffale per dire agli amici «ce l’ho».

Nel caso viviate su Marte: i Dee Gees sono l’alter ego disco dei Foo Fighters e Hail Satin è un vinile che uscirà lunedì 19 luglio per il Record Store Day, stampato in 12 mila copie. È un tributo a metà. Sul lato A ci sono quattro cover dei Bee Gees e una di Andy Gibb solista (scritta però con Barry, Robin e Maurice), ovvero Shadow Dancing che è qui interpretata dal batterista Taylor Hawkins. La raccomandazione secondo cui andrebbe «ascoltato coi peli del petto di fuori e una catenina con cucchiaino d’oro al collo» racconta bene lo spirito di queste cover. Sul lato B, scelta incoerente col concept, ci sono i rifacimenti dal vivo in studio di cinque pezzi dell’ultimo album dei Foos Medicine at Midnight.

Quando s’è trattato di scegliere di registrare una cover per il programma radiofonico di Jo Wiley alla BBC i Foo Fighters hanno rifatto You Should Be Dancing. Ci hanno preso gusto e hanno messo mano ad altri pezzi dei Bee Gees senza stravolgerli, ma limitandosi a interpretarli in un tributo per il 50% serio e per il 50% ironico. Serio perché questa è musica vera, nonostante quel che si dice della fase disco del gruppo dei fratelli Gibb, che non è esattamente amata dal pubblico e dalla critica rock. Ironico perché si tratta dei Foo Fighters, gente che ha sempre coltivato un lato ammiccante, basti pensare ai loro video, e che quindi gioca fin dal titolo dell’album sul contrasto fra l’immaginario satanico associato al vecchio rock e quello tutto camicie di raso e pantaloni a zampa d’elefante della disco music.

Non c’è niente di parodistico o esagerato in questi pezzi che sono rispettosi degli originali, pure troppo. Al posto di urlare come un pazzo, Grohl tira fuori (con evidenti aiuti) il suo registro vocale più acuto. Al posto di certi riff di fiati ci sono le chitarre elettriche. Al posto di certi arrangiamenti per archi ci sono tastiere (ahia). Ma soprattutto, al posto di lavorarci su fino a convincersi di averle scritte loro, i Foos si limitano suonarle con una carica rock e – ed è qui la cosa interessante – a semplificarle. Perché se c’è una cosa che questo disco ci dice è che non c’è alcun motivo per considerare il rock in qualche modo superiore al pop. In quelle che vengono liquidate come canzonette disco ci sono raffinatezze mica male nella scrittura e nella produzione. Detto in altre parole: i Dee Gees non nobilitano i Bee Gees, semmai li banalizzano. Ascoltate gli originali e poi queste versioni: i dettagli fanno la differenza.

Ci sono però affinità culturali. Prendete Tragedy. L’originale del 1979 è un melodramma epico col carico d’enfasi tipico di alcune produzioni anni ’70. È perciò è affine nello spirito a certi pezzi hard rock che sarebbero venuti dopo e che i musicisti dei Foo Fighters conoscono. Con una differenza. Quello dei Bee Gees è comunque un dramma che si consuma idealmente sotto una mirror ball, l’arrangiamento non perde mai una sua levità che suggerisce una vaga possibilità di redenzione, possibilità negata dalla versione più greve dei Foo Fighters.

I rifacimenti dal vivo allo Studio 606 dei Foos dei pezzi di Medicine at Midnight sono un’occasione mancata. Il disco era stato presentato come il Let’s Dance dei Foo Fighters, una grande festa pop, «una specie di disco dance, groovy e divertente». Era poco più di uno slogan, ma quale occasione migliore dell’album dei Dee Gees per tirare fuori l’anima disco di quelle canzoni? E invece il gruppo le ripropone senza fantasia, offrendo se non altro un’idea di cosa ci si possa aspettare dai prossimi concerti.

Sulla carta Hail Satin è un disco sorprendente: i Foo Fighters che rifanno i Bee Gees, tu pensa. Il problema è che musicalmente non è affatto sorprendente. È una caramella che esaurisce subito il sapore. Svanito l’effetto LOL del primo ascolto, della copertina e della foto dei musicisti abbigliati come se fossimo nel 1978, restano canzoni a cui manca un elemento chiave della musica dei Bee Gees della seconda metà degli anni ’70: il sesso. Della droga suggerita dall’immagine del cucchiaino manco l’ombra. Resta il rock’n’roll, ma non è una sorpresa. E però Hail Satin non va preso sul serio. Come buona parte del rock mainstream degli ultimi anni, ci dice che tutto è possibile, ma niente è importante. Chissà però che convinca qualcuno che finora sui Bee Gees ci siamo sbagliati.

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