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Gli Screaming Trees, che magnifici perdenti

Le radici di Mark Lanegan stanno a Ellensburg, a 170 chilometri da Seattle. Ecco la storia del suo gruppo: i fan lo amavano, lui lo odiava. Hanno perso tutto quando sembrava che la vittoria fosse a portata di mano

Gli Screaming Trees nel 1993. Da sinistra, Barrett Martin, Gary Lee Conner, Mark Lanegan, Van Conner

Foto: Gie Knaeps/Getty Images

Col sole che c’era, stare chiusi in quel pub dalle parti di Lake Washington era uno spreco. Ma chi se ne frega: davanti a una birra, Van Conner mi raccontava la storia rocambolesca e drammatica degli Screaming Trees, il gruppo di reietti che aveva messo in piedi col fratello Gary Lee, il batterista Mark Pickerel e Mark Lanegan. «Per capire i Trees», m’ha detto tra il racconto d’un litigio e il ricordo di una delusione, «devi andare a Ellensburg».

Ci sono andato e ho capito. E ho smesso immediatamente di considerare gli Screaming Trees un gruppo di Seattle. In quella città ci sono stati, eccome, ci hanno pure vissuto, Lanegan ha inciso per la Sub Pop, ha fatto amicizia coi Nirvana e Chris Cornell, s’è fatto d’eroina con Layne Staley. Ma la band non è nata dall’ambiente da cui è scaturito lo stile che chiamiamo grunge. Il posto da cui provenivano i Trees era completamente diverso, e decisamente peggiore.

Nell’autobiografia Sing Backwards and Weep, Mark Lanegan dice d’essere nato dalla parte sbagliata delle Cascades. Intende questo: lo Stato di Washington è diviso in due da una catena montuosa che l’attraversa e dà origine a diversi tipi di clima, meteorologico e culturale. Da una parte si sente l’influenza dell’oceano, ci sono i laghi, le precipitazioni, il Puget Sound, Seattle. Dall’altra parte il clima è secco, le estati più calde, pare di stare in un altro Stato. Le Cascades rappresentano anche la divisione ideale tra mondi culturali differenti, tra chi vive nella parte orientale rurale e chi sta nella città della Boeing degli anni ’70, poi di Microsoft, Starbucks e Amazon, dal sogno del futuro simboleggiato dalla World’s Fair del 1962, dalle opportunità, per quanto scarse fossero negli anni ’80. La prima cosa che capisco è che a Ellensburg non c’è niente da fare e che per un teppista come Lanegan doveva essere un deserto. Quando ci arrivo vedo gruppi di ragazze sorridenti con cappello da cowgirl e stivalacci. Mi dicono che in città c’è l’elezione di Miss Rodeo Washington. Altroché grunge, è America profonda.

Se Seattle negli anni ’80 offriva poco ai musicisti rock, a Ellensburg erano considerati degli alieni. «Era la tipica cittadina di fattorie e ranch: 10 mila abitanti, 3000 studenti, una strada principale e un mucchietto di case sparse da una parte e dall’altra», m’ha detto Van Conner. La presenza di studenti e soprattutto di studentesse, dal punto di vista di Lanegan, non bastava a redimere quel posto. Il cantante è spietato: «Da che mi ricordi, ho sempre odiato questo paese di contadini senza via d’uscita, odiavo quei fascisti ignoranti, cafoni bianchi coltivatori di biada e allevatori che parlavano costantemente del tempo e detestavo quel vento perenne che spargeva ovunque l’odore putrido della merda di vacca».

A Ellensburg, Lanegan era «un giocatore d’azzardo compulsivo, un alcolista alle prime armi, un ladro e un mostro del porno», gli Screaming Trees erano perdenti totali. «Mark era il tipico fattone: capelli lunghi, jeans, giacca di pelle», mi diceva Conner. «Si ficcava immancabilmente nei guai. Era sempre impegnato a sballarsi. In comune in fin dei conti avevamo soprattutto la musica, ed era una passione esclusiva: nessun altro ascoltava quella che piaceva a noi. A Ellensburg non c’erano le tribù tipiche delle città più grandi: i rocker, i punk, i metallari. Da noi c’era chi ascoltava e chi non ascoltava musica rock. Punto. Noi l’ascoltavamo. Eravamo gli unici della scuola a sapere chi fosse Jimi Hendrix. Credimi, era una città totalmente, dannatamente redneck. Cominciammo a scambiarci dischi. Fu così che coinvolgemmo mio fratello Lee».

C’era però qualcosa di problematico in quella potente valvola di sfogo, in quel gruppo che sembrava fornire a Lanegan una via di fuga. I fratelli Conner litigavano di continuo. Lanegan odiava Gary Lee e considerava poco più che spazzatura i primi album incisi dal gruppo. «Possedevo una tolleranza piuttosto ampia per i tipi strani che manifestavano tratti asociali inquietanti e poco piacevoli, visto che li riconoscevo chiaramente anche nei miei atteggiamenti dannosi, incasinati e ossessivi, ma la dinamica tra i fratelli Conner era quasi impossibile da sopportare», ha scritto il cantante. «La band era ammalata, violenta, depressa, distruttiva e pericolosa. Ma il mio imprigionamento a Ellensburg era ormai una ferita infetta e sanguinante. Dovevo combattere l’impulso a rimanere tutto il tempo a letto, a dormire per far passare i giorni, prigioniero dell’indolenza e di un’ansia crescente. Per quanto le cose andassero male, la band era il biglietto per uscire dalla vita senza meta che conducevo in quel posto, il mio unico biglietto».

Dall’altra parte delle Cascades, a 170 chilometri da lì, alcuni musicisti isolati dal resto d’America stavano mettendo a punto una miscela potente e controrivoluzionaria di hard rock e punk, il grunge. Negli stessi giorni a Ellensburg gli Screaming Trees scopiazzavano la psichedelia californiana e Lanegan, che ancora non possedeva il caratteristico timbro vocale roco e profondo, faceva Jim Morrison. Odiava essere costretto a interpretare i testi scritti da Lee: «Era una terribile farsa sporca di merda, una rivoltante e ridicola buffonata orchestrata da un ragazzino di quasi trent’anni senza reali esperienze umane al di fuori della solitaria vita da eremita, con noi ma in realtà senza di noi, che faceva in tour».

Secondo Van Conner, i problemi si sono acuiti ai tempi dell’album del 1988 Invisible Lantern, per poi precipitare con Sweet Oblivion. A quel punto Lanegan aveva già scoperto il folk, aveva imparato a suonicchiare la chitarra, almeno quanto gli serviva per scrivere canzoni, aveva pubblicato il primo album solista The Winding Sheet, quello dove cantava coi cori di Kurt Cobain Where Did You Sleep Last Night. «Tornammo assieme perché c’era un contratto con la Epic da rispettare. Bevevamo così tanto che oramai non eravamo più un gruppo. Eravamo un cazzo di circo. Non so come siamo riusciti a passare indenni attraverso la nostra stupidità alcolica. Il problema è che tutti quanti eravamo stufi marci di sopportarci a vicenda. Ognuno pensava di essere nel giusto e perciò affrontava gli altri a muso duro. Eravamo una band totalmente disfunzionale e forse non a caso proveniamo tutti da famiglie disfunzionali».

È il doppio paradosso degli Screaming Trees. Mentre i fan del rock underground scoprivano i loro dischi indipendenti, tra cui quelli pubblicati dall’etichetta di culto SST, Lanegan detestava quelle stesse incisioni, le considerava poco più che spazzatura e detestava i testi fino a quel momento scritti da Lee Conner, uno dei suoi bersagli preferiti in tour. Quando poi hanno firmato per la Epic, la loro grande hit Nearly Lost You è entrata nella colonna sonora di Singles e hanno avuto i soldi per incidere album migliori, all’interno del gruppo non c’era più spazio, non c’era più vita. «Non c’è mai stata un’amicizia stretta tra di noi», mi diceva Conner quel girono. «È vero che abbiamo attraversato tante di quelle cose assieme, siamo cresciuti assieme, abbiamo pescato assieme, abbiamo fatto musica assieme, ci siamo sballati assieme. Ma un’avventura partita per divertimento è andata avanti per troppi anni, è normale sviluppare pian piano del risentimento. Come avviene in famiglia».

Crollò tutto quando si ritrovarono per incidere Dust. «Eravamo così fuori che Mark cantava male e noi suonavamo da schifo. Insoddisfatti, per due anni ci trovammo a riscrivere le canzoni. Per due anni. Quello fu il vero inferno». Uno dei pezzi che uscì s’intitolava Dying Days, alla chitarra c’era Mike McCready col quale in passato Lanegan aveva bevuto l’impossibile. Era il 1996 e quella canzone sul vagare «per la città fantasma che un tempo era mia» sembrava rappresentare il tramonto del rock di Seattle dopo la morte di Kurt Cobain. Secondo Van Conner, «riguardava noi, la nostra situazione, più che quella di altri. Eravamo nel nostro periodo di massimo successo, ma eravamo finiti». Durante l’ultimo tour, poi, «la tossicodipendenza di Mark era talmente fuori controllo che alla fine non riuscivamo nemmeno a esibirci».

Gli Screaming Trees sono stati fuori da ogni mito, persino da quello dei beautiful losers. E anche l’aspetto non proprio da rockstar dei fratelli Conner ha giocato a loro sfavore. Nel libro Lanegan ci va giù pesante, da vero bastardo: «Con Lee, se ci andava bene, il pubblico era al massimo un tantino curioso, ma il più delle volte era disgustato». Non s’è nemmeno preoccupato di comunicare ai compagni che la band era finita. I Conner l’hanno scoperto nel giugno 2000, dopo l’esibizione degli Screaming Trees all’inaugurazione dell’Experience Music Project di Seattle. Sentirono Mark dire a un giornalista che quello era stato il concerto finale della band, segno definitivo dell’incomunicabilità all’interno del gruppo, fra quei reietti che nemmeno il boom della scena di Seattle aveva salvato. Se non altro, gli Screaming Trees erano serviti a Lanegan per placare il suo desiderio di «eccitazione, avventura, degrado, depravazione», tutto pur di fuggire da «quel polveroso e isolato paesino di vaccari». Ora però aveva di meglio da fare, da cantare, da vivere.

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